L’Africa e il “neo-colonialismo del debito”

L’Africa e il “neo-colonialismo del debito”

Africa: da sempre terra di conquista

Il colonialismo in Africa, principalmente ad opera di nazioni europee, ha avuto origine a partire dall’XI secolo circa, fino a raggiungere il proprio apice nell’Ottocento.
Diversi Paesi africani hanno combattuto guerre sanguinose dal XV secolo fino agli inizi del XIX secolo per ottenere l’indipendenza.

Dopo la decolonizzazione, avvenuta tra gli anni ‘60 e ‘70, sembrava che l’Africa avesse ormai superato il peggio e che fosse pronta a intraprendere il proprio percorso, libera da ingerenze esterne. Una nuova forma di colonizzazione si insinua nel continente ritenuto la “culla dell’umanità”, diversa da quella storica europea, ma in grado di rende ancora una volta l’Africa terra di conquista: il neocolonialismo cinese.

Cartina dell’Africa occidentale

L’origine dell’espansione cinese

Le relazioni politiche ed economiche contemporanee tra l’Africa e la Cina hanno inizio il 25 ottobre 1971, quando la risoluzione 2758 dell’Onu riconosce la Repubblica popolare cinese come governo legittimo dell’ex impero celeste: 26 di quei voti sono africani.
Nei decenni successivi si intensificano i rapporti sino-africani, basti pensare che nel corso degli anni ’90 gli scambi tra le due parti sono aumentati del 700%, rendendo la Cina il primo partner commerciale.

La svolta si ha però nel 2000 con la creazione del FOFAC, il forum della cooperazione tra la Cina e l’Africa. La formazione di questa alleanza è stata favorita a causa degli scarsi risultati ottenuti dagli aiuti occidentali all’Africa post-coloniale tra il 1960 e il 2000.

Ammonta a circa 400 miliardi di dollari il totale di tali finanziamenti e contributi, i quali però non hanno determinato un aumento degli investimenti di capitali stranieri e l’unico controproducente risultato è stato quello di incrementare il debito pubblico dei Paesi interessati.
Negli anni ’90 le nazioni occidentali obbligano l’Africa a sottostare a nuove, rigide, condizioni con una conseguente perdita di autonomia che viene interpretata come un nuovo tipo di sovranità limitata di poco successiva alla decolonizzazione.

È allora in questo contesto, mentre Ue e Usa chiedono all’Africa di spalancare le porte alla globalizzazione univoca (per favorire gli interessi euro-statunitensi), che Pechino punta invece sullo scambio alla pari.
Nel primo incontro del FOFAC vengono presentati i cinque princìpi fondamentali del Forum: rispetto reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale, patto di non aggressione, non ingerenza negli affari interni, coesistenza pacifica, uguaglianza e reciproco vantaggio. Una rivoluzione.

La natura di tale approccio si basa su un modello «win-win», nel quale ciascuno degli attori coinvolti persegue i propri obiettivi senza interferenze reciproche. Questo sistema risulta ancora più appetibile agli occhi dei Paesi del continente se paragonato alle politiche coloniali europee del passato. La massiccia presenza dell’imprenditoria cinese, così come i progetti infrastrutturali e nel comparto dei trasporti, mirano allo sviluppo interno dei Paesi africani e alla riduzione del tasso di povertà degli stessi.

Cerimonia di apertura del FOCAC | Pechino, 3 settembre 2018

Gli obiettivi del “Dragone” in Africa

Analizzando gli ultimi vent’anni di cooperazione con l’Africa si possono individuare tre principali aree di interesse per il gigante asiatico: l’apertura di mercati emergenti, l’acquisizione di materie prime e il supporto africano nelle istituzioni internazionali.

