Armenia-Azerbaijan: storia di una guerra mai conclusa e poco raccontata

Armenia-Azerbaijan: storia di una guerra mai conclusa e poco raccontata

Un nulla di fatto. Ecco quale è il rischio della conclusione della seconda guerra del Nagorno-Karabakh, con entrambi gli schieramenti consapevoli di come una tregua significhi soltanto procrastinare un problema incapace di risolversi per vie diplomatiche, ma nemmeno attraverso quelle belliche.

La storia si ripete ancora una volta dopo il conflitto del 1992 e terminato nel 1994: anch’esso senza una chiara definizione di ciò che sarebbe stato il futuro dei due paesi dal passato sovietico. Ad oggi, dalla tregua del 9 novembre 2020 sono passati quasi cinque mesi, ma il significato del conflitto e le sue conseguenze continuano ad essere incerte.

Due culture profondamente diverse, ma geograficamente vicine

Armeni e azeri sono due popoli incredibilmente diversi e separati. Sul piano del diritto internazionale, Armenia e Azerbaijan portano avanti due posizioni teoricamente inconciliabili: l’affermazione del principio di autodeterminazione dei popoli da parte armena, contro quello di integrità territoriale sostenuto dagli azeri. Altre divergenze sono sul piano religioso: gli armeni sono tradizionalmente ostili all’Islam, mentre gli azeri sono da sempre parte del mondo musulmano. La propaganda ha sempre fatto in modo di separare ancora di più le due popolazioni, creando una spaccatura così netta da rendere impensabile un compromesso fra le due parti. In Armenia, i ragazzi sin da piccoli vengono resi consapevoli delle stragi di Baku e Sumgayit perpetrate alla fine degli anni ’80 ai danni della popolazione armena nelle due città dell’Azerbaijan. Gli azeri, dal canto loro, ricordano costantemente la strage di Khojaly del 1992, compiuta dall’esercito armeno ai danni delle popolazione azera.

Due millenni di storia e una forte rivalità

Il territorio del Nagorno-Karabakh è una porzione di terra a lungo combattuta. Nell’età antica faceva parte della storica regione armena che, dopo l’Impero Bizantino, venne inglobata per la maggior parte dall’Impero Ottomano. Tuttavia, la situazione conflittuale odierna nasce dagli eventi verificatisi dopo la prima guerra mondiale; poiché la caduta dell’Impero russo da parte dei bolscevichi e quello degli Ottomani fece nascere tre nazioni nel Caucaso: Armenia, Azerbaijan e Georgia. Esse dichiararono la propria indipendenza per formare la Repubblica Federale Democratica Transcaucasica, la quale si dissolse dopo appena tre mesi dalla sua nascita.

La situazione di stallo fra le tre repubbliche andò ben presto peggiorando. Tra il 1918 e il 1920 si succedettero degli scontri tra la Repubblica Armena e la Repubblica Azera per una disputa riguardo i confini dei vari Stati e, fra le regioni contese, vi era il Nagorno-Karabakh.

Ma ad interrompere ogni disputa e ogni tentativo diplomatico intervenne l’esercito bolscevico, che nel 1920 invase il Caucaso e nel giro di due anni lo rese una provincia sovietica. Inizialmente, la regione del Nagorno-Karabakh venne attribuita alla Repubblica Socialista Sovietica Armena, data la presenza maggioritaria di popolazione di etnia armena; ma ben presto si scelse invece di attribuirlo alla RSS Azera, probabilmente secondo la logica del “Divide et impera”, secondo la quale per tenere sotto controllo l’area caucasica era necessario dividere il popolo.

Tuttavia, è con l’avvio del glasnost’ che la rivalità fra armeni e azeri ricominciò a infuocarsi: all’inizio delle nuove politiche di Gorbacev l’Armenia rivendicò il Nagorno-Karabakh come suo territorio, ma soltanto dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica la regione chiese ufficialmente la secessione dal territorio azero. Ed è qui che ebbe inizio la prima guerra del Nagorno-Karabakh, durata fino al 1994, che vide una netta sconfitta azera e la nascita della Repubblica dell’Artsakh, riconosciuta soltanto da tre stati, peraltro non facenti parte delle Nazioni Unite.

