Privilegio e clandestinità: libertà e diritto all’aborto nel mondo

Privilegio e clandestinità: libertà e diritto all’aborto nel mondo

Libertà. Quante volte ne sentiamo parlare; quante volte ascoltiamo discorsi infarciti con parole che ne sono sinonimi o pretendono di esserlo, senza però affrontarne il significato in tutti i suoi aspetti.

Perché spesso “Libertà“, quella con la “L” maiuscola, è indissolubilmente legata al “diritto“, in tutte le sue sfaccettature. Quando quest’ultimo viene a mancare, per una carenza dell’ordinamento o per la repressione di coloro che lottano per farlo valere, manca la libertà. E chi viene colpito, nella maggior parte dei casi, sono le minoranze o gli invisibili. Ma se gli invisibili, in questo caso particolare, dovessero essere le invisibili? Una “categoria” che minoranza non è affatto.

Una delle tematiche, se non la tematica più complessa sul piano etico e morale, è sicuramente l’aborto: discusso per diverse ragioni, tali da creare dibattiti spesso inconcludenti da parte del mondo scientifico e politico. Interrompere una gravidanza indesiderata per una donna è una decisione e un momento intimo, personale e doloroso. Tuttavia, il tema è costantemente al centro delle discussioni pubbliche, con decisioni disomogenee in tutto il mondo: è di poco più di due settimane fa la decisione dell’Arkansas di rendere illegale l’aborto con pene drastiche; mentre diametralmente opposta è la situazione in California, negli stessi Stati Uniti, che ha annunciato che entro il 2023 renderà gratuito l’aborto farmacologico per tutte le studentesse universitarie.

Una questione mondiale diversificata

Secondo un sondaggio di Ipsos Global Advisor, condotto nel 2020 su circa 17.500 uomini e donne di 25 paesi diversi, il 70% degli adulti di tutto il mondo crede che l’aborto debba essere consentito. La maggior parte di essi ritiene che lo debba essere ogni volta che una donna lo richieda. Nonostante i dati riportino la posizione favorevole all’aborto di popolazioni dalla cultura differente, la situazione è molto diversa quando si analizza la legislazione delle singole nazioni.

A livello mondiale l’aborto è illegale in una minoranza di stati, soprattutto facenti parte dei paesi in via di sviluppo, tale da provocare ancora molti morti a causa degli aborti clandestini. Di 56 milioni di aborti che avvengono annualmente in tutto il mondo, circa 25 milioni (45%) si verificano in condizioni non sicure. Clandestinità, ecco la parola che più di tutte si distacca dalla completezza dell’ordinamento in circostanze come questa; laddove non si ha disponibilità di dati, non si ha notizia di come i singoli Stati si occupino della questione.

In India, nel tentativo di aumentare la popolazione a cavallo fra il XX e il XXI secolo, l’aborto è stato totalmente disincentivato, proponendo come sostituzione quello selettivo del sesso femminile, nel tentativo di formare una società standardizzata secondo il dettame governativo. A tal proposito dal 1994 sono stati vietati gli esami prenatali che permettono di conoscere il sesso del nascituro. Tuttavia sono molti i medici disposti ad ignorare la legge, anche perché raramente viene comminata una pena ai trasgressori. Anche per questo ha fatto scalpore l’arresto di un medico, Anil Sabhani, che ha praticato nel 2006 un aborto selettivo di un feto di sesso femminile.

In Cina, differentemente, si è recentemente tentato di legiferare contro l’aborto selettivo, ma senza giungere in alcun modo a risultati concreti: è considerato diritto della donna conoscere il sesso del nascituro ed è estremamente facile corrompere un medico per effettuare un aborto.

L’etica religiosa

Guardando ai dati mondiali, è interessante evidenziare come WHO stimi che globalmente il 55% degli aborti avviene in condizioni di sicurezza, il 34% in condizioni di minor sicurezza e il 14% in condizioni di bassa sicurezza. Questi ultimi avvengono nel 99% dei casi in Asia, Africa e America Latina, ovvero nei Paesi con maggiori limitazioni legislative inerenti all’aborto. Tali limitazioni, nella maggior parte delle situazioni, riguardano le regolamentazioni a stretto contatto con la tradizione religiosa del luogo.

Un esempio lampante è l’Islam, religione di Stato in paesi come Egitto, Palestina e Giordania, dove i divieti sono rigidi e le pene svariate. Il mondo musulmano ritiene che il feto riceva l’anima solo dopo 120 giorni dal concepimento; tuttavia anche l’embrione è ritenuto degno di rispetto. Per questo l’aborto in generale non è consentito, ma alcune scuole fanno salvi i casi di stupro e di problemi di salute della donna incinta; ma, in ogni caso, dopo il quarto mese è considerato un omicidio a tutti gli effetti. Nel mentre la Tunisia è stata in grado di legiferare sull’aborto modificando la Carta del 1913.

