Video Killed The Radio Star: storia del videoclip musicale in Italia

Video Killed The Radio Star: storia del videoclip musicale in Italia

Che la musica si ascolti è un’evidenza inconfutabile. Ma se la musica, in un certo senso, si potesse anche vedere? Ovviamente non si parla della possibilità di vedere il suono – prospettiva affascinante ma ancora irrealizzabile – ma ciò che il suono evoca. Non si tratta di una magia. È semplicemente il potere del video musicale, ovvero quel filmato che nasce per accompagnare e pubblicizzare una canzone.

I videoclip fanno parte della nostra cultura da così tanto tempo che raramente riflettiamo su come essi, oltre che un mezzo promozionale, rappresentino soprattutto una rivoluzione culturale, in cui anche il nostro Paese ha avuto un ruolo primario.

Sappiamo bene che l’Italia e la musica sono un binomio indissolubile. La musica fa parte di noi dalle più remote origini, e tanti dei nostri artisti sono ormai dei miti richiesti da ogni parte del mondo. Per questo motivo anche l’Italia ha una sua personalissima storia del video musicale. È un racconto che inizia molto lontano, tra le sale da ballo, il twist e il black & white.

Dalle balere…

Siamo nel 1959 quando Pietro Garinelli brevetta il Cinebox: un jukebox con schermo e pulsantiera che, tramite un sistema di scambio pellicole, proietta le immagini delle canzoni suonate. Posizionato nei locali a disposizione di un pubblico prevalentemente giovane, ottiene un discreto successo pur restando uno strumento dagli svariati limiti: innanzitutto il costo elevato, e poi la rapida diffusione del modello rivale francese, lo Scopitone. Quest’ultimo appariva molto simile al Cinebox, ma non era sottoposto alla restrittiva censura italiana.

video
foto di flockine da Pixabay

Per consentire al videoclip di evolversi serviva un mezzo più potente. Qualcosa che si diffondesse esponenzialmente nelle case delle persone, che diventasse parte integrante della quotidianità e della vita familiare. Questo qualcosa era la televisione.

…al piccolo schermo

Tullio Piacentini, dopo il debutto al cinema con i film “008 Operazione ritmo”, “Viale della canzone” e “Questi pazzi, pazzi italiani” (che contenevano raccolte di videoclip interpretati dagli esordienti Gianni Morandi, Luigi Tenco, Gigliola Cinquetti, Fred Bongusto e altri), nel 1967 realizza “Passeggiando per Subiaco”, il primo programma tv di lancio dei videoclip e dei relativi cantanti.

Pur essendo realizzati con tecniche poco sofisticate e soggetti molto semplici (spesso erano basiche sequenze del cantante o gruppo in questione che eseguiva il pezzo), fu questo il primo momento in cui si iniziò a considerare i video musicali come un piccolo momento di spettacolo, della durata di pochi minuti ma sempre capace di incuriosire, intrattenere, emozionare, amplificare ciò che si provava con il normale ascolto di un brano.

Ma per raggiungere un’idea di videoclip come forma d’arte espressiva dovremo aspettare ancora qualche anno, con la trasmissione Rai “Mister Fantasy“. In onda dall’1981 al 1984, era un rotocalco televisivo riservato prevalentemente al rock. In uno studio tutto bianco costellato da maxi schermi, il conduttore Carlo Massarini presentava le hit parade delle canzoni mostrando i relativi videoclip. Una trasmissione fresca e innovativa, sicuramente il primo esempio simile in Italia.

Il modello americano

Certo, l’Italia era ancora un po’ distante dagli Stati Uniti. Proprio nell’anno della prima edizione di “Mister Fantasy”, negli USA nasceva MTV (acronimo di Music Television), un intero canale tv dedicato esclusivamente alla musica. Il primo videoclip trasmesso è stato quello di “Video Killed The Radio Star“, una canzone-manifesto di una nuova Era, che racconta come la tv abbia brutalmente sostituito i vecchi mezzi di comunicazione di massa.

“Pictures came and broke your heart”

The Buggles – Video Killed The Radio Star

 

video
foto di 24oranges.nl da CC Search

Le immagini avranno spezzato il cuore dei nostalgici tradizionalisti, ma di sicuro avevano acceso quello di tante altre persone, che davanti alla tv iniziavano a sognare, scoprire, conoscere nuovi mondi e realtà diverse da quelle abituali. A volte anche solo grazie alla musica.

