Il problema delle carceri tra Italia e USA: la libertà non ha prezzo, la dignità sembra di sì

Il problema delle carceri tra Italia e USA: la libertà non ha prezzo, la dignità sembra di sì

Nel 2013 è stata emessa la sentenza Torreggiani.
Con quest’ultima la Corte Europea dei Diritti Umani ha condannato l’Italia per le condizioni degradanti in cui 7 detenuti stavano scontando la propria pena nel carcere di Busto Arsizio, in Lombardia.
La Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo stabilisce che ogni prigioniero sia detenuto in condizioni compatibili con il rispetto della dignità umana; cosa che spesso non accade in Italia.
La sentenza Torreggiani è ciò che viene chiamata una sentenza pilota: una tecnica decisoria adottata dalla Corte di Strasburgo per accertare l’inadempimento del caso concreto (in questo caso il modo in cui sono stati trattati i detenuti di Busto Arsizio) e contemporaneamente rilevare un problema strutturale nella legislazione italiana sul tema della detenzione carceraria.

Del resto l’Italia è uno dei Paesi europei maggiormente problematici sul fronte delle carceri.
La piaga è rappresentata dal sovraffollamento delle prigioni: nel febbraio del 2020 i detenuti italiani superavano la capienza delle carceri del 20%.
Che cosa c’è alla base di tale problema?

Le carceri tra cause e conseguenze

Potremmo identificare due cause chiave, evidenziate dal XV rapporto sulle condizioni di detenzione pubblicato nel 2019 dall’Associazione Antigone.
In primis, vi è una inefficace legislazione relativa alle droghe. Il sequestro di sostanze stupefacenti è una delle principali cause di arresto, andando a pesare sensibilmente sul sovraffollamento.
In secundis vi è un fenomeno contraddittorio: nonostante non si abbia un aumento della gravità di reati commessi, si sottolinea un allungamento delle pene scontate dai detenuti condannati in via definitiva.
In pratica vi è un sempre minore ricambio di detenuti; e nuove entrate si stratificano e accumulano senza che vi sia lo spazio sufficiente.

Non è una situazione recente. L’Italia è posta di fronte al sovraffollamento delle carceri da circa 20 anni. Inoltre, si tratta di una problematica disomogenea sul territorio nazionale: il carcere Regina Coeli di Roma, Fischione di Brescia e D’Amato di Bologna sono tra i più colpiti.
Tuttavia, nell’ultimo anno e mezzo la situazione é degenerata in maniera sensibilissima a causa del Corona Virus.

È del tutto impossibile praticare il distanziamento sociale in condizioni di evidente sovraffollamento.
Non solo. Il Covid-19 ha costretto gli istituti di detenzione a minimizzare i rapporti con l’esterno e, di conseguenza sin dalle prime settimane della pandemia, le autorità hanno tentato di sospendere le visite tra i carcerati e le loro famiglie.
Ciò ha causato il prodursi di scenari quasi distopici: insurrezioni, proteste e fughe di massa. Come nel caso del carcere di Foggia, dal quale, nel marzo del 2020, sono scappati 77 criminali. Oppure ancora Modena, dove durante le proteste sono morte 13 persone.

“Arriva Draghi, arriva la Giustizia?”

Poco più di una settimana fa, la Politica italiana ha finalmente preso coscienza di tutto ciò.
Durante la replica alla Camera dei Deputati del 18 febbraio scorso, il primo ministro Mario Draghi ha sottolineato che il suo Governo si concentrerà in maniera particolare sulla Giustizia.
Il presidente del Consiglio ha promesso che non sarà trascurata “la condizione di tutti coloro che lavorano e vivono nelle carceri, spesso sovraffollate, esposte a rischio e paura del contagio e particolarmente colpite dalla funzione necessarie a contrastare la diffusione del virus”.
Anche la senatrice Emma Bonino, che il giorno precedente aveva affrontato la questione delle carceri, si è espressa positivamente sull’intervento di Draghi: “Penso che sia dovuto alla sensibilità e alla presenza della signora ministra Cartabia, che da presidente della Corte costituzionale ha organizzato le visite nelle carceri per gli altri membri della Corte”.

Ma, cosa dovrebbe essere fatto per dare una svolta alla situazione?
Il punto di partenza sarebbe migliorare le vere e proprie strutture delle carceri. Gli istituti di pena sono spesso situati in stabili vecchi e inadeguati; nel 2019 il 44% delle celle visitate dall’associazione Antigone erano prive di riscaldamento e altrettante non munite di doccia.
La detenzione non dovrebbe essere semplicemente punitiva, ma realmente rieducativa. È una questione filosofica ancora aperta: scontare la propria pena in un ambiente lesivo per la dignità porta ad un più difficile reinserimento del detenuto dopo la scarcerazione.

 

“Arriva Biden, arriva la Giustizia?”

Dall’altra parte del mondo, negli Stati Uniti, il problema delle prigioni è in buona parte speculare a quello italiano.
Negli USA, sono detenute circa 2 milioni di persone, all’interno di un sistema che pone la punizione al di sopra della rieducazione.
Oltre al fatto che le strutture carcerarie sono luoghi dove spesso si perde la dimensione della persona umana, negli Stati Uniti sussistono una serie di altri scogli legati alle disparità della società americana e ai buchi legislativi del Governo Federale.
I carcerati americani sono per il 34% uomini neri e per il 24% ispanici: in altre parole, le categorie sociali più povere e svantaggiate.

Dal canto suo, il Governo Federale si affida fin troppo a strutture carcerarie private, dove ai detenuti non vengono forniti i livelli di sicurezza paragonabili a quelli stabiliti dallo Stato.
Tutto questo, sommato all’emergenza Corona Virus, ha spinto Joe Biden a rendere la riforma delle carceri una sua priorità.
Lo scopo del primo provvedimento di Biden è innanzitutto fare in modo che le prigioni private non lucrino sulla pelle dei detenuti. Eppure, non poche sono state le smorfie di disapprovazione: Biden, concretamente, sta attuando solo una piccola parte di ciò che aveva promesso in campagna elettorale, in particolar modo per quel che riguarda il controllo dei contagi da Covid nelle prigioni.

Da una metà all’altra del globo, incarcerare senza umiliare è il cruccio della Legge.
La libertà non ha un prezzo, ma la dignità sembrerebbe averne uno, stabilito tra le mura degli istituti penitenziari.
È il costo delle riforme e delle ristrutturazioni delle carceri.
C’è una vita dopo le sentenze penali con cui si viene incarcerati. I detenuti dovrebbero essere pronti ad essere persone funzionanti prima di tornarvi.
O meglio: dovrebbero rimanere persone anche nel caso in cui ciò non dovesse mai accadere.

 

Pubblicato da Giulia Matarazzo

Giulia Matarazzo, classe 2000. Studio Giurisprudenza ma nella mia testa sono la protagonista di Midnight in Paris. Se mi faccio una domanda, la risposta la scrivo

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