Il Brasile di Lula: ascesa, discesa e redenzione del rivale di Bolsonaro

Il Brasile di Lula: ascesa, discesa e redenzione del rivale di Bolsonaro

Lula

Luiz Inácio da Silva nasce affacciato sull’Oceano, nello stato brasiliano del Pernambuco, nel ‘45. A soli 12 anni comincia a lavorare.
A 19 perde il mignolo sinistro mentre è operatore di pressa in una fabbrica di automobili e proprio in quel periodo inizia a interessarsi ai diritti dei lavoratori.

Sono gli anni Sessanta: la dittatura militare in Brasile tiene sotto scacco la politica e la stampa, tortura i dissidenti e cancella i sindacati con l’appoggio degli Stati Uniti. Luiz Ignàcio da Silva è un ventenne di Sinistra, sindacalista in un Brasile senza diritto di parola. Luiz Ignàcio è, da adesso, anzi da sempre, e per tutta la vita, Lula.
Lula è il suo soprannome di bambino, frutto della ripetizione del suono “Lu”(iniziali di Luiz).
Arriverà addirittura a renderlo suo nome legale, così da poterlo usare per candidarsi alle elezioni del 1982 come governatore dello Stato di San Paolo. Luiz Ignàcio da Silva è poco conosciuto.
Ma Lula, al contrario, è abbastanza celebre da essere eletto prima a San Paolo e poi, nel 1986, al Congresso Brasiliano.

“Dalle stalle alle stelle”

All’alba degli anni Novanta, Lula è marito, amante e padre, più volte, fuori e dentro il matrimonio.
Ma soprattutto è uno degli uomini politici più in vista del Brasile.
È il 1989 quando si candida per la prima volta a presidente. Le sue origini come sindacalista non si smentiscono e Lula conquista il favore di una consistente porzione del Paese. Ma le classi sociali più alte, i banchieri e gli imprenditori, non hanno simpatia per il suo programma elettorale e, con l’aiuto dei media, avviano un’opera di boicottaggio.
I dibattiti televisivi che lo coinvolgono vengono censurati; poi il turno dei brogli elettorali, che terminano con la sua sconfitta.
Vincerà le elezioni presidenziali nel 2002, dopo svariati tentativi e a più di 15 anni di distanza dalla sua prima candidatura.

Ma qualcosa si perde per strada.
Il sindacalista 20enne con un dito di meno alla mano sinistra, che voleva sradicare la fame e difendere i diritti dei lavoratori, è ora Presidente del Brasile per la seconda volta.
Quando viene rieletto nel 2006, poco rimane dell’operaio rivoluzionario. Le idee di drastico cambiamento sociale si sono smussate, così da prendere l’aspetto di un atteggiamento riformista più moderato.
Cambia la legislazione brasiliana in tema di lavoro, giustizia, pensione e diritti sociali.
La classe media cresce, includendo il 54% della popolazione brasiliana.
Le politiche ambientali sono promettenti quando, finalmente dopo anni, la deforestazione diminuisce.
Uno dei suoi meriti più consistenti, additato come mero mezzo elettorale, è Bolsa Familia: un programma di welfare che aiuta le famiglie brasiliane in stato di povertà e che permette la crescita dell’indice di sviluppo umano del 13%.

“Dalle stelle alle stalle”

Il colpo di scena in una narrazione apparentemente positiva arriva nel 2016: la maxi inchiesta Lava Jato.
Lula viene accusato di corruzione e riciclaggio. Ha concesso consistenti appalti all’azienda di costruzioni Oas contro pagamento in case e denaro. Lui, che è nato affacciato sull’Oceano, si è fatto comprare in cambio di un attico sul mare brasiliano di Guaruja. Nell’aprile 2018 si consegna volontariamente alle forze dell’ordine.
Luiz Ignacio da Silva è un sindacalista ventenne con tutte le intenzioni di cambiare il mondo.
Ma poi, con il tempo, la politica, la ricchezza, tutto ciò che è rimasto è il politico 70enne Lula, con un attico sull’Oceano e una condanna di 12 anni da scontare.

Facciamo un salto in avanti al 2021: Bolsonaro, in carica dal 2019, quasi si avvicina ai dittatori militari che Lula ha conosciuto bene cinquant’anni fa.
Bolsonaro spende parole di apprezzamento per la dittatura e suscitando le accuse di essere neofascista e una minaccia per i diritti umani, ostico alle donne, gli omosessuali e al voto.
Soprattutto, Bolsonaro governa un cimitero a cielo aperto dato che non prende provvedimenti per il Covid e lascia morire 2000 persone al giorno.
Nonostante la minaccia di interdizione, rimane incollato alla sua poltrona.
Eppure, proprio in questi giorni, l’ennesimo colpo di scena: Lula viene scagionato dalla Corte Suprema.

Si grida al complotto. Sergio Moro, il giudice che condannò Lula, lo avrebbe fatto per impedirgli di vincere le elezioni al tempo imminenti. In tal caso Lava Jato sarebbe il più grande scandalo giudiziario brasiliano di sempre.
E adesso? Si grida al duello. Lula potrà fronteggiare Bolsonaro, lo stesso da lui definito “troglodita”, alle elezioni del 2022.

Come il protagonista di un romanzo, Lula attraversa la storia del Brasile da povero e da ricco, da sindacalista e da politico, da operaio 20enne e da Capo di Stato, da giovane idealista e da anziano corrotto.
E come nel più classico dei romanzi, gli è concessa un’ultima possibilità.
Ma questa volta, se Luiz Inàcio da Silva vorrà trionfare, a vincere dovrà essere il sindacalista 20enne con un dito in meno alla mano sinistra e tutte le intenzioni di cambiare il mondo. Dovrà essere Lula.

 

Pubblicato da Giulia Matarazzo

Giulia Matarazzo, classe 2000. Studio Giurisprudenza ma nella mia testa sono la protagonista di Midnight in Paris. Se mi faccio una domanda, la risposta la scrivo

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