Dov’è finita la scuola che non c’è?

Dov’è finita la scuola che non c’è?

A cosa serve la scuola pubblica?

Al 2020 erano 8 milioni gli studenti in Italia. Di questi, 7.599.259 andavano in scuole pubbliche, 866.805 in scuole paritarie, o private. La prima grande differenza tra le due, forse, sta semplicemente nei pagamenti. Ma la cultura non si paga con i soldi; l’istruzione non si può affittare; la curiosità non si può prestare.

Tutte le cose più importanti di oggi, sono diventate il filtro con le quali è possibile riuscire a intravedere i problemi della società di domani. E se oggi prendiamo come esempio di ‘cosa’ importante la scuola, quanti problemi riusciamo già ad intravedere domani? Ce lo dice l’Inapp (Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche), quando ci racconta che solo il 12% dei figli si laurea se i genitori sono poco istruiti. Nel dettaglio, significa che su 10 famiglie con genitori senza diploma solo poco più di una avrà dei figli laureati. E ancora, se i genitori non posseggono nemmeno la licenza media, la percentuale scende al 6%. Se i genitori hanno un diploma il 48%; se hanno una laurea il 75%.

Tutto ciò in un paese che nel 2018, secondo l’ultima rilevazione Ocse, considerata una popolazione tra i 25 e i 64 anni il 30% ha un diploma, l’8% una laurea, il 62% solo la licenza media. 6 italiani su 10 hanno un livello di istruzione basso. Tutto questo ha un impatto diretto negli investimenti sull’istruzione, tra i più bassi nell’area Ocse. Inoltre, i soggetti con titolo di studio universitario guadagnano in media il 40% in più rispetto a quelli con livello di istruzione superiore, ben il 20% in meno della media Ocse (60%). Abbiamo 13 milioni di adulti con basso livello d’istruzione e 11 milioni tra i 16 e i 65 anni hanno difficoltà di base di comprensione. Siamo tra i paesi meno istruiti in Europa.

Ma concentriamoci sui giovani adesso. I dati rivelati dall’Inapp significano che se tuo padre e tua madre non hanno il diploma, c’è un’altissima probabilità che tu non ti laureerai mai. Significa che molto probabilmente dopo il liceo ti metta a lavorare, magari con tuo padre o tua madre, oppure che lasci scuola al terzo anno. Significa che l’ascensore sociale si rompe, o meglio si dissolve; svanisce la mobilità sociale. Capite bene che se si laureano solo i figli dei laureati, se si diplomano i figli dei diplomati, gli altri che fanno? Rimangono nella stessa condizione familiare, che diventa come un vero e proprio tramandamento. Ma è giusto e possibile che l’ambiente familiare gravi e incida così tanto nel futuro d’un figlio? Oppure i giovani di oggi sono indipendenti e sanno cosa vogliono nonostante tutto? E infine, qualcuno ci potrebbe finalmente spiegare a cosa serve la scuola pubblica?

Giulia & Giulia: due facce della stessa scuola

Abbiamo chiesto tutto ciò a due ragazze che frequentano due licei e indirizzi diversi a Roma. Ascoltiamo le loro parole, forse le uniche che contano realmente.

Giulia Mingozzi ha 16 anni e frequenta il Liceo classico Augusto al 4° anno. Il padre è diplomato in ragioneria, la madre laureata in lettere: “Vengo, generalmente, da una famiglia colta, che ha sempre riposto molta importanza nell’istruzione, disponibile ad aiutarmi e a sostenermi nel mio percorso scolastico, spingendomi a proseguire gli studi e conseguire un diploma e una laurea”. Giulia infatti vuole fare l’università, ancora indecisa tra filosofia e scienze politiche: la ritiene fondamentale per la sua formazione. Ma abbiamo chiesto qualcosa anche ad un’altra Giulia.

