In Myanmar si continua a morire per la democrazia

In Myanmar si continua a morire per la democrazia

Dopo lo shock e l’indignazione dei primi giorni, l’interesse per il golpe organizzato dalle milizie militari nel Myanmar (o Birmania) sembra aver lasciato spazio ad un silenzioso e condiviso disinteresse. L’opinione pubblica, europea e non, dopo aver preso una posizione netta e aver condannato aspramente l’operato delle milizie chiedendo un passo indietro, ha semplicemente accantonato la questione, ignorando le notizie sempre peggiori che arrivano ogni giorno. Da quel primo Febbraio, migliaia di persone si sono riversate ogni giorno nelle strade per manifestare e lottare per la democrazia. Da due mesi ormai, in Myanmar la libertà non è quotidianità, ma futuro da riconquistare. I numeri fanno impressione, l’Associazione per l’assistenza ai prigionieri politici (Aapp) parla di almeno 459 vittime.
Sabato è stata la giornata più violenta dall’inizio delle proteste anti golpe, con almeno 114 vittime civili in 24 ore. A impressionare, oltre al numero delle vittime, è anche il dato relativo agli arresti, salito nel weekend a 2.559.

Le proteste e le manifestazioni stanno dando pochissimi risultati anche per una pura ragione numerica. Il Myanmar ha una popolazione di 54 milioni di abitanti, come l’Italia senza Roma. Se però in Italia l’esercito conta 97mila unità, in Birmania i militari sono 507mila, cinque volte tanto, armati, addestrati e specializzati in gestione di conflitti civili.

guerrilla urbana in Myanmar

Piccolo passo indietro: elezioni e golpe

A Novembre 2020 si tengono le elezioni nazionali alle quali si candidano, tra le altre, anche le due principali forze politiche del paese: la Lega nazionale per la democrazia (NLD), guidato da Aung San Suu Kyi, e il Partito per la solidarietà e lo sviluppo dell’Unione (USDP), sostenuto dai militari. L’NLD di “Madre Suu” stravince le elezioni, riconfermando il successo delle precedenti, non tanto per meriti politici quanto mancanza di popolarità degli altri partiti. Il plebiscito a favore della Lega nazionale per la democrazia non è da intendere infatti come un puro apprezzamento nei confronti dell’operato del partito quanto più nel tentativo di combattere l’USPD considerato il “male peggiore. Il partito per la solidarietà e lo sviluppo dell’Unione, infatti, è il partito che nel 1962 ha rovesciato la democrazia, instaurando una dittatura durata fino al 2015. L’esito delle elezione è stato fortemente contestato dai leader dell’USPD che hanno accusato il partito vincitore di brogli elettorali e hanno accennato alla possibilità di abolire la costituzione.

Il primo febbraio scorso, come accaduto nel 1962, il partito sconfitto ha preso il potere con un colpo di stato grazie al sostegno dell’esercito nazionale e della minoranza etnico-religiosa buddista. Le milizie hanno arrestato tutti i principali leader del partito di maggioranza, compresa Aung San Suu Kyi, ovvero il capo del governo e leader dell’NLD, Premio Nobel per la pace 1991 nonché la donna considerata eroe nazionale e madre della patria. Hanno poi dichiarato un anno di stato d’emergenza, interrotto le linee telefoniche nella capitale Naypyitaw e nella città di Yangon, e “spento” la televisione di stato. Dopo aver guidato il golpe, il generale Min Aung Hlaing, capo delle forze armate birmane, ha assunto il ruolo di capo del governo.

manifestanti per la liberazione di Saan suu ky in Myanmar

Ha inoltre dichiarato che il golpe è stato reso necessario delle irregolarità delle elezioni e che tale manovra è finalizzata esclusivamente alla creazione di “un autentico sistema democratico multipartitico, basato sulla disciplina“. Ha poi promesso di indire nuove elezioni (senza fornire alcun riferimento temporale) al termine delle quali il potere sarà trasferito al partito vincitore.

La violenza dell’esercito

In tutto questo, qualche giorno fa, è stata resa nota l’identità della vittima più giovane del conflitto birmano, una bambina di sette anni, strappata via dal mondo dalla leggerezza e dalla noncuranza dei soldati che sparano ai civili per strada come fossero bersagli di cartone al poligono. Durante un raid in un quartiere residenziale, un gruppo di militari ha fatto irruzione nella casa della bambina. Hanno fatto domande e, non contenti delle risposte, hanno sparato al padre colpendo la bambina che sedeva sulle sue gambe. Hanno poi massacrato di botte e portato via il fratello 19enne mentre la bambina moriva dissanguata a terra.

