Holodomor, la carestia artificiale ucraina: il genocidio dimenticato

Holodomor, la carestia artificiale ucraina: il genocidio dimenticato

 

Col termine Holodomor si allude alla carestia che negli anni 1932-1933, condusse alla morte milioni di contadini Ucraini, spazzati via dalla furia di un uomo senza scrupoli.

Nell’immaginario collettivo, al termine genocidio si ricollegano scenari agghiaccianti, che sfuggono a qualsiasi comprensione razionale. L’umanità è spesso precipitata in queste voragini tetre dove l’uomo perde il contatto con la ragione, e abbraccia la versione più spietata della sua natura animale. La legge del più forte diventa forma mentis monolitica, che non lascia spazio a pietà. Homo homini lupus, sentenziava cinico il celebre filosofo Thomas Hobbes. L’uomo ha in sé un connaturato istinto di prevaricazione: vede i suoi simili come minacce a cui opporsi. Certo è che tale istinto ha percorso le strade impervie della natura umana con passo diverso, talvolta convertendosi in eccessi di atrocità.

I genocidi sono, in tutto e per tutto, un’abnegazione della ragione. Su di essi persiste un atteggiamento ambivalente. Da un lato li si racconta come sporadici eventi straordinari. Dall’altro, invece, si pretende di classificarli in ordine di importanza. Ma se la storia è un terreno stratificato, basta calarsi per un attimo in profondità per disseppellire certe storie.

Per fama e risonanza, da tali discorsi è limpida l’associazione all’Olocausto degli ebrei. Tragedia di incalcolabili proporzioni, che, nella sua assurdità, era stata studiata nei minimi dettagli, per essere a prova di bomba. L’Olocausto appare come laguna di sangue isolata, nel mare cristallino della storia. Lo si guarda, a volte, con la presunzione dell’uomo moderno, che si reputa estraneo a certe cronache avvenute in epoche lontane.

Ucraina

Certo è che le dittature del Novecento hanno dispiegato il loro abbraccio di terrore ben aldilà dei campi di concentramento, e in stanze meno sontuose del palazzo del Reich. Ma nella memoria collettiva la crudeltà della Shoah sembra attirare a sé tutti i riflettori: altri pezzi di storia giacciono dimenticati. Questo per omertà, per disinformazione, per tendenza a concepire il nazifascismo come “pecora nera” in un mondo di santi, per losche manovre di potenti.

Facciamo un balzo indietro, e caliamoci nella Russia degli anni ‘30 del Novecento.

Josif Stalin, dittatore indiscusso dell’Unione Sovietica, porta avanti inarrestabile il suo regime politico. Secondo il progetto di Marx, l’abolizione della proprietà privata avrebbe dovuto scardinare quei rapporti di forza diseguali scaturiti dal monopolio dei mezzi di produzione in capo ai capitalisti. Il privato avrebbe dovuto cedere il posto al collettivo, per instaurare una società purificata dalle disuguaglianze. Ma così non è, tutto questo non era nei piani di Stalin: egli intendeva semplicemente rilanciare l’economia concentrando ogni risorsa sull’industria, marginalizzando l’agricoltura.

Monumento in memoria delle vittime dell'Holodomor a Kiev
Monumento in memoria delle vittime dell’Holodomor a Kiev

Era il 1927 quando Stalin decise che le terre dovessero essere unificate in cooperative agricole (Kokchoz) o aziende di stato (Sovchoz): i prodotti sarebbero stati consegnati al prezzo fissato dallo stato. In Ucraina i piccoli imprenditori agricoli, detti kulaki, erano di fatto la linfa del sistema economico e sociale.  Secondo la riforma della collettivizzazione, ogni contadino avrebbe dovuto cedere parte del suo raccolto e del bestiame.

Ma la resistenza dei kulaki ucraini fu strenua ed incrollabile, al punto che si preferì abbattere gli animali o bruciare i campi piuttosto che cedere ai ricatti del regime. Il mastino d’acciaio Stalin decise quindi di spezzare ogni tempra che non stesse alle sue regole. Non a caso, nelle “Questioni di Leninismo” del 1926, Stalin scriveva che fosse necessario “spezzare con una lotta aperta la resistenza di questa classe e privarla delle fonti economiche della sua esistenza”. Lo stesso disprezzo di un altro stratega fanatico e spietato (Aldof Hitler), che definiva le sue vittime come “non nomadi ma parassiti”. Insomma, è il pragmatismo machiavelliano che rende la morale ancella della ratio politica.

Ucraina

Inizia così una stagione di persecuzione e repressione violenta nei confronti dei kulaki ucraini, arrestati e deportati insieme alle loro famiglie nei gulag siberiani. Stalin dovette rendersi conto che era necessario imporre sanzioni più pesanti, che rendessero l’Ucraina una terra di manovrabili fantocci. Così Stalin informava vittorioso il primo ministro Churchill dell’accusa di ben 10 milioni di kulaki e che la “gran massa era stata annientata”.

Una speciale commissione, capeggiata da Vjaceslav Molotov, venne inviata in Ucraina per attestare che tutti si attenessero al piano. In poco tempo, tra divieti ferrei e rappresaglie violente delle “brigate d’assalto”, la campagna dell’Ucraina diventa un campo di sterminio a cielo aperto. Ma l’assassino è subdolo ed invisibile: la fame. Le derrate alimentari sono state tutte confiscate. Per i contadini, sfibrati e agonizzanti, non è rimasto nulla.