I nuovi tumulti e la Guerra dell’Artsakh del 2020

A partire dal 2012 i rapporti fra Azerbaijan e Armenia divennero sempre più tesi, specialmente per la questione del Nagorno-Karabakh, in una situazione per nulla chiara, con rivendicazioni territoriali da ambo le parti. La tensione scoppiò definitivamente nell’aprile del 2016, quando l’Azerbaijan sferrò una corposa offensiva contro l’Artsakh, causando vittime e scontri violentissimi. Il conflitto verrà chiamato “Guerra dei quattro giorni in Nagorno-Karabakh”. La soluzione venne trovata esclusivamente tramite l’intervento della diplomazia internazionale, in modo particolare Russia e Stati Uniti, ponendo fine alla battaglia alla quale fanno seguito due incontri presidenziali a Vienna e San Pietroburgo.

Più recentemente, il 29 luglio 2020 l’Azerbaijan avviò una serie di esercitazioni militari che durarono per altri dodici giorni, riprendendoli dopo un mese con l’aiuto dell’esercito Turco. Allo stesso modo, anche l’Armenia iniziò una serie di esercitazioni in Russia.

Il nuovo conflitto, nel settembre 2020, iniziò con una serie di attacchi da parte dell’Azerbaijan verso la Repubblica dell’Artsakh, dove la situazione, nell’arco di pochi giorni, si trasformò in un conflitto a fuoco violento: l’avanzata azera per la riconquista di villaggi e città fu rapida ed efficace, mentre la popolazione del Nagorno-Karabakh fu costretta a fuggire. Oltre 100.000 persone furono sfollate durante e dopo i combattimenti.

Le ultime due settimane di conflitto videro l’avanzata azera, maggiormente preparata sul piano bellico e tecnologico. Nonostante una strenua resistenza, nella battaglia di Shushi la conquista azera determinò il trionfo sulle milizie armene e dell’Artsakh. L’accordo di tregua del 9 novembre pose fine alle ostilità, con il presidente azero che dichiarò la vittoria dopo la firma del cessate il fuoco: “Questa dichiarazione costituisce la capitolazione dell’Armenia. Questa affermazione pone fine all’occupazione di anni”. Come esito vennero eseguite celebrazioni su larga scala in tutta la nazione.

Un compromesso non risolutivo: le conseguenze sulla popolazione

A questo quadro già complesso va aggiunto il disastro umanitario causato. Molte questioni rimangono ancora critiche: sarà sempre più complicato il ritorno degli sfollati (oltre 100.000) nelle proprie abitazioni nella regione dell’Artsakh; la questione dei prigionieri di guerra, liberati da entrambe le parti; e soprattutto il terribile tentativo di recuperare i corpi dei caduti civili e militari di entrambe le fazioni. E mentre si cerca di venire a capo di questi drammi individuali e collettivi, si continua a morire in Karabakh per lo stesso motivo per cui si è continuato a morire durante lo status quo 1994-2002: mine e ordigni inesplosi sono infatti disseminati ovunque.

Secondo la procura dell’Azerbaijan il bilancio, all’inizio dell’anno, in sessanta giorni è di 5 militari e 9 civili uccisi, 52 militari e 8 civili feriti. La situazione rimane difficile da risolvere, tale da aver costretto il presidente azero a una dichiarazione ufficiale a riguardo: “Voglio fare appello a tutti i cittadini dell’Azerbaijan: chiedo loro di non entrare nelle terre liberate senza permesso. Da un lato capisco questi passaggi di persone che hanno aspettato tanti anni per tornare in patria, ogni ex sfollato vuole tornare in patria, al suo villaggio natale, ma chiedo loro di aspettare, i lavori di sminamento devono prima essere completati. Perché c’è un grande pericolo, sia per i pedoni che per i veicoli”.

Il dramma continua quindi a proseguire nonostante la guerra sia oramai terminata da diversi mesi. Questo nuovo status quo dovrebbe, tuttavia, portare a una normalizzazione dei rapporti fra Armenia e Azerbaijan e all’apertura di vie di trasporto e commercio. Si sostiene, di conseguenza, che una serie di accordi commerciali possano, in qualche modo, rendere una nuova guerra impossibile.
Ma così come trent’anni fa, la soluzione è ben lontana dall’essere trovata: il conflitto non soltanto non ha risolto le decennali controversie, ma adesso c’è anche il rischio che le abbia aumentate.

Pubblicato da Gabriele Rapisarda

Classe 2001, studio alla facoltà di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali a Roma Tre. Da sempre appassionato di geopolitica e attualità, soprattutto quella del Medio Oriente e dell'Africa. Sogno di poter visitare i Paesi che studio e nel frattempo leggo tutto quello che trovo a riguardo, che magari torna utile.

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