L’apertura di nuovi mercati ha un duplice obiettivo. Il primo è quello di assorbire l’eccesso di produzione del sistema economico del colosso asiatico. Il secondo è quello di aggirare i limiti dell’Occidente alle importazioni di merci cinese. La strategia adottata è quella di effettuare investimenti in settori chiave, come le infrastrutture, le telecomunicazioni, il tessile e l’industria agro-alimentare. Ciò permette agli imprenditori cinesi di aprire fabbriche in Africa utilizzando materiali e macchinari cinesi, ma personale locale. In questo modo molti prodotti sono ufficialmente «made in Africa» e possono essere venduti più facilmente negli Usa e nella Ue.

Per quanto riguarda le materie prime, la Cina riceve dall’Africa più del 30% delle importazioni di petrolio, uranio, rame, platino, oro, argento e legname. Per la leadership cinese, sensibile all’ideologia maoista dell’autosufficienza, è fondamentale poter contare su una disponibilità energetica continua, cioè in quantità sufficiente a un prezzo accessibile. La Cina non può permettersi una crisi energetica per ragioni economiche e di politica interna.

Mao Zedong dopo aver istituito la Repubblica nel 1949

Secondo Marc Lanteigne, professore Universitario di Scienze Politiche all’università di Tromsø ed esperto di politica estera del Dragone orientale, «una brusca frenata dell’economia cinese farebbe esplodere tutte le sue contraddizioni sociali e metterebbe in discussione la legittimità stessa del PCC». Il Partito comunista ha infatti fondato la propria leadership sul nazionalismo e sulla capacità di assicurare una continua e crescente prosperità.

Il terzo motivo è la ricerca di alleanze diplomatiche. L’Africa riveste un importante ruolo strategico, essendo il più grande singolo raggruppamento di Stati (54), che tende a votare in blocco in contesti multilaterali come l’Onu e le sue agenzie. Tali voti sono stati essenziali per il Dragone in tante occasioni, per esempio sono serviti a bloccare l’adesione di Taiwan all’Organizzazione mondiale della sanità, inoltre il peso politico dei Paesi africani è stato determinante nell’assegnazione delle Olimpiadi del 2008 a Pechino e dell’Expo 2010 a Shanghai.

Il ruolo della Exim Bank

Le principali istituzioni cinesi coinvolte nei progetti di cooperazione sono il ministero del Commercio, quello degli Affari Esteri e le principali banche statali, la China Development Bank, ma soprattutto la China Export-Import Bank (Exim Bank).
Questo istituto finanziario è uno dei più importanti al mondo, vanta riserve finanziarie 30 volte più grandi di quelle dei suoi diretti competitor, gestisce la quasi totalità dei prestiti erogati nei Paesi in via di sviluppo ed è diventata la più grande fonte di prestiti e finanziamenti per l’Africa sorpassando addirittura la Banca mondiale.

Al momento il debito contratto dai Paesi africani con la Cina ammonta a circa 150 miliardi di dollari, pari al 20% del totale in base alle rilevazioni della Jubilee Debt Campaign. Per assicurarsi che i contratti vengano onorati, il colosso asiatico stipula delle clausole in cui le garanzie sono le stesse infrastrutture finanziate. In questo modo, in caso di mancato pagamento, il Dragone può assumere il controllo di importanti strutture strategiche.

Molti sono gli Stati africani stretti dalla morsa del debito. Un esempio è il Gibuti, dove nella capitale omonima, ha sede la prima base militare permanente all’estero della Cina. Pechino ha investito 15 miliardi di dollari per lo sviluppo del principale porto e delle infrastrutture collegate. In caso di inadempienza, Gibuti potrebbe cedere il controllo del porto strategico di Doraleh, all’ingresso del Mar Rosso e del Canale di Suez.

Anche il Kenya si trova in una condizione analoga. Il porto di Monbasa, uno dei più grandi e frequentati dell’Africa Occidentale, è stato utilizzato come garanzia del prestito di 3,2 miliardi di dollari finalizzato alla costruzione della linea ferroviaria di 470 chilometri tra Mombasa e la capitale Nairobi. Se il Kenya non dovesse saldare il debito, la Exim Bank ne assumerà il controllo.

