Il caso bin Salman, la libertà di stampa nel mondo e in Italia

Il caso bin Salman, la libertà di stampa nel mondo e in Italia

Il principe ereditario dell’Arabia Saudita bin Salman è accusato di aver approvato la cattura e l’uccisione del giornalista dissidente e auto-esiliato negli Usa Jamal Khashoggi nel 2018. Lo riporta il documento dell’intelligence Usa, che lo incolpa per la prima volta esplicitamente di esser il principale fautore del rapimento e della conseguente uccisione del giornalista del Washington Post. Khashoggi era andato nel consolato saudita in terra turca, a Istanbul, per “un documento che certifichi lo stato civile”, ed era stato tranquillizzato dal fratello di Bin Salman che non ci sarebbe stato alcun rischio.

Una volta all’interno, è stato rapito, torturato, drogato, ucciso e infine smembrato. Il corpo diviso in più casse portate poi all’esterno del paese. Le motivazioni di tale violenza sono gli articoli di denuncia alle politiche del paese da parte di Khashoggi, che sulle colonne del Washington Post parlava apertamente di una realtà tutt’altro che aperta in forte contrasto con le politiche pubblicitarie di Bin Salman. L’Arabia Saudita infatti è una monarchia assoluta. Nel paese non c’è un parlamento, non esistono partiti politici, non c’è una costituzione e i diritti umani sono un concetto utopico. Spesso la pena di morte è applicata senza un regolare processo; le minoranze religiose vengono oppresse proprio come stranieri, donne e omosessuali.

In questo contesto la libertà d’espressione e di stampa in Arabia Saudita non è neppure contemplata, e il caso Khashoggi è solo l’esempio più recente e conosciuto. Ampliando lo sguardo, nel mondo la libertà di stampa è tutt’altro che un obiettivo raggiunto. Una battaglia che l’uomo porta avanti da centinaia di anni, ma che ancora non trova esito positivo.

Dalla Dichiarazione universale

Per capire quanto la questione sia più grande di quello che pensiamo basta guardare alla storia e a come quest’ultima abbia influenze sul presente. La Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è probabilmente il documento più importante della storia dell’uomo, ma a malapena sappiamo di cosa tratta. In breve: la dichiarazione è frutto di un’elaborazione secolare, che parte dai principi stabiliti dalla Bill of Rights e dalla Dichiarazione d’indipendenza degli Stati Uniti d’America, ma soprattutto dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 durante la Rivoluzione francese, ed è il documento sui diritti della persona redatto nel 1948.

In questo documento, l’articolo 19 è quello che tratta nello specifico della libertà di stampa e di espressione: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di espressione, tale diritto include la libertà di opinione senza interferenze e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza frontiere”.

Un concetto perciò perfettamente espresso 72 anni fa ma che ancora fatica ad essere attuato concretamente. Per sensibilizzare l’opinione pubblica sull’argomento, il 3 maggio si festeggia la Giornata Mondiale della libertà di stampa, che ormai dal 1997 premia i giornalisti più meritevoli dell’anno, provenienti da tutto il mondo. Un modo per alimentare l’interesse verso un argomento che sembra scontato ma che proprio per questo viene spesso lasciato a impolverarsi nei remoti angoli di ciò che trascuriamo e di cui sentiamo la mancanza solo una volta che lo perdiamo. Sperando di non arrivare mai ad un punto così basso.

Senza rendercene conto

Scriviamo. Ogni giorno, senza quasi nemmeno rendercene conto, scriviamo. Ci esprimiamo liberamente e spesso lo facciamo senza una coscienza. Crediamo che la possibilità che abbiamo di dire la nostra su qualsiasi argomento renda ogni nostro pensiero lecito.

E così scriviamo. Scriviamo e non pensiamo, ma forse qualcosa dovrebbe cambiare. Prima di digitare e dar sfogo al  diritto di parola e d’opinione, dobbiamo riflettere. Che sia sui social, che sia su Word o su un commento di Youtube, ogni parola ha un peso.
Eppure di questo sembriamo non esserne consapevoli. Non avendo portato sulle spalle il peso della conquista della libertà con fatica, non avendo lottato per un ideale che oggi mettiamo in dubbio, non riusciamo nemmeno a riconoscere la libertà quando la incontriamo.

Diamo tutto per scontato perché abbiamo la testa bassa, fissa sulla nostra tastiera. Ma se alzassimo lo sguardo, capiremmo che quella che viviamo non è una realtà assoluta. La vita che viviamo è solo un’infinitesima frazione di tutto ciò che c’è al di fuori.

