“Quella notte sono io”: quando un istante diventa per sempre – Recensione

“Quella notte sono io”: quando un istante diventa per sempre – Recensione

La memoria è un’arma a doppio taglio; ti permette di ricordare come istantanee gli attimi più belli della tua vita, i tuoi successi, le tue soddisfazioni, le persone a cui hai voluto bene. Ma ti costringe anche al ricordo di quei momenti e di quelle azioni che vorresti non aver mai vissuto in prima persona, quelle ombre che vorresti allontanare per sempre.

“Credo di essere diverso dagli altri. Non c’è un ricordo che mi faccia stare bene. Non cambia se sono belli o brutti: è il ricordare in sé che mi scatena il senso di colpa. Anche le memorie più felici sono una condanna”

Questa storia inizia così. Con un fulmine a ciel sereno. Una memoria riemersa dal sonno in cui era caduta. Un tuffo indietro nel tempo.

Stefano, Germano, Lucio, Silvia e Margherita sono oramai cinque adulti come tanti. Ma su di loro incombe l’ombra di un passato oscuro e lontano che, dopo quasi trent’anni, sta per bussare alle loro porte.
È notte, tutti e cinque frequentano l’ultimo anno di liceo. È su Mirko Caiati, quel compagno così “diverso da loro”, che accaniscono la loro rabbia e la loro violenza. Tenendolo per le gambe lo fanno dondolare dal balcone, poi, per errore o volontariamente, lo lasciano cadere nel vuoto. È un attimo; l’orrore si dipinge sui loro volti. Come sono arrivati fin lì? E ora, cosa succederà? Nessuno cerca più notizie. Nessuno si fa più domande. E quando il dubbio si affaccia alla porta è meglio non cercare la risposta.

“Quella frazione di secondo non ha cambiato solo la mia vita. Era la mia vita, e anche quella che sarebbe stata”

Da qui il titolo del libro: “Quella notte sono io”. Perché in fondo è quella notte che li ha resi le persone che sono oggi: persone normali, eppure diverse da chiunque altro. A rievocare nelle loro menti quel ricordo sfumato è una lettera della “signora Elena“, madre di Mirko, che convoca tutti nella residenza di campagna della famiglia Caiati. L’invito riaccende gli interrogativi e le preoccupazioni dei cinque aguzzini. Perché sono stati convocati solo ora?  Mirko dunque è vivo? E se è vivo perché non ha mai denunciato? O forse dietro questa lettera si nasconde dell’altro?

I cinque si ritrovano insieme alla signora Caiati in un seminterrato bianco, lo studio di Mirko. E proprio in quella stanza si tiene un processo al passato per quella notte di ventisette anni prima; per quelle dinamiche del branco che, nel silenzio di una gita scolastica, hanno stravolto le vite di tutti. Un processo al quale prendono parte anche due figuri importanti per la vita scolastica egli ex-ragazzi: il preside e la professoressa Frattocchi. L’insegnante che “quella notte” era in gita con la classe; colei che avrebbe dovuto impedire l’accaduto, e che si è ritrovata “spettatriceimpotente, o forse complice involontaria, del terribile atto.

Bloccati in quella villa lontana dalle loro case, i protagonisti del libro affrontano, per la prima volta, le loro azioni e i loro ruoli. Il racconto, narrato dal punto di vista di Stefano, vuole essere, come ha detto lo stesso Floris nel corso di un’intervista, non tanto una riflessione sul senso di colpa quanto piuttosto sul senso di responsabilità. Perché ognuno dei personaggi che sfilano su questo palco è portato a riflettere sulle sue responsabilità e ad accoglierle, prima di tutto davanti a sé stesso. Non è più solo un ricordo  d’angoscia di quel passato lontano: è accettarlo, “andare incontro al segreto che ha fatto di te ciò che sei” e abbracciarlo. Perché se fino a poco prima ammetterlo sembrava una “bestemmia”, ora può diventare l’unico antidoto a tutto il rimorso che si è provato in trent’anni.

“Per noi Mirko era morto. Era la condizione per tornare a vivere”

Ma si può davvero vivere nascondendosi anche a sé stessi? Non vedendo quello che si è diventati pur essendone perfettamente coscienti? Quello che ci salva è proprio il senso di responsabilità. Quella voce invisibile, sottile, che cerchiamo di reprimere. Che ogni giorno ci sussurra all’orecchio devo decidere chi sono e chi sarò, per sempre”. Quello di Stefano è un monito. La scelta che faremo non finirà domani, anzi, sarà proprio domani che ne pagheremo il prezzo. Possiamo fare finta di dimenticare ma “la cosa rimane quella che è”

Quella raccontata da Floris è una storia forte, ma in fondo anche una come tante altre, che affonda le sue radici proprio nella nostra quotidianità. Quella quotidianità che parla del nostro essere occupati a coltivare l’omogeneità, a spaventarci davanti al diverso. Una quotidianità in cui “cerchiamo di mimetizzarci, di essere normali, nel senso di consueti, prevedibili, regolari”. In cui chi da nell’occhio diventa un po’ come Mirko.
Un libro che non ha paura di rompere la barriera dell’omertà denunciando il fenomeno del bullismo.
Una morale, forse, che potrebbe essere racchiusa solo nelle ultime pagine, o nelle ultime righe; ma proprio per questo lasciamo al lettore la scelta, o la curiosità, di ascoltare questa storia.

Pubblicato da Chiara Gerosa

Appassionata di poesia, letteratura e cinema. E di scrittura, ovviamente! Collaboro per la sezione cultura di Zeta. Metto in campo impegno, curiosità ed entusiasmo, fiduciosa in una comunicazione che vada al di là della notizia. Credo nella libertà di pensiero e di espressione.

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