Il mito della verginità e la piaga del “Virginity Testing”

Il mito della verginità e la piaga del “Virginity Testing”

“Perdere la verginità”. Un’espressione, già di per sé, fuorviante. La perdita di qualcosa, infatti, rappresenta un evento traumatico per l’essere umano perché porta ad una privazione, ad un lutto. La perdita prevede un cambiamento inevitabile ed irreversibile, non dà la possibilità di tornare indietro e generalmente sfugge dalla volontà e dall’autodeterminazione del singolo. Dal punto di vista fisico e anatomico dovremmo parlare della rimozione di una parte del corpo o di una mutilazione.
È realmente ciò che avviene in occasione del primo rapporto intimo? No. La famosa “prima volta” non ci priva di nessuna parte anatomica. Nessun imene o frenulo penieno deve essere rotto, rimosso o definitivamente eliminato per poter dare il via libera alla propria vita sessuale con il o la partner o, ancor prima, per dare il via libera alla personalissima scoperta dei propri organi genitali. Il termine “verginità”, non a caso, non ha nessun significato dal punto di vista strettamente medico e scientifico.

Il peso culturale, sociale, religioso e politico derivante dal mito della verginità grava, da sempre, sul sesso femminile. Un mito costruito per controllare il corpo delle donne e la loro sessualità. Un imene intatto come “sigillo di garanzia” e come parametro di valutazione della dignità morale e quindi dell’accettabilità sociale di una donna. Un mito, però, costruito sulla base di un’immagine, più mentale che visiva, totalmente distorta e pertanto dannosa.
Eppure, la soluzione ce l’avremmo a portata di mano. Basterebbe servirsi di uno specchio e osservare ma nessuno ce l’ha mai insegnato. Nessuno ci ha mai incitate a curiosare. Ed ecco che l’idea che abbiamo memorizzato nella nostra testa diventa frutto di una narrazione.

La sola conoscenza della struttura anatomica dell’imene femminile riesce a distruggere le false credenze che ruotano, da secoli, attorno al concetto di verginità. L’imene, infatti, non è assimilabile ad un muro, ad un tappo o a qualsiasi altro oggetto in grado di chiudere, sbarrare e impedire l’accesso al canale vaginale. Se così fosse, il sangue mestruale e le normali secrezioni vaginali rimarrebbero intrappolati in vagina e non avrebbero alcuna via d’uscita. Quest’ultima è un’evenienza rara, che si verifica con una frequenza molto bassa (approssimativamente 1 caso ogni 1.000/10.000) ma che, in realtà, esiste. Si parla, in questo caso, di “imene imperforato”, un’anomalia congenita della vagina che costituisce un’ostruzione tra il canale vaginale, che risulta completamente ricoperto al suo ingresso, e l’esterno. Una condizione che generalmente richiede un intervento chirurgico per ristabilire artificialmente un orifizio, un’apertura.
Se ne deduce, quindi, che avere un imene imperforato non è la prassi.

L’imene: oltre la narrazione

Partiamo dalla terminologia. Il termine “imene” deriva da una parola greca, “hymén”, che letteralmente significa “pelle, membrana”. Nella mitologia greco-romana il dio Imeneo era il protettore dei riti nuziali e degli sposi e veniva invocato in segno di buon auspicio. Forse parlare di “membrana” potrebbe generare ulteriore confusione perché potrebbe indurci a pensare ad una sorta di pellicola che riveste e avvolge interamente l’introito vaginale. Dovremmo piuttosto immaginare che la porzione inferiore della vagina si pieghi alle sue estremità verso l’interno andando a ricopre parzialmente l’ingresso della vagina stessa, separando quest’ultimo dal vestibolo (la zona circoscritta e delimitata dalle piccole labbra). I tessuti imenali, costituiti da cute, mucosa, connettivo fibroelastico, vasi sanguigni e terminazioni nervose, sembrano non avere una funzione biologica specifica.

L’imene può presentare diverse forme e dimensioni ed anche spessore ed elasticità sono soggetti ad un’ampia variabilità tra donne. Non esiste una conformazione standard. Può essere presente, più comunemente, un unico foro, più o meno centrale, di forma anulare, semilunare, fimbriata o allungata (i. “labiato”) oppure possono essere presenti più fori come per gli imeni bi o trifenestrati e cribrosi. Ma sono stati documentati anche casi in cui l’imene era totalmente assente dalla nascita.

Inoltre, le caratteristiche di uno stesso imene possono modificarsi nel corso della vita, sotto influsso ormonale, con la masturbazione, dopo un parto spontaneo. In ogni caso, modificarsi non vuol dire rompersi. Motivo per il quale non è detto che una donna “vergine” non possa utilizzare assorbenti interni oppure sottoporsi ad una visita ginecologica.
L’imene può lacerarsi e sanguinare se sottoposto a traumi meccanici. Sì, ma non è questo il punto di tutta la questione. Il problema è quello di aver strumentalizzato il sanguinamento come prova inconfutabile che una donna non avesse mai avuto rapporti penetrativi prima di allora. Sarà capitato a molti di aver sentito parlare di come in alcune realtà fosse tradizione esporre il lenzuolo della prima notte di nozze, macchiato di sangue, per attestare che la sposa fosse arrivata al matrimonio “pura”, “intatta”, anche per dare garanzia all’uomo che la prole futura fosse di sua appartenenza.

