Quando l’amicizia grida in silenzio: Il bambino con il pigiama a righe

Quando l’amicizia grida in silenzio: Il bambino con il pigiama a righe

“Non è facile, ma dovrai dire addio ai tuoi amici”

Come può un bambino di nove anni accettare queste parole? Come si può concepire la parola addio in relazione a quell’amicizia che mai vorremmo perdere?

Bruno, nove anni e futura carriera da esploratore, questo non lo sa. O meglio, non lo sapeva prima di lasciare Berlino per trasferirsi ad Auscit (Auschwitz) a causa del lavoro del padre. Non lo sapeva prima di scoprire la solitudine e di affacciarsi curioso alla finestra. Non lo sapeva prima di conoscere Shmuel, e di capire che forse il mondo non si ferma dietro al cortile di casa sua.

A nove anni il mondo è ancora un mistero da scoprire. Conosci a malapena il nome di un paese diverso dal tuo, riconosci a stento il bene dal male. Gli amici che hai sono quelli che ti accompagneranno per tutta la vita, i genitori ti possono fare paura, ma sono pur sempre genitori, miti che non possono scendere dal piedistallo.

Poi la Vita cambia le carte in tavola e dimostra che forse le cose non vanno proprio così. E allora si capisce che forse il mondo è molto più grande della propria città. Che forse l’Amicizia è veramente “del cuore” e “per sempre”; ma il più delle volte gli amici in sé passano, spesso senza che nessuno se ne renda conto. E soprattutto che i genitori sono umani, proprio come i figli. E in quanto tali possono sbagliare, perdere il controllo, scegliere liberamente di non perseguire il bene. Insomma forse a nove anni il mondo non lo conosci abbastanza, neanche se sogni di fare l’esploratore.

“Non è detto che un uomo sia un astronomo perché di notte si mette a fissare il cielo, lo sai?”

E così, in poco più di dodici mesi Bruno, che ha nove anni ma ne dimostra sei, cresce molto più di quanto dovrebbe. Impara che al mondo esistono ingiustizie più grandi del non poter giocare fino a sera o del non poter tenere la luce accesa; che una casa, per quanto “piccola” e di campagna, sarà sempre meglio di una baracca. Si rende conto che, forse, nonostante la noia e la rabbia, è un bambino fortunato. Conosce il valore del pianto, della paura, della lealtà. Capisce che essere uomini, non vuol dire essere imperturbabili. Per la prima volta sente dentro di sé il reale significato della parola “casa”.

“…noi torniamo a casa”. Disse casa, ma non sapeva più dove fosse la sua”

Scopre che anche gli altri sono persone e hanno dei sentimenti, delle idee, una storia e un passato. Proprio come lui. E che un incontro è solo un puntino, fortuito o meno, nella storia di ognuno di noi. Gli altri esisteranno comunque, prima e dopo il percorso fatto insieme.

“Certe persone quando sono tristi non desiderano che qualcuno ne chieda loro il motivo. Certe altre danno spiegazioni spontaneamente, e certe infine non smettono di parlare per mesi.”

Bruno questo lo sa già quando, al termine di un’esplorazione che sembra destinata a fallire, incontra per la prima volta lo sguardo di Shmuel. Un bambino come lui, nato il 15 aprile 1934 proprio come lui. Le uniche cose che sembrano separarli sono l’alto reticolato di filo spinato e i loro abiti. Uno è ben vestito, con un gilet e i pantaloncini nuovi; l’altro, pallido ed emaciato, indossa un largo pigiama a righe con una stella a sei punte cucita sulla manica.

Scena del film “Il bambino con il pigiama a righe” 2008

All’inizio nessuno dei due sembra capire il mondo dello sconosciuto che si trova davanti.
Come può qualcuno stare in pigiama tutto il giorno? Come si gioca all’interno del reticolato? Si chiede Bruno.
Come può un bambino così buono essere figlio di un soldato? Perché tutti i giorni viene da me nonostante si metta in pericolo? Si chiede Shmuel.