Dal liceo Bertrand Russell con indirizzo scientifico al 5° anno, Giulia Demitri ha un papà con il diploma, mentre la madre ha frequentato una scuola superiore di tre anni senza conseguirlo: “I miei genitori hanno sempre dato molta importanza alla scuola, spingendomi oltre che a conseguire un diploma o una laurea, ad impegnarmi realmente nel mio percorso scolastico. Grazie a loro ho infatti predisposto molti obiettivi per il mio futuro”. Anche Giulia è quindi decisa ad intraprendere un percorso universitario, alla facoltà di scienze politiche: innanzitutto perché sente la necessità di specializzarsi in qualcosa, dopo il liceo che poco concretamente inserisce nel mondo del lavoro; inoltre perché si riconosce una forte inclinazione e piacere nello studiare, oltre alla voglia di raggiungere una formazione veramente completa.

Tra educazione…

Passiamo alla questione più importante: a cosa serve la scuola pubblica secondo te?

“Prima di essere un luogo di studio è innanzitutto un luogo di crescita, e come tale deve essere accessibile a tutti e deve essere posta in cima alla piramide delle priorità; nonostante questo è stata negli anni penalizzata e impoverita da riforme scadenti e i fondi dedicati all’istruzione sono stati drasticamente ridotti” inizia così Giulia Mingozzi, ed è molto difficile darle torto. “La scuola pubblica serve a rispettare un diritto naturale dell’uomo, sancito dalla Costituzione; serve a garantire a ogni persona di avere un’educazione, una formazione” risponde, in maniera altrettanto sacrosanta, Giulia Demitri. E continua: “La scuola pubblica dovrebbe anche essere un modo per immergersi, seppur in piccolo, nel mondo. Prima da bambini, poi da ragazzi, infine da quasi adulti, serve a circondarci di coetanei come noi, con i nostri stessi problemi, insegnandoci a studiare ma allo stesso tempo a viverci”.

Ma la domanda che abbiamo posto è, irrimediabilmente, provocatoria. Con essa si vogliono anche sviscerare i problemi stessi della scuola pubblica. “I tentativi di riformare il sistema scolastico italiano, modernizzandolo e rendendolo più simile a quello anglosassone o comunque estero, si sono rivelati fallimentari, e hanno portato solo all’inserimento delle tanto odiate prove Invalsi, spesso incompatibili con le materie che si studiano nei licei italiani: la forza della scuola italiana è proprio la tanto decantata forma mentis, che si raggiunge non mettendo qualche crocetta ma elaborando i concetti durante un interrogazione, un tema o un compito.”

… e modernizzazione

Questo, secondo Giulia Mingozzi, è uno di quei famosi problemi: una modernizzazione, necessaria, che ha fallito sotto ogni aspetto. “È indubbio che il sistema scolastico italiano necessiti di una modernizzazione…I problemi del sistema scolastico italiano sono diversi. Per iniziare l’ampiezza dei programmi e l’approfondimento con cui si studiano: andrebbe snellita la mole di nozioni da studiare e andrebbe ridotta anche la mole di compiti che vengono giornalmente assegnati agli studenti italiani. Ad esempio in paesi come la Norvegia gli studenti imparano a lavorare in gruppi o singolarmente, risolvendo problemi o elaborando progetti in classe durante l’orario scolastico, monitorati e sostenuti dai professori.”

Come darle torto; quante volte da studenti ci siamo sentiti dei numeri, semplici pedine costrette ad alzare la mano, solitari, sommersi da pagine da studiare ogni sera, facendoci odiare sempre di più la mattina dopo? “Un altro aspetto che rende la scuola italiana poco attraente agli occhi degli studenti è la scarsa connessione con il mondo del lavoro, con l’attualità, con l’esterno. La scuola non è e non deve essere una roccaforte isolata dal resto, dovrebbe anzi formare noi studenti a quello che ci aspetta fuori, dovrebbe guardare alla realtà e analizzarla, dibatterla nelle classi, dovrebbe fornire un ponte tra i giovani e il mondo del lavoro. È proprio l’assenza di questo ponte che spinge spesso le nuove generazioni a sognare un futuro all’estero o che scoraggia i giovani a proseguire gli studi”

 

“Cambiamo la scuola?”

Innanzitutto desideriamo ringraziare queste due studentesse per il loro tempo e le loro parole.
Tiriamo le somme: siamo partiti analizzando dati e numeri, per poi discutere con un punto di vista interno la loro esperienza e visione della scuola pubblica. Perché è di questo che si parla; la scuola privata poco rientra in questi ragionamenti.

