La responsabilità della solitudine: la moda del diverso tra De André e Munch

La responsabilità della solitudine: la moda del diverso tra De André e Munch

“Quanto è bello un uomo quando è un uomo”, Umberto Galimberti.

Si può tranquillamente affermare che la “moda” si sia oramai assodata come il filo conduttore più grande di questo incespicato e immenso gomitolo di lana che chiamiamo mondo.
Con “moda” non si vuole intendere il vestito, la borsetta, il ristorante, il filtro Instagram; anzi, si vorrebbe azzardare e concedere una riflessione molto più ampia e policromatica. Con “moda” si vuole parlare di immaginario collettivo, indirizzo di pensieri, riferimenti immateriali, alienazione e un pizzico di bi-pensiero Orwelliano; insomma, la ragione del 70% di ogni nostra scelta di pensiero nell’arco di ogni giornata.

Non è di certo una riflessione che colpevolizza unicamente il nuovo millennio. C’è sempre stato questo filo intessuto nella società, questo immaginario collettivo che eleggesse un giusto e uno sbagliato, un bello e un brutto, un vero e un falso; un qualcosa che inconsciamente, o forse consciamente, guidasse gli uomini a comportarsi in un certo modo, e col tempo a comprarsi e vendersi in un certo modo. In fondo un qualche tipo di alienazione è sempre esistita con l’uomo. E se volessimo azzardare, prima del boom economico, della belle époque, del Medioevo e del Rinascimento, potremmo considerare anche Dio una moda: una guida invisibile e affabile verso il buono e il giusto.

È un semplice discorso di immaginari collettivi: un concetto che scavalca il singolo, si stabilisce sopra le teste della gente, viene mitizzato e quindi concordato indirettamente dalla massa; che diventa infine “moda” quando ritorna tra i singoli e incomincia ad influenzare anche le scelte e gli indirizzi di pensiero della massa intera.

La moda e il diverso

Essendo impossibile in poche righe parlare di un concetto così grande e sfuggevole, è bene concentrarsi e analizzare uno scalino per volta. Parlando della nostra generazione, concentrandosi sulla “moda” intesa come indirizzo nel pensiero che aliena le scelte, è interessante volgere lo sguardo al tema “dell’andare controcorrente”.

Noi abbiamo un rapporto decisamente emblematico con il “diverso”. Siamo giovani cresciuti nell’era moderna, che trascina con sé anni e anni di lotte per l’uguaglianza di genere, di razza, di classe. Alcune vinte, altre rimandate. Si dà quindi per scontato di vivere nel più totale rispetto del diverso, eccetto qualche eccezione di ginocchi che tolgono il fiato e simili, che ovviamente ne confermano la regola. È bene smascherare questo mito: percepiamo ancora il diverso. Perché è tutto mascherato ormai.

Dovremmo ammettere che, nonostante tutto, guardiamo ancora al diverso in modo diverso. È sacrosanto ammettere che quando conosciamo un omosessuale la nostra mente l’ha già etichettato diverso da noi. Che quando stringiamo la mano ad una persona transgender la percepiamo come se fosse d’un altro mondo. È normale, sono i costrutti insidiati nella nostra mente, con cui siamo stati educati, indirettamente. Forse dai nostri genitori, forse dai media, ma quando ci hanno insegnato a rispettare il diverso ci si stava insegnando che c’era un diverso.

Ed è giusto, lo siamo, ognuno di noi, diverso da chiunque altro. È l’etichetta il problema. È schematizzarlo, catalogarlo, inserirlo in gruppi, quindi allontanarlo. Ed ecco quindi che il filo della moda s’intesse in queste situazioni; diventando, il più delle volte, la stessa cosa che prima si stava allontanando. È questa la nostra generazione: giovani così aperti e liberi di pensiero che forse per la troppa democrazia di esistenze, o per delle cicatrici passate ancora visibili, sentono l’irrefrenabile bisogno di etichettare ogni cosa al difuori da sé stessi. Ma cosa c’entra tutto questo con l’andare contro corrente? Prima serve capire di cosa parliamo.

La “Princesa” di De André

Fabrizio De André è riuscito infinite volte a trattare il tema del diverso e della libertà dall’alienazione nelle sue opere; ma con “Anime Salve” ha raggiunto il capolavoro. Album del 1996, nonché ultimo del cantautore, in collaborazione con Ivano Fossati, è il suo testamento spirituale. “Anime Salve” è un elogio alla solitudine, il titolo infatti significa “Spiriti Solitari”. E’ una contemplazione della solitudine, ma non quella fisica, bensì quella mentale; che altro non è che la condizione necessaria dell’uomo per arrivare a capire se stesso, ed entrare in armonia con il circostante, con il mondo. La solitudine non divide: costruisce un insieme.