Conseguenze a breve e lungo termine del virginity testing (OMS)

Il sanguinamento, come il dolore, non è mai una regola scritta. I fattori in gioco sono molteplici: caratteristiche dei tessuti, lubrificazione, precedenti stimolazioni o esplorazioni, contrazione o rilassamento dei muscoli del pavimento pelvico (le strutture che sorreggono in basso e a mo’ di coppa gli organi pelvici). Quella narrazione farlocca che si aggira attorno al mito della verginità ha prodotto una serie di luoghi comuni che, da una parte, vedono il sanguinamento come la conditio sine qua non per decretare l’ufficialità del primo rapporto e, dall’altra, presuppongono la presenza indispensabile di un pene. Se si riuscisse ad abbattere quella rigidità di pensiero con la quale pretendiamo di definire il comportamento umano anche nel sesso, la “prima volta” assumerebbe un valore del tutto soggettivo, essendo legata al personale vissuto dell’individuo e non ad una meccanica penetrazione (come se poi l’approccio al sesso si riducesse a quello). E perché no, magari ci libereremmo finalmente da quelle aspettative sociali che tanto ci condizionano.

Il “Virginity Testing”

È del 2018 un documento dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, condiviso anche dall’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani e da UN Women, che condanna la pratica del “Virginity Testing”, conosciuto anche come “two-finger testing”. Trattasi di un’ispezione e di un’esplorazione con due dita (“two-finger”) degli organi genitali, effettuate allo scopo di testare, appunto, se la donna abbia avuto o meno rapporti vaginali. L’International Society for Sexual Medicine (ISSM) spiega che l’esaminatore può essere un medico ma anche un leader della comunità o un membro delle forze armate. In alcuni paesi fa parte degli accertamenti medici previsti per i casi di stupro. Ne abbiamo testimonianze documentate in Afghanistan, Brasile, Egitto,
India, Indonesia, Iran, Iraq, Giamaica, Giordano, Libia, Malawi, Marocco, Territori Palestinesi Occupati, Sud Africa, Sri Lanka, Swaziland, Turchia, Zimbabwe, Regno Unito, Irlanda del Nord, Belgio, Canada, Paesi Bassi, Svezia e Spagna. Nel contesto europeo tale pratica è correlata ai fenomeni migratori. Lo scorso settembre, in Francia, si è aperto un dibattito sul tema che ha creato una netta divergenza di opinioni tra governo e medici ginecologi francesi, relativamente ad un disegno di legge che prevedeva il divieto di rilasciare certificati di verginità e conseguenti sanzioni penali annesse.

La richiesta dei certificati di verginità, anche se non così diffusa, è da ricondurre alla presenza di famiglie appartenenti alle comunità islamiche che per tradizione potrebbero voler attestare la verginità di figlie o future mogli prima del matrimonio. La posizione dei medici, in contrasto con la proposta del Ministro dell’Interno Darmanin, non vuole mettere in dubbio l’illogicità dei certificati ma vuole continuare a tutelare le donne che si recano in studio, mantenendo un’occasione di dialogo e sostegno. Privarle di quel pezzo di carta potrebbe metterle in una condizione di estrema vulnerabilità e non si risolverebbe il problema dalla radice.

L’illegittimità di questo test nasce dalla dimostrazione della totale assenza di evidenze medico-scientifiche che possano in qualche modo supportarla poiché le caratteristiche di un imene, di per sé, non lasciano alcuna prova o traccia di eventuali rapporti fisici avvenuti in precedenza. In numerose società patriarcali è utilizzato come strumento di oppressione e controllo nei confronti di donne e ragazze, anche minori, il cui valore sociale viene giudicato sulla base del loro comportamento sessuale.

La violenza legata alla pratica del “Virginity Testing”, che nella maggior parte dei casi non è consensuale, può avere conseguenze sia a breve che a lungo termine sulla salute e sull’integrità fisica e psichica della donna che lo subisce. Per non parlare dei numerosi diritti violati, tra cui il diritto alla vita. Per alcune donne la positività al test segna un destino di morte. L’OMS individua nelle donne vittime di violenza sessuale, attiviste politiche, detenute e prigioniere le categorie maggiormente a rischio. Le dichiarazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità vogliono urlare a gran voce la necessità di proibire ed eliminare definitivamente i test di verginità.
Serve un’azione globale, condivisa, che coinvolga professionisti della salute, governi e comunità.
Perché l’ignoranza, a volte, semplicemente porta a credere ad infondate dicerie popolari senza recare alcun danno. Altre volte, invece, diventa pericolosa e può arrivare a rappresentare un grave e serio rischio per l’incolumità della persona.

Pubblicato da Martina Zazza

Classe 1997. Sono un’ostetrica che crede fortemente nel bisogno di fare continua divulgazione scientifica e buona informazione per migliorare l’approccio delle persone alla propria salute sessuale e riproduttiva. Odio i tabù legati alla sessualità quindi scrivo per abbatterli.

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