Una scuola che dovrebbe dare la medesima opportunità a tutti di istruirsi, formarsi e conoscersi, ci regala tassi e numeri di analfabetismo spaventosi ogni anno. Una scuola, o meglio una società, che dovrebbe rendere indipendenti e far crescere dei ragazzi, li rende succubi del trascorso delle proprie famiglie. Se i tuoi genitori non hanno istruzione, tu non ti laurei. Ma sta al ragazzo la scelta finale. Sta al ragazzo emanciparsi, tirare su, completamente da solo, le proprie passioni e perseguirle fino al raggiungimento d’un pezzo di carta? È una domanda, perché con delle istituzioni alle spalle che ti promettono educazione e lavoro, tu non dovresti essere solo nel crescere. Eppure lo siamo, lo sappiamo.

Mancano i soldi, e questo anche lo sappiamo tutti. Se solo la scuola ridiventasse un patrimonio comune, un’istituzione imprescindibile al pari di quella sanitaria; se solo si investissero milioni su milioni, regalando tecnologie per restare al passo coi tempi e con i ragazzi, viaggi e laboratori formativi per le nostre passioni, posti fissi ad insegnanti che se lo meritano. Ma non li tocchiamo noi i soldi, purtroppo. Allora all’urlo del “cambiamo la scuola”, iniziamo a cambiare ciò che potremmo toccare.

Cambiamo i programmi didattici che stanno distruggendo il vero apprendimento, quello con la passione e la curiosità del sapere; cambiamo gli orari, i ritmi, e non costringiamo un quindicenne a stare sei ore col culo s’una sedia quando non vorrebbe far altro che muoversi e conoscere; sostituiamo quegli insegnanti pigri, bigotti, senza passione e senza la minima capacità di appassionare un ragazzo, e sostituiamoli con uomini e donne che amano quello che raccontano, che ammirano e aiutano i ragazzi ai banchi e che li trattano come allievi e non buste paga; e quindi cambiamo questo trattamento inumano e disastroso, dove ogni idea viene etichettata da un numero, ogni possibilità di esprimersi da un voto e ogni coraggiosa alzata di mano da un rimprovero.

“Di tutta la nostra brillantezza”

Ecco a cosa dovrebbe servire la scuola pubblica: a farci capire quanto sia tremendamente importante istruirci. Non si parla di pezzi di carta, né di lodi con baci accademici. Si parla di sapere, di curiosità. Non si discute unicamente di futuri posti di lavoro, ma di saper stare al mondo, adesso, nonostante tutto. Questo significa sapere, istruirsi, essere curiosi: dare a te stesso la possibilità di stare in piedi e camminare con le tue sole gambe. Significa individuare una via tra miliardi, e sapere che quella è la tua via. E quindi perseguirla, perché hai imparato a camminare.

Quindi sì, fa molto male sentire quei dati ad inizio articolo. Fa molto bene invece sentire le parole di due studentesse, che indipendentemente dall’università, ci danno prova di saper camminare.
Ma starà a noi, ragazzi del domani, fare in modo che tutti sappiano camminare, aiutando e cambiando questa scuola; ecco a cosa dovrebbe servire la scuola pubblica.

“Istruitevi, perché avremo bisogni di tutta la vostra intelligenza” diceva Gramsci. Non tutti l’hanno ascoltato. Ora più che mai, indipendentemente da quale famiglia proveniamo, da quante lauree sono appese in salotto, da quanto questa scuola non aiuti la nostra curiosità e voglia di spaccare il mondo, da quanto questo stesso mondo continui a relegarci e negarci spazi: istruiamoci.
Perché avremo bisogno di tutta la nostra brillantezza.

Pubblicato da Andrea Scoscina

Mi sono ritrovato caporedattore di Zeta mentre scrivevo poesie e mi appassionavo di filosofia. Volevamo cambiare la nostra generazione, così abbiamo iniziato a pensare. Volevamo cambiare il mondo, così abbiamo iniziato a scrivere.

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