Ma dove addentrarsi per poter esplorare al meglio questa condizione? Ovviamente tra gli ultimi. Nella società dei reietti, dei poveracci, dei folli, dei problematici, dei criminali, dei drogati, dei tutti e dei nessuno. Di quella gente povera e vera che si batteva per abbattere il padrone, senza diventare il padrone, avrebbe detto Pasolini. L’uomo è fragile, e tende a desiderare perpetuamente, ossessivamente, qualcuno che lo guidi, che gli metta una mano sulla spalla, che gli dica che andrà tutto bene, che lo curi; un’idea, un pensiero, qualsiasi cosa. Qui nasce la paura del diverso, dello strano, dell’ignoto, della solitudine, della morte, della vita. Qui nasce “Princesa”.

È il primo brano dell’album e la sua storia è tratta da un romanzo lontano. Racconta la vita di Fernandinho, una giovane contadina nata in un corpo maschile. Cresce in lei il desiderio e la necessità di essere qualcun altro, qualcuno che la madre e la sua società non possono concepire. “A ricordargli che è nato maschio sarà l’istinto sarà la vita”; come a dire che la vita ti prenderà talmente a schiaffi da ricordarti di essere uomo. Ma è impossibile sopprimere un qualcosa che non può essere sfiorato. Inizia il viaggio di Fernandinho, prima di tutto dentro sé stessa, nella sua solitudine, per comprenderne la forza e la libertà. Poi un’operazione, per consacrare all’esterno qualcosa di già battezzato all’interno. “Perché Fernanda è proprio una figlia, e come una figlia vuole fare l’amore”.

Diventa Fernanda, e diventa una prostituta. Non è sporca ricerca di denaro; è costante ricerca di fare l’amore, col suo nuovo corpo che in realtà ha sempre avuto. Vuole che anche gli altri lo amino, lo tocchino. Il finale è dolceamaro: Princesa è una principessa senza corona che brucia di notte, ma anche una bambola di pezza nelle mani d’un avvocato milanese, che ne stringe il cuore con tutte le dita per nasconderla al giudizio della gente. Ma Fernanda, ancora più di sorridere, desiderava vivere.

“L’omuncolo” di Munch

Diamo un volto ai contorti ragionamenti che stiamo facendo. Quando si parla di “alienazione”, “diverso”, “controcorrente”, questa forse è l’immagine perfetta.
“Sera sulla via Karl Johan” è un dipinto di Edward Munch esposto a Berlino per la prima volta nel 1902; fa parte della serie di quadri imperniati sulla “paura di vivere” dell’artista norvegese.

Questo quadro lo possiamo dividere in due specchi: sulla sinistra viene ritratta una massa quasi uniforme che cammina verso di noi, mentre sulla destra un uomo solitario che va nella direzione opposta. Quella di Munch è una spietata critica alla società borghese, come si evince dai cilindri e dai vestiti. Basta guardarli: sono fantasmi. Le loro facce sono spente, morte, cadaveriche, che sembrano sconvolte dopo aver visto passare quell’omuncolo sulla destra accanto a loro.

Sono una massa uniforme, accalcata; la stessa immagine che ironicamente al tempo si aveva degli operai, della gente umile che usciva dalla fabbrica tutta appiccicata. Sembra portino una maschera, una maschera di convenzioni, di norme da rispettare; i loro occhi sono spalancati, increduli, disagiati; il loro naso sembra chiuso, chiuso al puzzo del diverso, del non-come-loro; sono tagliati a metà, perché forse non hanno nemmeno le gambe per camminare, vanno avanti l’uno spinto da quello dietro per inerzia; sono alienati, sono disagiati, sono terrorizzati.

E poi c’è lui, l’uomo sulla destra; non possiamo riconoscerlo, ci nasconde la faccia: ma noi sappiamo chi è. Lui è Munch. Lui è De André. Lui è Fernanda. Lui è te quando tu sei te. Quello è il diverso, il solitario, il “contro corrente”. Lui è l’uomo quando è uomo, che ha il coraggio e la forza di camminare in direzione ostinata e contraria alla massa uniforme; all’immaginario collettivo; alla moda. Semplicemente alla ricerca della sua libertà, della sua verità, della sua identità. È la responsabilità della solitudine che regala ciò che realmente si è; e se ci si riconosce diversi, essa diventa anche la spinta per camminare contro corrente alla sua ricerca. Perché bisogna superare se stessi per iniziare a camminare.

Una moda “contro corrente”

Ritorniamo al tema iniziale, all’analisi della moda nella nostra generazione; al pensiero del diverso e dell’andare “contro corrente”. Se per il diverso si porta una maschera, celando di volta in volta l’immancabile etichetta che continuiamo ad attaccare su ogni fronte diversa dalla nostra, il secondo è diventato esso stesso la moda.