Tra una domanda e l’altra, un racconto e un ricordo, ciò che veramente importa è che tra i due nasce una di quelle complicità  di cui tutti avremmo bisogno. Un’amicizia fatta di silenzi, parole dette e non-dette, frasi lasciate a metà. Un’amicizia di merende condivise e sogni nel cassetto. Un cassetto che potrebbe non aprirsi mai. Incontri consumati tra strette di mano e abbracci mancati. Ma anche di angosce, paure, preoccupazioni: perché l’Amicizia, quella con la A maiuscola, è proprio così. Non basta più fare guai insieme, non basta più correre per le stradone dietro casa. Si comincia ad avvertire il forte e inspiegabile bisogno di prendersi cura dell’altro. In cui basta uno sguardo per capirsi senza spiegazioni. Un po’ come quella che ci racconta Saint-Exupéry nel suo libro “Il piccolo principe”.  Anche se questa non è una favola.

“Ci vediamo qui domani alla stessa ora, come sempre”

La loro storia sembra quella degli innamorati nei grandi cliché: l’amore proibito consumato di notte, al buio, lontano dal mondo e dagli sguardi indiscreti.
Ma questa storia di romantico ha ben poco. Perché il luogo di incontro tra Bruno e Shmuel è l’angolo inosservato di un campo di concentramento. La loro amicizia si consuma tra il filo spinato. I loro appuntamenti sono scanditi da orari e riti precisi, perché un passo falso metterebbe in pericolo le vite di entrambi. Perché intorno a loro imperversa la crudeltà del regime del “Furio”, di un sistema di cui Bruno inconsapevolmente è chiamato a far parte e al quale, di fronte ad un bivio, decide di ribellarsi.

Non credo che mi sia permesso” “Probabilmente non ti è permesso neppure di stare qui tutti i giorni a parlare con me. Però lo fai lo stesso, no?”

Perché Shmuel, Pavel e le loro famiglie sono “Persone” proprio come lui. Perché quel bambino, anche se è “un ebreo” ha curato per primo la sua solitudine.

“Si accorse di stringere ancora la mano di Shmuel. Nulla al mondo lo avrebbe persuaso a lasciarla”

Con un romanzo semplice, toccante e senza troppe pretese, John Boyne racconta l’orrore di quegli anni attraverso una storia di straordinaria sincerità. Senza nascondere nulla del dolore e della crudeltà dell’argomento trattato, lo dipinge con nuovi colori e nuove tinte sfumate, mostrandoci quel lato di storia che oggi non vediamo, ma che sicuramente è esistito. Mostrandoci che, forse, in mezzo a tutto quell’odio, è esistito un bambino tedesco, magari nato da una famiglia nazista, che, forse senza saperlo, è diventato amico di un bambino ebreo, accogliendolo nel suo mondo. Ricordandoci che il Bene, quello vero, si nasconde nei meandri della realtà e non ha bisogno di farsi vedere da tutti, non necessita di gesti plateali. Gli basta gridare in silenzio e arrivare al giusto destinatario.

E la storia di Bruno e di Shmuel ci ricorda proprio questo. Sembra quasi volerci rassicurare.
Tranquilli, un Amico esiste per tutti” ci sussurra.
E sei fortunato se lo incontri, anche se lo conosci nel dolore.
Ma nessuno dovrebbe trovare il proprio davanti ad un recinto come questo.
Perlomeno, ci dice Boyne, “Non oggi”.

 

 

Pubblicato da Chiara Gerosa

Appassionata di poesia, letteratura e cinema. E di scrittura, ovviamente! Collaboro per la sezione cultura di Zeta. Metto in campo impegno, curiosità ed entusiasmo, fiduciosa in una comunicazione che vada al di là della notizia. Credo nella libertà di pensiero e di espressione.

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