E la posizione tradizionalista

Nell’universo cristiano, la Chiesa Cattolica è stata a lungo divisa, soprattutto riguardo la considerazione del feto come essere vivente. Il mondo più conservatore della comunità ecclesiastica si è da sempre schierato contro il diritto all’aborto, portando diversi esponenti dell’intera cristianità in manifestazioni “pro-life“, definendo l’aborto un delitto.

Dove solitamente non arriva l’aspetto tradizionalista religioso arriva la politica, in ogni parte del mondo. Facendo leva sul senso nazionale più conservatore, sono tanti i governatori e i politici al potere ad aver espresso indicazioni contrarie all’aborto, a tratti da sembrare vere e autentiche crociate; il tutto nel tentativo di familiarizzare con l’ala più conservatrice del paese, che il più delle volte conferisce al termine “etica” uno pseudosignificato con cui valorizzare le proprie tesi. Esempi pratici oltreoceano sono, in Texas, il parlamentare repubblicano Bryan Slaton, che ha presentato una proposta di legge shock che consentirebbe di condannare a morte le donne che abortiscono.

Uno show horror che non manca anche nel vecchio continente. L’Europa, nell’ultimo decennio, contrassegnato dal vocabolo “sovranismo“, ha visto emergere leader del calibro di Viktor Orban che ha respinto la Convenzione di Istanbul sulla violenza domestica, completando l’opera di estremizzazione del conservatorismo nell’unico Paese dell’Unione a cui viene concessa la libertà di far piazza pulita dei diritti civili.

La situazione in Italia

In Italia la legge che regola l’accesso all’aborto esiste ed è la Legge 22 maggio 1978, n. 194, approvata dal Parlamento dopo vari anni di mobilitazione per la decriminalizzazione e la regolamentazione dell’interruzione volontaria di gravidanza. Tuttavia, la limitazione più grande riguarda i ginecologi obiettori di coscienza, che sono circa il 68,4%, gli anestesisti il 45,6% e il personale non medico il 38,9%.L’obiezione di coscienza indica la possibilità di rifiutare di ottemperare a un dovere, imposto dall’ordinamento giuridico, da parte di chi ritiene gli effetti che deriverebbero dall’ottemperanza contrari alle proprie convinzioni etiche, morali o religiose.” In sostanza consente, l’opportunità di rifiutarsi di intervenire con trattamenti che siano contro i loro principi.

In questo scenario una donna per abortire può trovarsi nella spiacevole situazione di dover percorrere distanze notevoli e subire lunghi tempi di attesa, rischiando di oltrepassare il limite di 90 giorni previsto dalla legge. E come si può interrompere una limitazione simile? All’approvazione della legge 194, nel 1978, era comprensibile un quantitativo simile di medici obiettori; tuttavia ad oggi, dopo oltre quarant’anni appare inaccettabile l’impreparazione o il rifiuto di un medico di operare in un simile campo. Dopotutto, “un cristiano ortodosso che considera immorale prelevare organi dai cadaveri non si specializza di certo in trapianti.”

Ad ogni modo le problematiche relative alla suddetta legge trovano riscontro anche in altri ambiti. Ambiti emersi dopo i richiami all’Italia da parte della UE proprio sul tema della pillola RU486, somministrabile anche nei consultori familiari e non solo in ambito ospedaliero, favorendo così la pratica abortistica, evitando code e limitando il trauma, soprattutto in fase adolescenziale. Negli ultimi due anni, regioni come Abruzzo, Marche, Umbria, Lombardia e Piemonte hanno deciso di remare contro le linee guida nazionali, impedendo così un diritto di grandissima importanza: quello all’autodeterminazione.

Il quadro mondiale fa tornare all’inizio della questione: spesso il diritto all’aborto è concesso, ma costretto ad attraversare terreni ostici per vedersi applicato. La stessa pandemia di CoViD-19 ha ulteriormente aggravato la situazione. La possibilità di ricorrere all’obiezione di coscienza è abusata da parte dei medici, per ragioni non sempre considerabili e ritenibili come “etiche“; del resto, non è molto etico rifiutarsi per poi convincere la suddetta ragazzina spaventata ad andare in una clinica privata, per guadagnarci il triplo.

Ed è qui che probabilmente il cerchio si chiude. La Libertà, quella vera, si raggiunge soltanto superando queste difficoltà, questi ostacoli. Soprattutto per una “categoria” sulla quale la visione è ancora così arretrata; visione per la quale vale la pena combattere per estirpare il negativo, così da rendere la vita un percorso verso la ricerca della Libertà.

Pubblicato da Gabriele Rapisarda

Studente alla facoltà di Scienze Politiche a Roma Tre. Interessato a politica e attualità, amante di tecnologia e affascinato dalla musica jazz. Ho sempre utilizzato il web per esprimermi come blogger e podcaster. Intraprendente, ambizioso e mai arrendevole.

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