Nella nostra società la moda di essere diversi dalla massa, di andare “contro corrente” è ormai esasperata. In un mondo così libero e percorribile, soprattutto quello di internet, siamo liberi di camminare dove vogliamo. Essendo ognuno di noi abilitato a dire la propria, creando delle vere e proprie scuole di pensiero con fan-base online, esiste una tale diversità di pensieri che ci illudono di essere autonomi nel nuotare in questo mare immenso. Ricordiamoci il filo conduttore: la moda.

In una società del genere l’aspirazione e il desiderio più grande non è quindi più quello di far parte di un gruppo e sentirsi vicino ad altri che la pensano come noi, bensì il contrario; essere notati solitari, lontani, diversi, quindi speciali. In questo immenso mare non si nuota più per raggiungere una spiaggia libera comune, ma per restarne lontani il più possibile, preferibilmente da soli. Ma è ovvio che inconsciamente si vuole anche qualcuno che, prima o poi, arrivi, ci noti e magari ci riconosca anche; altrimenti nuoteremmo a vuoto.

Non c’è più la ricerca di un’identità individuale, libera dagli schemi, con il solo scopo di stare bene con sé stessi; non c’è più la strada con una massa uniforme sulla sinistra e un uomo solitario sulla destra; ci sono miliardi di puntini, di freccette, in un’unica piazza grande, che puntano ognuna in direzioni diverse, scontrandosi a volte, scappandosi sempre. Ormai è la fame di sentirsi speciali, di sentirsi autonomi e diversi che ci spinge.

Andare “contro corrente” non può significare questo; perché manca la variabile più importante, quella che regala il senso al tutto: la responsabilità della solitudine. Ciò non vuol dire essere soli fisicamente – forse siamo la generazione che lo è più di tutti. Significa essere soli con sé stessi, essere a tu per tu con chi sei veramente. Significa ascoltarti, guardarti dentro, capirti, giudicarti. Vuol dire assumere una responsabilità tale da poter affermare di conoscersi, di essersi compresi, di aversi trovato i desideri più nascosti, i sogni più grandi, i bisogni più necessari. E’ semplicemente l’aver trovato la ragione della propria vita, il suo scopo, e prendere la sua strada sebbene sia “contro corrente”.

“Assaggiamoci il sangue”

A vent’anni è difficile tutto questo; ma si può cominciare. Ma diventa impossibile se iniziamo a camminare da qualche parte solo per iniziare a camminare in direzione contraria a qualcuno, nella speranza così di trovare la propria strada. Perché manca la solitudine. Ma l’alienazione e la moda del pensiero ci spingono, come hanno sempre fatto, verso una direzione comune e sommariamente giusta a tutti. Non fanno altro che cancellare tutte le strade, lasciandoci girovagare in una piazza vuota gremita di gente come noi: alla ricerca d’un qualcosa che appare.

Non siamo più la Fernanda che fa di tutto pur di essere sé stessa, camminando in direzione opposta agli altri perché ha riconosciuto la sua via. Non siamo più l’ometto solitario di Munch che ostinato, senza guardarsi indietro, si allontana solitario dalla massa uniforme sul marciapiede, noncurante dei loro sguardi morti. Noi siamo il loro corpo, ma senza la loro anima; lasciamo andare le gambe controcorrente ma i nostri pensieri sono gli stessi di tutti. Ma se è questa l’apparenza, dove s’è cacciata l’anima?

La responsabilità della solitudine: l’accettazione di entrare in sé stessi per trovare le proprie ragioni, e assumersi l’onere di ascoltarle, riconoscerle e perseguirle nonostante tutto. Ma senza di lei, muoviamo solo le nostre gambe alla rinfusa, cercando di scapparci il più possibile, per poi piangere quando ci ritroviamo soli senza più ragioni.
Siamo dei prìncipi senza princìpi. Scordiamoci le corone e assaggiamoci questo sangue, che blu non è; ma rosso.
In solitudine, riconosciamoci: tiriamo fuori le donne e gli uomini che siamo nel profondo. E se tutto il resto ci appare morto, terrificante, fantasma, mettiamoci le mani in tasca e andiamo nel senso opposto.
“Così uscimmo a riveder le stelle”, diceva Dante.

“E quanto e bello un uomo quando è un uomo”, diceva qualcun altro.

 

Pubblicato da Andrea Scoscina

Mi sono ritrovato caporedattore di Zeta mentre scrivevo poesie e mi appassionavo di filosofia. Volevamo cambiare la nostra generazione, così abbiamo iniziato a pensare. Volevamo cambiare il mondo, così abbiamo iniziato a scrivere.

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