Van Gogh e il mondo contadino: una storia di emarginazione

Van Gogh e il mondo contadino: una storia di emarginazione

“La vita imita l’arte più di quanto l’arte imiti la vita” diceva Oscar Wilde. Ma talvolta l’arte diventa documento storico di scenari di crudo realismo. La risonanza di un movimento artistico, di cui è necessario cogliere le profonde implicazioni e potenzialità, dà impulso a risvolti spesso restii a svelarsi, ma estremamente suggestivi.

La storia di Van Gogh è tra le più controverse e memorabili della cultura europea e mondiale: l’ascesa e il declino di un personaggio impossibile da imprigionare in una definizione univoca. Un artista osannato che ha sbalordito le file dei critici con le sue veementi pennellate cariche d’ardore. Dentro di sé, e al di fuori, in una realtà che spesso rigetta spietate le sue nodose contraddizioni, Van Gogh si trova ad assorbire le complessità del suo secolo: una società di cui nuovi fervori all’orizzonte minacciano di modificare per sempre gli scenari. Sono anni di crisi: una crisi economica, sociale, che affligge tutti, ma in modi diversi.

La borghesia, assoluta protagonista in quegli anni di liberalismo incontrastato, sembra aver abbandonato parzialmente gli animi rissosi, e si abbandona ad un’estasi libertina che percepisce come riparto da un mondo incandescente. Al contempo, le classi subalternarne agonizzanti scontano un triste destino di emarginazione. Il tema della crisi, dell’estraniazione e della condizione di derelitti della stragrande maggioranza della popolazione, risulta attuale per più di un fattore. E Van Gogh, da fedele scrutatore dei buchi neri della sua realtà, riesce a sublimare quei contesti sociali nebulosi nelle sue tele, dando vita ad un nuovo ellenismo. Egli dedica, per l’appunto, centinaia di opere nei primi cinque anni della sua produzione artistica, tutte incentrate su un’analisi delle sfaccettature del mondo contadino.

Van Gogh
Foto di David Mark da Pixabay

Il mondo contadino di Van Gogh

Un mondo che, tra mistificazioni e demonizzazioni, appare un pulsante bacino di valori umani purificati dall’incrostazione della cupidigia borghese. Van Gogh non va ricordato soltanto per “I Girasoli” o per la “Notte stellata”, esempi brillanti di un uomo dal potenziale umano e creativo pressoché inesauribile. Ma anche per la sua vena così provocatrice rispetto ad un’arte che, smarriti i suoi baluardi, cercava riparo negli stilemi obsoleti dell’arte classica. In una delle sue stagioni artistiche, Van Gogh calza più che mai il ruolo comunemente affibbiatogli di paladino degli umili, e porta al centro dell’arte soggetti tutt’altro che accademicamente convenzionali. Conosce, in un periodo della sua vita, le austerità dei campi, le durezze del lavoro, la miseria di intere famiglie e tipi umani variegati che trovano, nei dipinti di Van Gogh, una rinnovata ed eterna identità.

“I mangiatori di Patate” possono essere considerati l’apice patetico di questa ricerca del pittore, di scandagliare le realtà più dimesse per tingerle di una rivalutazione artistica ed umana che li erge a soggetti di forte intensità. Un quadro dove, con una graduazione cromatica che riprende la precarietà del contesto, raffigura una circostanza ben lontana dai canali artistici altolocati: una famiglia intenta a consumare un pasto magro, spartito generosamente. Seguono una sfilza di ritratti, purtroppo anonimi, che si impongono allo spettatore nella loro verità.

La verità di un popolo ai margini, delapidato, scontento, ma che ritrova il senso dell’essenzialità delle cose, la profonda capacità catartica dei sentimenti genuini, dei frutti del lavoro onesto. Van Gogh riafferma e consolida la sua natura di voce fuori dal coro, e si concede una pittura lontana da arditi sperimentalismi, che fa emergere una sua tendenza empatizzante nei suoi confronti di un mondo schietto, sincero, privo di fervore intellettuale ma per questo libero dalle escrescenze del mondo moderno, ormai artefatto.

Van Gogh
Foto di Jaesung An da Pixabay

L’urlo di una verità cruda

Sono gli anni del capitalismo, di migliaia di ex contadini e bottegai che migrano nelle grandi città, con la speranza di poter accedere ad un panorama occupazionale sempre più monopolizzato dalla mano avara di grandi imprenditori, sordi a sacrosante rivendicazioni civili. Van Gogh, in questo scenario di precarietà, dove egli stesso figura come reietto, cerca la soluzione estetica per dare voce anche agli ultimi, agli umili. E questo non lo rese affatto amico e complice dei suoi contemporanei: egli appariva, infatti, in tutto e per tutto estraneo alla mentalità dominante.

