La rivoluzione omosessuale: Stonewall, dove tutto ebbe inizio

La rivoluzione omosessuale: Stonewall, dove tutto ebbe inizio

Il movimento omosessuale è oggi approdato ad un certo grado di emancipazione e risonanza, ottenuto tramite una feroce e lunga lotta. La concezione di un eros effettivamente libero dalle catene della mera riproduzione, dovette scontrasti contro un pregiudizio sociale all’inizio del Novecento ancora inscalfibile. L’omosessualità era illegale nella maggior parte degli stati moderni, e i primi movimenti che si affacciavano nelle società più progredite erano costrette all’anonimato e al segreto. Le due Guerre Mondiali che coinvolsero il mondo nella prima metà del Novecento con tutte le loro violazioni inaudite ai diritti umani, generarono una battuta d’arresta.

Ma il Novecento aveva già portato delle significative innovazioni sul tema: le tesi freudiane avevano rischiarato le zona d’ombra della sessualità, facendo emergerne la fisiologica complessità. Nel 1935 Sigmund Freud scrive ad una sua paziente che un omosessuale non va considerata un malato. Ma egli risultava piuttosto audace rispetto ai suoi contemporanei. Ad essi risultava difficile credere che l’eros potesse dispiegarsi lungo binari diversi e paralleli, e preferirono sopire certi entusiasmi piuttosto che permettergli di fiorire.

Omosessuale

 

Anni ’60

A partire dagli anni ’60 tutti gli Stati occidentali conobbero un significativo ribaltamento dei dogmi sociali. Un’ondata liberalizzazione si diffuse a macchia d’olio ed il sesso, fustigato dalla morale cattolica, poté beneficiare di una significativa rivalutazione. La libertà sessuale prevalse in vari ambiti della società. Il matrimonio divenne scelta consapevole e libera e non gabbia annientatrice di identità. Il fervore della campagna femminista aveva dato vita ad una stagione di riformazione sociale dinamica. Ci furono una serie di vittorie cruciali:  l’introduzione del divorzio, la normalizzazione della contraccezione, la legalizzazione dell’aborto, l’ accettazione della pornografia.

Per i diritti omosessuali, la strada era tuttavia più impervia. Il giudizio sociale non era ancora così flessibile e ancora diffusa era la concezione dell’omosessualità come una perversione. Attorno agli omosessuali aleggiava una nebbia di diffidenza e demonizzazione che sembrava restia a dissolversi. Queste rivoluzioni investirono tutta la società influendo e permeando ogni aspetto della società, compreso quello dei movimenti omosessuali che scalpitavano per mettersi in luce. Tutte le sfide partirono da un momento cruciale, che segna il definitivo spartiacque nella storia della lotta omosessuale: i moti di Stonewall.

Essi rappresentarono la scintilla che accese gli animi rivoluzionari di omosessuali stanchi di patire le angherie di un’umanità arroccata nei suoi falsi miti. Stanchi di condurre un’esistenza da reietti, o da anime dannate condannate a reprimere la loro essenza.

Prime conquiste

Ci troviamo nell’America di fine anni sessanta. In quegli anni la filosofia liberale di stampo socialista aveva portato alla formazione di numerosi partiti che si battevano per i diritti civili. Occorre precisare che la coscienza dei contemporanei era scevra di sterili categorizzazioni: si puntava ad un riconoscimento tout court dei diritti umani, ad un progetto comune di smantellamento dei topos sociali, di un sistema sociale permeato da opinioni sessiste, razziste, da ridondanti stereotipi sulla sessualità e sull’uso delle sostanze stupefacenti.                                                  
Già nel 1962 lo stato del Massachussets aveva depenalizzato l’omosessualità. Sembrava che una luce di rivalsa balenasse all’orizzonte. L’auge di questo tortuoso processo di rinascita parte dal quartiere residenziale di Greenwich Village, nella zona occidentale di New York. Il quartiere è stato fucina di una sfacciata cultura bohemien e di una prorompente fermentazione artistica e sociale. Tra le sue strade e i suoi locali notturni si radunavano scrittori, musicisti, cantautori, studenti, artisti e, naturalmente, omosessuali. Tutti accumunati da un comune desiderio: fuggire da una società conformista che ingabbiava qualunque idea che volasse al di sopra dei confini.

Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera, attiviste transgender 
Marsha P. Johnson e Sylvia Rivera, attiviste transgender

Persecuzioni e reazioni

Negli anni sessanta nei confronti degli omosessuali era in atto una vera e propria caccia all’uomo, condotta con le pratiche più subdole e spregiudicate: la polizia irrompeva nei night club e le persone venivano schedate ad arrestate. Bastava semplicemente trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato per essere arrestati con l’accusa di “indecenza”. All’epoca, gli agenti di polizia ricorrevano spesso alla vile tecnica dell’entrapment. Essa consisteva nel sedurre volutamente uomini per scovare gli omosessuali.  Insomma, un clima dove la tensione si tagliava col coltello. Nonostante le rivendicazioni del movimento omofilo, la prima manifestazione di protesta omosessuale, lo stigma sociale imperava tiranno.

Nel 1965 John Lindsay diventa sindaco di New York. La grande mela sembra essere la culla della rivoluzione arcobaleno. Già nel 1950 era stata fondata la Mattachine Society, una delle prime organizzazioni LGBT in America. Il nome era ispirato da una compagnia teatrale francese, che organizzavano danze e rituali in maschera, spesso con voluti intenti satirici e critici nei confronti della società del tempo. Il fondatore dell’associazione, Harry Hay, aveva ragionato attraverso un’eloquente associazione: in analogia con gli attori mascherati itineranti, anche lui percepiva che gli omosessuali erano un “popolo mascherato, sconosciuto e anonimo”. Tuttavia, essendo in quegli anni proibito l’associazionismo omosessuale, per cercare di coprire la vera natura dell’associazione ad essa partecipavano anche delle donne. Tuttavia, la copertura durò soltanto pochi anni: nel 1952 uscì allo scoperto.