Sono stati diffusi altri video che documentano pestaggi e violenze in tutto il paese, come quanto accaduto a tre medici che viaggiavano su un’ambulanza diretta al soccorso delle vittime di alcuni scontri. Sono stati fatti scendere dal veicolo da un poliziotto che ha poi sparato sul parabrezza. Ha fatto inginocchiare a terra i tre ragazzi e li ha poi picchiati insieme ad altri sette suoi colleghi prendendoli a calci in testa e utilizzando il calcio del mitra come fosse la testa di un martello, levandola con entrambe le braccia sopra la propria testa per farlo poi ricadere violentemente su quella protetta dal caschetto dei tre sanitari, inermi sul marciapiede. Finito il violento pestaggio, i tre sono stati arrestati.

guerrrilla urbana in Myanmar

Neanche di fronte al lutto l’esercito ha mostrato umanità: è di pochi giorni fa la notizia che, durante un funerale collettivo, le milizie hanno aperto il fuoco sulla folla stretta intorno ai propri cari, morti per mano degli stessi individui dai quali si sono trovati a doversi difendere. Ora ci si chiede quale fosse la colpa dei tre ragazzi, quale fosse la colpa di una bambina di sette anni, di parenti e amici in lutto, quale sia la colpa delle (almeno) 459 vittime. Nessuna, semplicemente. Quanto sta accadendo in Myanmar non è nulla di più della solita vecchia storia, il potere logora chi non lo ha e una volta ottenuto, obnubila le coscienze. Come in ogni conflitto, le armi diventano un filtro attraverso il cui mirino i propri simili vengono disumanizzati, e non li si riconosce come concittadini, come umani.

Non un soldato si è interessato della salute della bambina. Non una briciola di compassione è stata mostrata per una creatura innocente esanime con un buco nel petto. Non un militare si è chiesto se fosse umano e morale massacrare dei medici diretti a salvare dei propri connazionali. Non un militare si è fermato a pensare che l’unica cosa che rende diversi lui e la persona riversa a terra in un lago di sangue è un’arma. E’ la banalità del male che si rivela; la banale leggerezza di un soldato birmano, seduto a terra con un fucile in una mano e un kalashnikov nell’altra. Prima col fucile, poi col kalashnikov prende a lungo la mira prima di sparare, quasi con distacco, sui manifestanti di fronte a lui. Non vuole sbagliare, non vuole sprecare colpi: è lì per uccidere, non per intimidire.

Militare che presidia una strada e ragazzi costretti a nascondersi dietro ad un palo per non essere colpiti in Myanmar

La situazione attuale

Dopo mesi di resistenza, manifestazioni, proteste e guerrilla urbana, da qualche giorno è stata organizzato il “Silent Strike“, una protesta silenziosa che consiste nel restare in casa lasciando deserte le strade delle città. Questa, al momento, sembra essere l’unica arma efficace a disposizione dei cittadini dato che i tentativi di creare una milizia civile sono falliti miseramente e che le proteste hanno avuto come unico esito l’inutile spargimento di sangue innocente.

Qualche giorno fa, un piccolo barlume di speranza ha riacceso le vite di mezzo migliaio di famiglie: sono stati liberati 600 manifestanti, tutti molto giovani, che erano stati arrestati durante le proteste del marzo scorso.

Il resto del mondo volta lo sguardo, distratto da questioni più importanti, nella speranza che il problema svanisca. Come per gli Uiguri nei campi di “rieducazione” cinesi, come per i migranti di Lipa, come per le donne polacche e turche alle quali stanno venendo gradualmente negati dei diritti fondamentali, come per gli ucraini liberi sotto il tiro dei cannoni russi.

In fondo, non siamo tanto diversi dal meme che ci ha tanto divertito della donna che fa aerobica mentre alle sue spalle sfilano i veicoli blindati dell’esercito birmano diretti al parlamento: l’unica differenza è la consapevolezza.

Pubblicato da Marco Barone

Classe 1998, vicedirettore. Ho studiato psicologia al liceo, frequento il terzo anno di scienze politiche alla statale di Milano. Appassionato di libri, cinema, scrittura e cucina, cerco di leggere e capire il mondo perché è l’unico modo per cambiarlo.

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