La malinconia che spera, che aspira e che cerca

La malinconia che spera, che aspira e che cerca

ARTICOLO DI MARIACHIARA BORRELLI DEL LICEO CAVOUR DI ROMA

 

Fino in fondo all’Ignoto per incontrare il nuovo!

Scavando nei meandri più profondi della propria mente e volgendo lo sguardo in direzione del passato si corre il rischio, spesso segretamente voluto, di imbattersi in una sensazione di strana felicità, costituita da passioni perdute e tormentati entusiasmi; ma, in realtà, la chiave per accedere ai ricordi non è sempre in nostro possesso. L’immensità di un cielo stellato, il brivido provato a seguito di un soffio di vento, un tramonto sulla nostra città preferita o persino una particolare melodia possono travolgere inconsciamente quelle barriere che l’uomo innalza per tutelare il proprio presente da un passato opprimente e idealizzato, evocando in noi memorie avvolte da un’aura di inviolabile sacralità.

«Il passato, a ricordarsene, è più bello del presente, come il futuro a immaginarlo. Perché? Perché il solo presente ha la sua vera forma nella concezione umana; è la sola immagine del vero; e tutto il vero è brutto»

Scrive così Giacomo Leopardi nello Zibaldone, fondendo la poetica del “vago e indefinito” con il recupero e la rimembranza di una fanciullezza ormai perduta; nulla, alla luce di ciò, ha più importanza del taedium vitae, cioè di quella stanchezza di vivere che assume l’essenziale ruolo di spingere l’uomo alla creazione di una nuova realtà la quale, attraverso l’immaginazione, possa condurlo verso un appagamento illusorio della sua volontà di infinito.

Malinconia e cultura

Tuttavia, non è indispensabile sfogliare chissà quanti libri di letteratura per individuare le tracce lasciate nel tempo dalla malinconia: ce ne parlano alla perfezione i volti dei personaggi ritratti da Sandro Botticelli, le atmosfere dei dipinti di Edward Munch e la figura di Michelangelo Buonarroti, massimo emblema dell’artista saturnino, immerso in un mondo di autentica inquietudine, che nelle sue “Rime” scrive: «La mia allegrezz’ è la malinconia».

Affermazione, quest’ultima, totalmente distante dall’angoscioso spleen del francese Charles Baudelaire, che invece lacera interiormente l’autore e lo rende consapevole di come la realtà costringa gli individui ad una vita solitaria e degradante. Ciò produce uno stato di melanconia, depressione e mania pura a cui è impossibile sottrarsi: emerge infatti, nelle opere dello scrittore, un malessere oscuro e disperato che lo perseguita provocando un profondo turbamento. Ne I fiori del male si legge:

«[…] la Speranza,

Vinta, piange, e l’Angoscia atroce, dispotica,

pianta, nel mio cranio riverso, il suo vessillo nero».

Questo stato d’animo frenante e limitante impedisce all’uomo di intravedere una via d’uscita e, consumando lentamente il suo conatus, porta con sé il rischio di una patologia a tutti gli effetti; è questo il motivo per cui bisogna essere fortemente coscienti dei due ugualmente rischiosi estremi tra cui è sospesa quella che i Greci chiamavano anticamente melancholía: realtà emancipatrice e sagoma opprimente.

La malinconia, sulla falsariga di Nietzsche e del suo Così parlò Zarathustra, deve essere per l’uomo un ponte tra i sopracitati eccessi, tra depressione e genialità, miseria e viva follia. Deve costituire il portale d’accesso per quel vago e indefinito leopardiano da cui egli è inevitabilmente attratto ma che non riesce mai, di fatto, a cogliere interamente; il tutto, senza però permettere che questa tensione infinita prenda il sopravvento e lo dilani silenziosamente. È proprio da quel necessario turbamento, infatti, che ha origine la pulsione vitale che stimola l’uomo a resistere attivamente in un presente insoddisfacente destinato anch’esso, un giorno, a diventare sorgente dissipante di malinconia.

Per concludere, vi lascio con una frase tratta dalle lettere di Van Gogh a suo fratello Theo, che esprime alla perfezione il bisogno immediato di malinconia nelle nostre vite:

«Invece di abbandonarmi alla disperazione, ho optato per la malinconia attiva, per quel tanto che mi consenta l’energia, in altre parole ho preferito la malinconia che spera, che aspira e che cerca a quell’altra che, cupa e stagnante, dispera»

 

Pubblicato da Giornalini scolastici

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