Destini simili potrebbero accadere a molti altri Paesi, come lo Zambia, dove un terzo del debito è nelle mani del colosso orientale; ma anche l’Etiopia, dove l’utility cinese State Grid ha già acquistato una quota da 1,8 miliardi nella società elettrica nazionale, in cambio della cancellazione di una tranche del debito pubblico, e tanti altri ancora.

Il Covid-19 e il “soft power” della Repubblica Popolare

Sebbene sia stata scongiurata una crisi sanitaria, essendo i Paesi africani tra i meno colpiti in termini di numero di contagi, la pandemia ha generato una grave recessione in tutto il continente. Secondo le stime della Banca mondiale la crescita annuale dovrebbe passare dal 2,4% ad un valore compreso tra il -2,1% e -5.1%. Per delle economie che sono principalmente dipendenti dalle esportazioni, soprattutto di prodotti minerari, l’abbassamento della produzione e la caduta dei prezzi delle materie prime hanno avuto degli effetti drammatici.

Molte nazioni, in particolare quelle largamente indebitate, non hanno la capacità di attuare pacchetti di stimolo fiscale simili a quelli di molti Paesi sviluppati. È probabile quindi che la loro ripartenza futura sarà lenta e non priva di insidie.

Per sfruttare l’emergenza, con il fine ultimo di rafforzare ulteriormente la propria influenza economico-politico, a giugno 2020, Pechino ha inviato equipe mediche a più di 50 nazioni africane, 30 milioni di test, 10 mila respiratori e 80 milioni di mascherine. L’ occasione è servita al presidente Xi Jinping per riconfermare lo stanziamento di 2 miliardi di dollari in due anni destinati ai Paesi in via di sviluppo più colpiti, e promettere che il continente sarà tra i primi a ricevere il vaccino “made in Cina”.

Summit straordinario Cina-Africa sulla solidarietà contro il COVID-19 | 17 giugno 2020

Nel quadro di una strategia di “potere morbido”, riproponendo il termine coniato dal politologo statunitense Joseph Nye, gli interventi in campo sanitario hanno il fine di consolidare quella politica silente iniziata già durante il governo di Mao, quando furono instaurate le relazioni sino-africane.

Questo ha permesso di mantenere una buona reputazione all’interno del territorio, superando le recenti difficoltà che potevano minare l’immagine del Dragone. Le numerose scoperte di attività poco chiare delle sue aziende in Africa, unite ai vari scandali ambientali e di corruzione, ne avevano intaccato la fama. Poi l’arrivo del Covid e le critiche su come la Cina ha gestito le prime fasi della pandemia, agevolandone la diffusione. A ciò si sono aggiunti casi di razzismo a Guangzhou nei primi mesi di lockdown.

La Cina, però, ha giocato bene le sue carte durante la pandemia migliorando la sua immagine. Lo dimostrano i recenti sondaggi per cui più della metà della popolazione africana considera positiva l’influenza cinese su economia e politica.

La storia si ripete

Non era sicuramente questo lo scenario sognato più di sessant’anni fa, quando l’Africa iniziò il proprio cammino verso l’indipendenza, liberandosi gradualmente dalle tutele coloniali. La decolonizzazione fece immaginare un continente finalmente senza padroni. La storia, purtroppo, si ripete, con altri attori, ma con i medesimi risultati.

Si è entrati nell’epoca del “neo-colonialismo del debito”. In meno di venti anni infatti, la Cina si è impadronita con successo dell’Africa senza sparare un solo proiettile.
L’Occidente è avvisato, Pechino detiene un potere in continua crescita sullo scacchiere internazionale e l’Africa, che riveste da sempre un ruolo importante nella strategia geopolitica mondiale, sarà un utile strumento per consolidare le mire espansionistiche dell’ex impero celeste.

Pubblicato da Roberto Di Veroli

Nato nel 1996, due passioni lo accompagnano: l’AS Roma e i mercati finanziari. Studente di Finanza, da un lato affronta la vita come un’equazione, niente lasciato al caso, dall’altro ama il rischio e la volatilità delle borse. Come Albert Einstein reputa l’interesse composto l’ottava meraviglia del mondo.

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