Shame, note sulla società dell’immagine

Shame, note sulla società dell’immagine

Lungo la trama

 

“Quando tutto è in mostra, ci rendiamo conto che non c’è più nulla da vedere”
J. Baudrillard, filosofo francese (1929-2007)

Queste sono note a piè di pagina, prese lungo lo svolgimento di “Shame”, secondo lungometraggio di Steve McQueen in sala nel 2011, uno di quei classici istantanei che così bene racconta i moti convulsi della modernità. Trascendendo la vicenda di un ninfomane, Brandon Sullivan (interpretato da Michael Fassbender), un palestrato trentenne in carriera che ogni mattina ascolta Bach e prende la metro, rappresenta l’uomo agiato e indipendente. Insomma, uno di quelli di cui diresti tutto meno che se la passi male: ogni sera, una diversa. Eppure, una voce fuori-campo recita sul volto contrito di Brandon, immagine di sé stesso: “Li trovo disgustosi, li trovo disperati, li trovo invadenti”. E ora, il capo dell’azienda: “Questo è quello che dissero i cinici. […] Oggi un ragazzino si sniffa le spezie che trova in cucina, lo posta su YouTube e loro stanno a guardare mentre diventa una moda tra gli adolescenti. Così il cinismo diventa ammirazione”. Ecco che l’ironia diventa ghigno.

L’immagine che intrappola

È chiaro sin da subito che attraverso la ninfomania, l’opera di Steve McQueen vuole far luce su altro, sulla più complessa tematica della società delle immagini, così ingombrante da reincarnarsi negli individui stessi. In questo scenario il Niente soffoca: ossia, l’imponderabile viene ponderato, l’incontrollabile viene controllato e il privato viene annientato. Proprio nella prima inquadratura di “Shame” l’afflizione di Brandon è protagonista: una luce tagliente rivela le dure ombre delle pieghe nel letto e, a seguire, campeggia la scritta “Shame”, come se stesse a significare qualcosa. E questo qualcosa, per noi, è nel potere dell’immagine. Non a caso, nell’intero arco del film i personaggi sono attorniati da superfici riflettenti. La presentazione di un Io sdoppiato, mosso da pulsioni ed emulazioni, costretto in una simulazione incessante. 

Michael Fassbender (Heidelberg, 2 Aprile 1977)

La libertà che opprime

Già precedentemente McQueen si era focalizzato sulla libertà e sul potere: se in “Hunger” il protagonista era rinchiuso in una prigione, in “Shame” Fassbender è perfettamente inserito nella società. Ora è condannato alla routine, al successo, a uno scacco sotto cui, nel suo mondo, tutti devono restare. Il nome Brandon non è casuale: è una citazione esplicita al Marlon Brando di “Ultimo tango a Parigi” (1972, Bernardo Bertolucci), tanto desideroso di liberarsi dell’invadente super-io familiare quanto mosso dall’acuirsi delle sue perversioni. Tuttavia, Fassbender è in una situazione paradossalmente rovesciata, nella posizione di vertice nell’azienda e nel dimenticatoio della propria famiglia. Eppure, sulle note di “I Want Your Love” dei CHIC, è l’arrivo della sorella Sissy a far crollare il castello di carte, origliando là dove nessuno avrebbe osare. McQueen ci suggerisce che l’amore è l’unico rimedio possibile, ma Brandon è ancora pronto ad accoglierlo?

 

“Non siamo cattive persone, è solo che veniamo da un brutto posto”
Sissy Sullivan (interpretata da Carey Mulligan)

La vergogna che infierisce

Nel momento che la sua intimità più profonda viene svelata, Brandon trova sfogo nella corsa, anch’essa ordinata e composta, ironica. A un occhio più attento non sfuggirà che, in realtà, non v’è alcuna destinazione: è un sarcastico tentativo di sfuggire alla macchina da presa, alla gabbia dell’immagine? A sottolineare la paradossalità della situazione, il sottofondo di Glenn Gould, il “Prelude”. Nell’opera, Brandon cercherà di eludere lo sguardo dello spettatore altre volte. Ad esempio, dopo essere sorpreso dalla sorella mentre si masturbava, Fassbender si nasconde al riflesso dello specchio, dandogli le spalle e fuoriescendo parzialmente dall’inquadratura, senza riuscirci totalmente. La vergogna pervade l’animo e Brandon deve sopperire. Come? Come al solito. Infatti, in un mondo d’immagini non ci resta che essere immagini.

La vacuità che dissipa

Dalla strada, il finestrone di un grattacielo offre la vista di un vigoroso amplesso e Brandon non può che rimanerne catturato, da quel sesso in vetrina. Dunque, Brandon non può che replicare: in una scena simmetrica, dopo non esser riuscito a far l’amore con Marianne, donna a cui si era affezionato, s’esibirà anche lui in una prestazione apatica con una prostituta, sullo scaffale di un grattacielo. Una convulsione in gabbia, quella di Brandon, che è destinata ripetersi, dal momento che non sembra esserci via d’uscita. Steve McQueen sembra seguire pedissequamente le orme di Baudrillard, quando si chiede: “che fare dopo l’orgia?”, “l’orgia è in qualche modo il movimento esplosivo della modernità, quello della liberazione in tutti i campi”. Di lì, il declino e l’insostenibilità dell’Io. Paradossalmente, in un mondo d’immagini, l’unica realtà autentica è nella vergogna (nel “Shame” tanto agognato dal titolo) e nell’amore, suo antidoto. D’altronde, “quando tutto è in mostra, ci rediamo conto che non c’è più nulla da vedere”.

Secondo questa lettura, l’intera pellicola rifletterebbe sulla pericolosità del confinarsi dietro a uno schermo, perché la libertà ci lusinga, la vergogna ci prostra e la vacuità ci fa scomparire. Di questi tempi, riflessioni attualissime.

Pubblicato da Andrea De Angelis

Studente universitario appassionato di Cinema, scrivo recensioni sulle pellicole che più mi hanno impressionato, con lo sguardo proiettato verso il loro mondo. Sto cercando ancora di capire cosa sia “2001: Odissea nello spazio”.

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