Ma di queste vittime nessuno (o ben pochi) commemora il ricordo, pochi sono i frammenti di testimonianza che resistono al tempo: perché persino la memoria ha i suoi prediletti. Anna Frank è l’eroina, l’angelo dalle ali tarpate, la ragazzina idealista a cui è stato strappato il futuro. Ma della ragazza affamata davanti alla porta di Kharkov, ritratta in una delle foto più famose dell’Holodomor, nessuno sa il nome. Di lei e di milioni di vite spezzate da dalla morte più insensata, la mortificazione della carne, il mondo si chiude a riccio in un mutismo selettivo.

Foto di Alexander Wienerberger
Foto di Alexander Wienerberger

“Un mio compagno di scuola smise di venire alle lezioni”, racconta Aleksandra I.Ovdijuk, contadina superstite  “dopo qualche giorno il maestro ci disse di andare a trovarlo. I vicini ci dissero di stare alla larga: era successa una cosa terribile. I genitori, impazziti per la fame, avevano ammazzato il nostro compagno, messo in pentola e lo avevano mangiato.”

 

Aleksandra A.Maslo, invece, racconta la scena truce di una famiglia dilaniata. Racconta che la madre lasciò morire il figlio malato per cercare di tenere in vita i figli ancora sani, sfamandoli con ciò che poteva. Il sacrificio le costò cara: finì per morire ella stessa d’inedia. Il pasto conteso non era altro che una singola barbabietola, divisa per un’intera famiglia.

Per prevenire la diffusione di informazioni sulla carestia e per arginare il prevedibile esodo degli ucraini sfibrati dalla fame, Stalin proibì i viaggi dalla regione del Don, dell’Ucraina, del Caucaso settentrionale e del Kuban. Le direttive affermavano che i viaggi “per il pane” non erano altro che complotti allo scopo di fomentare agitazioni nelle aree settentrionali dell’URSS. Intanto, le strade dei villaggi si affollavano di corpi denutriti e smorti. Stalin aveva imprigionato gli ucraini nella loro stessa regione.

Ucraina
La mietitura del 1933 evitò un ulteriore aggravarsi della carestia, ma ormai è tardi: Stalin ha vinto. Milioni di vite sacrificate, ma ciò che conta è che sia rimasto intatto il sistema delle fattorie collettive. Il partito è amico del popolo soltanto se questo sceglie di ubbidire.

L’Unione Sovietica ha ricordato la barbarie dell’Holodomor soltanto durante la perestroika (una stagione riformativa che coinvolse l’URSS negli anni ’80), più di cinquant’anni dopo.

Le stime restano ancora oggi contradditorie. Secondo gli studiosi, il novero dei morti si aggira tra i 3 e i 3,5 milioni. Si attesterebbe, difatti, che tra il 1932 e il 1933 la popolazione dell’Ucraina subì un drastico calo da 31 a 28 milioni di abitanti.  Il ministro degli esteri ucraino dichiarò alla 61esima assemblea delle Nazioni Unite che le vittime furono dai 7 ai 10 milioni, seppur molti reputarono avventata tale stima. L’Holodomor galleggia così su una palude di opinioni sconnesse, e un consenso internazionale che fatica a comporsi. Del resto lo stesso regime aveva comprensibilmente cercato di manipolare l’opinione pubblica sulla carestia, falsificando le scoperte. Per lungo tempo si diceva soltanto che la carestia fosse un naturale e sfortunato flagello naturale.

                                          Paesi che riconoscono ufficialmente l’Holodomor come genocidio

Oggi, la nebbia si è diradata, facendo riemergere le macerie del disastro. Il parlamento dell’Ucraina ha riconosciuto l’Holodomor come genocidio nel 2003, e nel 2006 ne ha criminalizzato la negazione. Molteplici sono le risoluzioni adottate in merito da diverse organizzazioni internazionali: nel 2008, il turno del Parlamento europeo. Attualmente, tuttavia, i governi di Germania, Francia e Italia non hanno singolar formalizzato tale riconoscimento. In Ucraina, la commemorazione dell’Holodomor è stata fissata al quarto sabato del mese di novembre.

Monumento in memoria delle vittime dell'Holodomor a Washington
Monumento in memoria delle vittime dell’Holodomor a Washington

Se la memoria è la più grande risorsa dell’uomo, capace di sopperire alla sua mortalità, allora tanto vale sviscerarla tutta, senza lacune né omissioni. Perché dietro quello che scegliamo di non ricordare c’è una vita che è stata schiacciata, c’è un sogno che è appassito, c’è un dolore che si è consumato nel silenzio, c’è la storia contaminata di un intero popolo. Dietro un genocidio il colpevole non è mai solo uno: a monte c’è un uomo che si crogiolava nella sua cupidigia, ignorando miserie lontane dai suoi egoismi, ma attorno c’è una fila di spettatori che hanno assistito inerti.

E ogni volta che scegliamo di negare, o di sottovalutare, non siamo diversi da chi, spietato, con una firma o un colpo di fucile o un gesto di violenza, ha decretato la condanna di gente innocente. E che allora la memoria sia la nostra bussola, perché gli errori del passato siano fari che illuminino le storture del presente.

Episodi come l’Holodomor ci aiutino a capire che non esistono gerarchie, non esistono morti più degne d’esser ricordate. Come così le stelle in cielo, ogni vita umana ha la sua dignità: e ogni volta che se ne spegne una, si crea una zona d’ombra, che non riavrà mai luce.

 

 

 

Pubblicato da Domenico Lubrano Lavadera

Sono Domenico, ho 19 anni e studio Giurisprudenza. Sono un sognatore idealista che nel tempo libero si improvvisa fotografo, scrittore e un po’ di tutto. Mi interesso particolarmente di diritti umani, e di quanto nella nostra società siano, spesso, tutt’altro che garantiti.

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