Il motivo è che urla una verità cruda: oltre la mondanità borghese, oltre le dichiarazioni rincuoranti di fratellanze, c’è altro, c’è la sofferenza, c’è l’umiltà di schiere di dimenticati, di vittime silenti, che nella propria realtà cruda ritrovano il senso vero di essere umani. Ma quanto, il mondo contadino, calato nello scenario contemporaneo, risulta evolutosi rispetto a questo scenario di regresso? Certo, la modernità ha fatto dei passi avanti, ma ha anche reso il problema infinitamente e diversamente più controverso. Nel periodo tra il 2002 e il 2012, in Europa sono scomparsi 4,8 milioni di lavoratori full-time nel settore agricolo. Nello stesso lasso temporale, l’Europa ha dunque irrimediabilmente perso l’1/3 delle piccole aziende agricole, per un totale di ben quattro milioni di imprese.

Questo deriva anche dalla scarsità di terre: sempre più, infatti, i piccoli contadini subiscono espropriazioni pubbliche che adibiscono i suoli alla costruzione di strade, industrie, linee ferroviarie e quant’altro. Senza contare che il costo degli input agricoli – cioè le materie prime funzionali alla produttività dell’industria agricola – dal 2000 al 2016 si è quasi duplicato, rendendo concretamente difficile per gli agricoltori acquistarne quantità esorbitanti.
Il settore agricolo risulta, inoltre, una calamita per il fenomeno del lavoro irregolare, con una cifra di ben 430.000 lavoratori in media ogni anno assunti tramite un’intermediazione illecita, di cui larga parte soggetta ad una condizione di sfruttamento. La Via Campesina, nata nel ‘93, è ad oggi il più grande movimento internazionale della civiltà contadina, e da anni promuove politiche agricole e alimentari solidali e sostenibili.

Van gogh
Foto di Joseph Harrison da Pixabay

 

L’agricoltura oggi

Ad oggi, il covid ha fatto il resto. La chiusura dei mercati all’aperto, spesso piattaforma redditizia proprio per i piccoli contadini, ha paralizzato ben 450 realtà produttive in Italia nel 2020. Secondo il presidente dell’associazione FederBio, le misure adottate per emarginare il disastro pandemico condurrebbero alla deriva circa 60.000 agricoltori biologici. Secondo quanto emerge dalla Coldiretti,il sindacato dei coltivare diretti, la crisi pandemica ha comportato un calo della manodopera, che beneficiava di attività lavorative stagionali svolte specialmente da immigrati.

È perciò ufficiale: il ceto agricolo continua ad essere uno degli anelli deboli della nostra società. E c’è di più: date le possibilità statistiche e informative di cui oggi disponiamo, siamo in grado di redigere una nuova panoramica delle diseguaglianza sociali quanto mai ampia. Se andassimo anche oltre lo scenario italiano ed europeo, e ci addentrassimo in una fetta di mondo dove per le stesse ed innumerevoli altre regioni il covid ha rappresentato soltanto la punta dell’Iceberg, il quadro si arricchisce. Le ultime notizie della rivolta dei piccoli contadini indiani lo dimostra, soprattutto in paesi orientali, sudamericani e africani dove l’agricoltura continua a rappresentare l’ossatura del sistema produttivo.

Dunque, nonostante siano passati quasi due secoli da quando Van gogh racchiudeva nelle sue tele le ristrettezze e i martiri del ceto contadino, questi ultimi non sono, per nulla, conclusi. Né destinati tanto meno ad arrestarsi, in una società globalizzata (e per di più disgregata da un’emergenza pandemica ormai sempre meno prevedibile) che tende a fagocitare certe piccole realtà, schiacciate dall’autorità di imperanti colossi internazionali. Ciò che rende ancora più drammatica la situazione di questi gruppi umani privi, perfino, di un genio che li affranchi dal loro bacino di oblio, come Van Gogh fu nell’arte e per come si è poi cristallizzato nella mente dei posteri.

Pubblicato da Domenico Lubrano Lavadera

Sono Domenico, ho 19 anni e studio Giurisprudenza. Sono un sognatore idealista che nel tempo libero si improvvisa fotografo, scrittore e un po’ di tutto. Mi interesso particolarmente di diritti umani, e di quanto nella nostra società siano, spesso, tutt’altro che garantiti.

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