Il fascino della distopia nella serialità televisiva

Il fascino della distopia nella serialità televisiva

Sono tanti i motivi che ci spingono ad iniziare una serie tv. Uno dei principali è il desiderio di evadere dalla realtà: storie di fantasia e universi lontani si donano ai nostri occhi di spettatore, consentendoci di viaggiare con la mente oltre il quotidiano e la banalità del mondo empirico. Esiste però un genere dove questa evasione è tutt’altro che sognante. Una categoria dove scenari incantati e lieti finali sono sostituiti da immagini drammatiche e inquietanti, che hanno per protagonista il genere umano. Stiamo parlando della distopia.

Le origini

Il termine “distopia” – l’opposto di “utopia”- deriva etimologicamente dal greco, con il prefisso dys (“cattivo”) seguito da topos (“luogo”, “discorso”). Ne consegue che, all’interno di una serie distopica, non verrà mai prospettato un avvenire di serenità e pace, bensì un futuro apocalittico, segnato da una generale condizione di sofferenza, oppressione, pericolo.

È importante tenere presente che la distopia non corrisponde al fantasy: quest’ultimo, per sua natura, ha come componente di base la magia, il mito, l’immaginazione. Al contrario la distopia attinge quasi sempre da situazioni reali e tangibili, da preoccupazioni effettive del nostro presente. Il suo compito è quello di analizzare la contemporaneità, ponendosi un quesito: cosa accadrebbe se l’umanità perdesse il controllo? Per ottenere risposta occorre prendere queste paure ed amplificarle, esasperarle, fino a renderle un vero incubo.

foto di Matryx su Pixabay

Dopo successi letterari come “1984” di Orwell o “Fahrenheit 451” di Bradbury, la distopia approda anche nel cinema. La settima arte si è spesa nella realizzazione di prodotti divenuti veri e propri cult: le colonie aliene occupate da cloni umani in “Blade Runner”, i primati intelligenti che riducono l’uomo in schiavitù ne “Il Pianeta delle scimmie”, la realtà simulata di “Matrix“. Tutte storie diventate talmente familiari da essere entrate nella cultura popolare, assumendo le fattezze di leggende tramandate nel tempo.

È questo il potere della distopia: pur trattandosi prevalentemente di fantascienza, vi è una componente talmente umana che risulta impossibile non sentirsi chiamati in causa. E se questo effetto empatico si ottiene con un lungometraggio di un paio d’ore, la reazione si intensifica con le serie tv che, grazie alla struttura episodica e la possibilità di svilupparsi lungo più stagioni, rappresentano un’opportunità per ampliare idee e contesti in maniera ancora più articolata.

Dal dominio tecnologico…

A consacrare il genere distopico all’interno della serialità televisiva è certamente Black Mirror. Iniziata nel 2011, al momento conta cinque stagioni e si basa su un impianto antologico, in cui ogni episodio è una storia a sé stante e autoconclusiva. La serie si concentra sulle possibili conseguenze catastrofiche del rapporto uomo-tecnologia: una relazione tanto delicata e complessa da poter sfociare in drammi irreversibili, se non monitorata a dovere.

Screenshot video dall’episodio “Orso Bianco” (2×02) di Black Mirror su Netflix

Ogni puntata genera un profondo senso di inquietudine e smarrimento. Questo avviene perchè “Black Mirror” prende in esame tutti gli aspetti di questa nostra era digitale (i social network, la privacy online, le intelligenze artificiali, la robotica etc.) e li estremizza in scenari agghiaccianti. Ipotetici, sì, ma fino a un certo punto. E così, episodio dopo episodio, ci ritroviamo ad assistere alle peggiori prospettive: spie che ci osservano via webcam violando il nostro privato e ricattandoci; relazioni umane completamente meccanizzate; programmi installati nel cervello per filtrare la realtà come fosse la home di un social; e via dicendo.

…a tutte le altre paure

Ma a preoccuparci non è solo la tecnologia. Ogni giorno capita di accendere la tv, sintonizzarsi sul primo notiziario e trovarci di fronte ad un quadro poco rassicurante da ogni punto di vista. In questo periodo la fonte di maggior preoccupazione è di sicuro l’emergenza sanitaria, a cui però si aggiungono altre questioni di rilievo: l’instabilità politica, episodi di violenza e di violazione dei diritti umani, la problematica ambientale. Queste sono tematiche universali, grandi situazioni che coinvolgono l’intera civiltà, ma che non mancano di ripercuotersi sul particolare, sul singolo soggetto. Dal momento che le cattive notizie colpiscono sempre più delle buone, le persone entrano in uno stato di nervosismo, sviluppano ansia e depressione, si sentono sole all’interno di un mondo che più che accogliere sembra opprimere.

L’uomo, insomma, è attanagliato da dubbi che esigono risposte. E il piccolo schermo sembra offrirgliele. L’impressione è che esista davvero una serie distopica per ogni paura. Gli esempi sono tanti. Da citare sicuramente è “The Handmaid’s Tale“: ambientata nei futuri Stati Uniti, le donne sono diventate ancelle senza diritti e senza identità, ridotte ad incubatrici viventi utili solo a partorire i figli dei loro padroni. Intrigante è anche “The Man in the High Castle“, basata sull’omonimo romanzo di Dick, che illustra un passato alternativo in cui Germania, Italia e Giappone hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale e gli USA non esistono più.

foto di vpickering da CC Search

Il teatro delle angosce

Ma se la distopia ci terrorizza, perchè ci attrae così tanto? E come mai i cataloghi di Netflix, Prime Video e ogni piattaforma si arricchiscono di continuo con serie tv appartenenti a questa categoria?

Una chiave risolutiva la troviamo nel concetto filosofico del sublime: un termine che descrive il sentimento provato nell’osservare qualcosa di tanto grande rispetto alla pochezza umana che affascina e inquieta al tempo stesso. Questa reazione – che il filosofo Edmund Burke evocativamente definiva delightful horror – ci conduce ad una sorta di romanticizzazione delle paure, che risultano per questo seducenti, esempi di drammatica bellezza.

Questo è il primo ingranaggio di un meccanismo, di una strana reazione a catena: le paure divengono fondamento e nutrimento delle serie tv distopiche, che vivono e reggono grazie ad esse. Consecutivamente la visione di queste genera nello spettatore nuove preoccupazioni, che vengono sfruttate per la realizzazione di ulteriori nuove serie.

Tuttavia, assistere alle paure proiettate su uno schermo è il modo migliore che conosciamo per combatterle ed esorcizzarle. Uno spettacolo quasi catartico, perchè quella non è la realtà, quello non è l’uomo. O almeno non ancora. La distopia si tramuta perciò in una sorta di rappresentazione teatrale, dove la concettuale quarta parete è pronta a ricordarci lo scarto tra verità e finzione, a rassicurarci, in un certo senso curarci.

Insomma, la distopia non è altro che uno specchio attraverso cui osserviamo la peggior versione di noi stessi, rassicurati dal fatto che tra noi e quel terribile riflesso c’è di mezzo una barriera. Ma il vetro si sa, è un materiale estremamente fragile. E troppo spesso lo dimentichiamo.

 

 

 

Pubblicato da Valeria Polcini

21 anni, nata a Brescia, studio Lettere. Appassionata di serie tv, musica, libri e ogni sfaccettatura dell’Arte. Amo le grandi storie, di quelle che fanno viaggiare senza muoversi. E sogno di raccontarle a modo mio.

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