I numeri sulla libertà di stampa

Basterebbe anche soltanto dare un’occhiata ai numeri legati al giornalismo per capire che la libertà di stampa non è un diritto per tutti.
Nel 2020 sono stati 22 i giornalisti uccisi e 243 quelli imprigionati solo perché facevano il proprio lavoro. Nel biennio passato i numeri non migliorano, anzi: 40 i morti nel 2019, addirittura 67 nel 2018. Per un totale di 694 morti accertate per motivazioni legate al giornalismo nell’ultimo decennio. Dal 2010 al 2020, 694 giornalisti hanno perso la loro vita per riportare la verità. Per far sì che gli altri potessero farlo. Tutti i numeri sono stati presi da RSF – Reporters Without Borders –  uno dei maggiori organismi internazionali per la difesa della libertà di stampa.

Sempre grazie a RSF è possibile sapere con certezza che solo il 26% dei Paesi è in una buona situazione di libertà, mentre gli altri vanno da una “situazione problematica” a una “situazione molto grave”. E poco importa se nell’ultimo anno è aumentato dello 0,9% l’indice sulla libertà di stampa, se si paragona al calo di 12 punti percentuali dal 2013, data da cui si sono iniziati a calcolare tutti i dati e fare questi studi.

C’è un video, in particolar modo, che colpisce e inquadra perfettamente il ruolo che ricopre il giornalismo in tutto ciò che viviamo. Un video che dura nemmeno due minuti ma che sa essere molto forte, con immagini dure e realistiche.

Ci sono oltre 60 secondi di pura propaganda della guerra. Tutto ciò che si vuole far vedere della guerra. I colori, un’esplosione di vitalità e patriottismo, le parate, l’orgoglio e l’istinto alla difesa degli ideali (quali poi essi siano non è mai così chiaro).

Poi c’è l’altro lato della medaglia. Che poi in realtà è l’unico lato della medaglia. La sofferenza, il dolore, la morte, la disperazione per la perdita di sé stessi e degli altri. E tutte queste immagini così crude hanno il compito di farci riflettere.

Occhi a noi

Ma non serve andare lontano per capire che la libertà di stampa è tutt’altro che una realtà consolidata. RSF ogni anno ormai dal 2002 pubblica un indice che parametra oltre 180 paesi e regioni sulla base della libertà dei giornalisti. Si crea così una chiara mappa dei territori maggiormente “liberi” e di quelli più censurati.

L’Italia in questa speciale classifica, risulta in 42a posizione, dietro a tutti gli altri principali Stati europei e anche a diversi Paesi in via di sviluppo. Nonostante il relativo miglioramento rispetto al report 2019 e 2018, quando era stata indicata al 43° e al 46° posto, la situazione è ben lontana da un quadro ideale. Anche paesi come Jamaica Namibia, Costa Rica, Ghana e Burkina Faso, superficialmente etichettati come “retrogradi”, risultano in una posizione migliore.

mappa
La mappa colorata in base alla libertà di stampa. I paesi bianchi sono quelli più liberi. Seguono giallo; arancione; rosso e nero. Fonte immagine: RSF

L’Italia, dopo essere stata sempre indicata come “libera” (per quanto riguarda la libertà di stampa) nell’annuale rapporto Freedom of the Press, dell’istituto di ricerca statunitense Freedom House, nel 2004 è stata invece considerata come un paese “parzialmente libero” (partly free) a causa di 20 anni di amministrazione politica fallimentare, della controversa legge Gasparri del 2004 e della capacità del primo ministro di influenzare il servizio di trasmissione pubblica RAI, un conflitto di interessi tra i più flagranti del mondo.

Nonostante si tratti di più di 15 anni fa, tutto ciò è sintomatico di un problema che spesso non vediamo perché non conosciamo.
Tendiamo a dare per scontato ciò che scontato non può essere.
Prendiamoci cura delle nostre libertà prima di perderle.
Prima di dover lottare con il sapore del rimorso in bocca, per provare a ottenerle di nuovo.
È necessario un maggiore senso di responsabilità.
Affinché ogni parola scritta non sia uno spreco, ma una conquista.

Pubblicato da Federico Roberti

Da sempre guardo il mondo con gli occhi di chi ne è avidamente curioso. Da sempre provo a trasformare la mia curiosità in parole e in articoli. Da poco, pochissimo, sono il direttore di Zeta. Cosa vuol dire questo? Solo che mi guarderò di più intorno e le mie parole avranno un peso maggiore.

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