 Manifesto della Mattachine Society
Manifesto della Mattachine Society

Sempre nel 1965 diviene presidente dell’associazione Dick Leitsch, che credeva sulle tecniche di azioni dirette effettuate già da diversi altri gruppi promotori dei diritti civili in quel decennio. In particolare, grazie al suo intervento venne legalizzata la vendita di liquori agli omosessuali, e i baci fra uomini non furono più considerati un comportamento indecente.

I moti di Stonewall

Ma con l’elezione del nuovo sindaco la situazione sembrava inasprirsi: avendo perso le primarie, John Lindsay aveva un interesse a far venire a galla i giri loschi della carnevalesca Wall Street. In particolare venne preso di mira il bar Stonewall. Esso risultava particolarmente sospetto per la vendita di liquori senza licenza e perché si vociferava fosse luogo di complotti criminali. Il viceispettore Seymour Pine aveva ricevuto l’ordine di chiudere per il bar perché considerato il luogo prediletto per carpire informazioni sui gay coinvolti con la criminalità organizzati. Questi sono gli antefatti: nessuno poteva presagire gli esplosivi sviluppi che ne conseguirono.

La notte del 28 giugno del 1965, all’incirca intorno all’una di notte, gli agenti fecero irruzione nello Stonewall Hill, arrestando coloro i quali erano privi di documenti di identità, coloro che indossavano vestiti del sesso opposto e alcuni dipendenti. Ma la resistenza dei dimostranti fu strenua e feroce: gli omosessuali erano finalmente pronti ad insorgere e a respingere le angherie violente di un sistema corrotto. In breve tempo e per tutta la notte si consumò una vera e propria guerriglia urbana. Pioniera della rivolta fu la donna transgender Sylvia Riveira, che si dice fu la prima a scagliare contro un agente di polizia una bottiglia di vetro.

A quel punto, la rabbia di anni di oppressione e sotterfugi straripò violenta contro gli agenti di polizia, come prezzo da pagare per essere stati autori di indegne rappresaglie. In breve tempo la folla si radunò e ben 2.000 persone si trovarono a battagliare contro 400 poliziotti. Quella notte ci furono ben tredici arresti e numerosi omosessuali vennero barbaricamente picchiati dalla polizia. Le rivolte continuarono la notte successiva, e proseguirono per ben tre giorni di seguito. La polizia invitò rinforzi composti dalle stesse forze militari chiamate per respingere la protesta contro la Guerra in Vietnam.

Pride e emancipazione

Con un aneddoto sarcastico si racconta che esse ad un certo punto si imbatterono in un gruppo di drag queen che li canzonava amabilmente. E’ l’inno di chi, davanti allo spettro sordo dell’odio, risponde col sorriso, e con l’entusiastica celebrazione della propria autenticità.

L’episodio ebbe risonanza in tutto il mondo, che accolse l’eco della rivoluzione omosessuale cercando di recepire il suo messaggio di emancipazione. Per la fine di luglio di quello stesso anno a New York nacque il Gay Liberation Front (GFL). Il fronte organizzò una marcia contro la persecuzione omosessuale, in risposta ai moti di Stonewall. Costretti a vivere in segreto, come animali notturni derelitti, gli omosessuali invasero le piazza per intonare il loro inno alla vita, ad una vita finalmente più felice, avendo spezzato le catene del pregiudizio. Da quel momento, le comunità LGBT di tutto il mondo scelsero giugno come mese per le parate che commemorano la fine delle persecuzioni.

attivisti omosessuale

Prosegue la lotta

Se oggi possiamo orgogliosamente manifestare per le strade, lo dobbiamo a coloro che prima di noi hanno rischiato la propria incolumità e la loro vita. Nell’epoca dove un bacio era considerato l’icona del peccato. Dove l’amore, nella sua purezza, era sinonimo di dissolutezza. Oggi la lotta omosessuale non è finita, e in certi contesti nefasti non è neppure iniziata. I focolai di odio e violenza continuano a far rumore.

Che i moti di Stonewall siano dunque, la voce che ci restituisca coraggio quando tremiamo di fronte all’occhio giudicante della folla, che rappresenta l’emblema di un mostro sociale che sembra divorarci. Quando crediamo che un gesto d’amore possa diventare presto per essere scherniti. Quando reprimiamo la nostra identità in nome di un minore o maggior grado di accettazione. Che questa e altre battaglie ci indichino il progetto unico a cui tendere, la sfida quotidiana a cui qualunque umano dovrebbe partecipare.

La sfida è quella di costruire una società più giusta, dove non esistano maggioranze e minoranza, ma solo uomini liberi, in grado di pensare, amare, vivere. Perché chi basa la propria libertà sul violare la libertà altrui, si illude di essere veramente libero. Perché in un mondo dove un bacio fa più scalpore di un colpo di pistola, amare resta la più autentica forma di libertà.

Pubblicato da Domenico Lubrano Lavadera

Sono Domenico, ho 19 anni e studio Giurisprudenza. Sono un sognatore idealista che nel tempo libero si improvvisa fotografo, scrittore e un po’ di tutto. Mi interesso particolarmente di diritti umani, e di quanto nella nostra società siano, spesso, tutt’altro che garantiti.

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