Perché Conte leader sarebbe l’ennesima sconfitta del M5S

Perché Conte leader sarebbe l’ennesima sconfitta del M5S

Nelle ultime settimane il nome di Giuseppe Conte è tornato a circolare in ambito politico nonostante la sua uscita di scena da Presidente del Consiglio e il ritorno alla cattedra di Firenze. Se ne è parlato in orbita M5S per chiamate e incontri che l’avvocato avrebbe avuto con Grillo e in generale con le alte sfere del movimento. L’obiettivo di Grillo e Di Maio, com’è noto, è quello di portare ufficialmente Conte tra le fila del Movimento e farne il capo politico per riempire il vuoto di potere creatosi dopo le dimissioni di Di Maio e mai risolto.

La notizia, non solo ha fatto impennare nei sondaggi le preferenze dei grillini di 6,2 punti percentuali portandole al 22%, ma ha anche indebolito il PD di un 4,3%.

Giuseppe Conte

La fragilità della leadership

Quello della leadership è un tema delicato nella politica odierna, soprattutto a sinistra. Storicamente la Sinistra è quella delle scissioni e delle correnti. È l’ala ideologica in cui spesso il segretario di partito conta meno delle correnti interne di altre figure di spicco, basti vedere i casi di PD e 5 Stelle. Nel primo caso i dati dicono che in 14 anni il Partito Democratico ha cambiato ben 7 segretari di partito e che l’esito delle primarie, crolla puntualmente dopo un paio di anni di scricchiolante e incerta gestione.

Ultimo caso le dimissioni di Zingaretti di qualche giorno fa dopo due anni passati a tenere insieme i pezzi di un partito che, per spirito di sopravvivenza, si è reso invertebrato per potersi adattare a qualsiasi contesto gli permettesse di stare al governo. Due anni alla guida di un partito che ha rinunciato al proprio scheletro ideologico, alla corazza etica e morale democratica per poter essere abbastanza flessibile e fluido da trovare punti in comune con chiunque passasse nei dintorni di Palazzo Chigi. Tra questa perdita di identità e la leadership del partito c’è un complesso rapporto di influenza reciproca cui risultato è un tale crollo del consenso e della fiducia che un solo uomo (non politico) può da solo togliere 4 punti percentuali al più grande partito di sinistra del paese.

È proprio la figura di Conte la chiave di lettura del problema di leadership del Movimento 5 Stelle di cui parlavamo prima. Il Movimento nasce come partito acefalo, dichiaratamente senza un leader perché guidato esclusivamente dal popolo. In questo periodo nasce il famoso “uno vale uno”, lo slogan che racchiude l’ideologia pentastellata dell’antipolitica per cui non è la leadership che conta ma il programma. Che non è di un volto, di una figura di cui la politica ha bisogno ma di idee. E hanno ragione. In questo l’antipolitica era molto più vicina alla politica di quanto non lo fossero i partiti.

5 Stelle e realtà politica

Ma l’uno vale uno dura poco. Nel 2017, per la campagna elettorale il movimento capisce che ha bisogno di una figura di riferimento, anche se formale. La votazione sulla piattaforma online indica Luigi Di Maio come capo di partito. Questo evento apre ufficialmente la stagione del bipolarismo istituzionale pentastellato nel disperato tentativo di conciliare l’integerrima identità di partito con la realtà politica aspramente criticata. L’elezione dei 5 Stelle e i conseguenti tentativi dell’antipolitica di diventare politica mantenendo i precedenti ideali frammenta il Movimento, indebolendolo. Si creano due correnti che incarnano le due anime del Movimento: l’ala Di Maio, ossia l’antisistema che diventa sistema, il popolo che diventa “casta”; e l’ala “Di Battistiana” vale a dire lo spirito puro e immacolato delle origini, la parte di chi anche al governo vuole fare opposizione, di chi non riesce a conciliare lo spirito delle origini con politica reale.

Dopo tre anni Di Maio si dimette da capo di partito. Si apre nuovamente la questione di leadership e il Movimento decide di puntare su Vito Crimi al quale Di Maio passa il testimone. Crimi doveva essere una sorta di traghettatore in vista degli “Stati Generali”, ovvero un’altra votazione sulla piattaforma online per decidere il futuro del Movimento dopo due anni, a quanto si evince dai sondaggi, politicamente disastrosi.

Stati generali e Giuseppe Conte

Dalla votazione si ha un mezzo responso, i grillini decidono di reinterpretare “l’acefalismo” iniziale in chiave politica. Si passa sostanzialmente dalla Res Publica dell’uno vale uno ad un’oligarchia composta da un direttivo di cinque persone. Questi stati generali, tenuti il 15 novembre, dovevano essere la soluzione per risolvere rapidamente il problema della leadership. Sono passati quasi quattro mesi e non si sanno ancora i nomi dei componenti dell’organo collegiale né se si realizzerà effettivamente questa ipotesi data, appunto, l’inaspettata popolarità di Giuseppe Conte.

Pur avendo quindi deciso di costituire un organo di persone che dettino la linea di partito per opporsi alla classica struttura partitica piramidale ecco che tutto crolla di fronte ad un volto da 6 punti percentuali. Ancora una volta sembra che l’ideologia ceda il passo alla realtà, che l’anima dei 5 Stelle sia incompatibile con la realtà politica e che venga però messa da parte la prima in favore della seconda. Dopo aver deciso di riconciliare i precetti iniziali delle “idee al centro della politica” con le dinamiche politiche reali ecco che un’opportunità favorevole mette tutto in discussione. Di nuovo, il piatto della bilancia viene fatto pendere verso ciò che si era ferocemente attaccato e ripudiato perché più conveniente.

Conte leader

Giuseppe Conte leader di partito del M5Stelle è l’ennesima contraddizione del partito di Grillo, l’ennesima sconfitta di un partito che si è indebolito con le sue stesse mani. La disfatta di un movimento che si è costretto ad un’impasse in cui ogni passo è una scelta tra fare politica e rimanere fedele alla propria immagine.

In questi giorni risuonano con maggior forza le parole che Conte, in una delle prime apparizioni pubbliche, disse raccontando del primo contatto con Di Maio: “per onestà devo dirvi che non vi ho votato. E non posso definirmi neanche un simpatizzante”.

Eppure ecco che le parole di Grillo “chi non ci crede vada fuori dai…” sfumano nel tempo, svaniscono di fronte ad un ghiotto 6%. Come per molti altri partiti, il primo nemico del movimento è esso stesso. Il primo a svendere le proprie convinzioni in favore, spesso, di ciò che il giorno prima aveva negato. È, purtroppo, l’ennesimo colpo autoinferto dei 5 Stelle, l’ennesima sconfitta della politica delle idee.

Pubblicato da Marco Barone

Classe 1998, vicedirettore. Ho studiato psicologia al liceo, frequento il terzo anno di scienze politiche alla statale di Milano. Appassionato di libri, cinema, scrittura e cucina, cerco di leggere e capire il mondo perché è l’unico modo per cambiarlo.

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