Per la versione italiana di MTV i telespettatori dovranno attendere fino al ’97, ma anche gli artisti nostrani iniziano gradualmente a sfruttare le numerose opportunità che il videoclip offre. Si spazia tra i generi, si attinge dall’universo teatrale e cinematografico, si punta sull’originalità per realizzare video fantasiosi e coinvolgenti, magari con divertenti scenette e mosse di danza nel tentativo di ottenere una reazione imitativa da parte del pubblico.

E così, mentre negli States si scatenano davanti a Michael Jackson, anche qui balliamo alla grande. Ad esempio con il video di “Centro di gravità permanente”, e quella buffa coreografia che i nostri genitori, almeno una volta, hanno cercato di replicare. Una sorta di “Gangnam Style” versione 80s.

La rivoluzione di YouTube

Passano gli anni, e cambiano anche i media. In quella che storicamente si può definire fase web 2.0 viene sviluppata una nuova piattaforma, destinata a diventare uno degli strumenti più importanti per accedere a contenuti musicali. Il suo nome è YouTube. Nato nel 2005, diventa rapidamente “il social dei video” per eccellenza.

Il momento in cui Youtube e la musica si incontrano è sancito dall’arrivo di Vevo, sito internet di proprietà di Sony Music Entertainment. Lanciato ufficialmente nel 2009, offre musica e video appartenenti alle grandi etichette discografiche Universal, Sony ed EMI. Gli artisti da quel momento iniziano ad aprire su YouTube i loro canali Vevo, tramite i quali diffondono videoclip e altri contenuti ufficiali.

È la nuova stagione del video musicale: un nuovo tipo di fruizione che non prevede più l’attesa, l’appuntamento fisso sul divano di casa. Adesso i video si guardano ovunque, in qualsiasi momento, e anche più di una volta: il fatto di essere caricati li rende sempre disponibili, nonchè una forma di aggregazione e comunità, grazie alla possibilità di essere condivisi e commentati tra utenti.

Con l’arrivo del servizio streaming Spotify ascoltare musica è diventato ancor più semplice. Questa piattaforma – in versione gratuita o a pagamento – consente di accedere liberamente alla quasi totalità della produzione musicale universale, senza necessità di scaricare brani se si è connessi ad una rete wi-fi. A questo punto, sarebbe forse giusto affermare che Spotify sta surclassando Youtube, che l’audio sta soppiantando l’esigenza del video, che stiamo tornando ai tempi della radio? In verità, no.

Sempre più in alto

Nel 2020 il ministro della cultura Dario Franceschini ha firmato un decreto che riconosce al videoclip i benefici del tax credit. Ciò significa che, da quel momento, il video musicale ha acquisito gli stessi diritti di un’opera d’arte. Questa decisione enfatizza l’importanza che il videoclip si è guadagnato, oltre che il grande impegno di chi lavora per realizzarlo.

Negli ultimi anni è particolarmente in voga il videoclip concettuale come interpretazione visiva del brano musicale; e anche il videoclip narrativo, che punta a raccontare una storia spesso simile a un cortometraggio. Anche questa volta il progresso tecnologico ci viene incontro: ormai i set sfruttati per girare i video musicali non hanno nulla da invidiare a quelli dei grandi film, e numerose sono le tecniche adoperate per ottenere risultati di qualità, sempre più vicini a piccole opere cinematografiche.

Un’altra tendenza recente è quella di ingaggiare un cast d’eccezione. In particolare nello scenario indie e pop, numerosi sono gli attori italiani che affiancano gli artisti recitando nei loro video (solo per citare alcuni esempi, Alessandro Borghi è comparso più volte da protagonista nei video dei Negramaro e di Salmo; Gazzelle con la sua “Una canzone che non so” vede la partecipazione di Eduardo Valdarnini; Francesco Centorame si presta nell’ultimo video di Michele Bravi). È un’ottima tecnica per collegare l’universo del cinema e della serialità con quello musicale. Un perfetto link tra arti diverse.

Insomma, non solo intrattenimento. Il videoclip è ormai investito di un’enorme responsabilità: quella di dare un volto alla musica. Ha cambiato intere generazioni e, attraverso nuove forme e linguaggi, continua a farlo adesso, lungo un processo che sembra destinato a non arrestarsi. Ed è probabilmente questo a rendere il tutto ancor più affascinante: l’idea che non smetteremo mai di incantarci davanti a uno schermo.

 

Video killed the radio star
In my mind and in my car
We can’t rewind, we’ve gone too far”

Pubblicato da Valeria Polcini

21 anni, nata a Brescia, studio Lettere. Appassionata di serie tv, musica, libri e ogni sfaccettatura dell’Arte. Amo le grandi storie, di quelle che fanno viaggiare senza muoversi. E sogno di raccontarle a modo mio.

Commenti

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.