Trasformismo moderno, l’arte della politica bifronte

Trasformismo moderno, l’arte della politica bifronte

In questi ultimi mesi e più in generale negli ultimi anni, giornalisti, opinionisti e analisti politici hanno utilizzato spesso il termine “trasformismo” per riferirsi ad interi schieramenti politici o a singoli rappresentanti.

Ma cos’è il trasformismo?
Semplificando, il trasformismo si può riassumere in una pratica politica che ha come priorità l’interesse personale o di partito, piuttosto che la coerenza ideologica. Per capire bene di cosa si tratta bisogna fare però una distinzione tra il trasformismo originario e quello moderno. Dopo il 1880 diventa prassi comune tra i deputati di destra e di sinistra cambiare le maggioranze di governo in base a convergenze di intenti su una questione specifica, piuttosto che sull’ideologia generale e sui valori. In quella politica non esistevano i partiti, le candidature erano individuali, permettendo così ai politici maggiore libertà di movimento tra maggioranza e opposizione.

Il trasformismo moderno

Nella politica moderna si utilizza il termine trasformismo per riferirsi a quell’insieme di azioni politiche finalizzate al raggiungimento di interessi personali ed egoistici, sfruttando la posizione di potere che si ricopre. Lo si attribuisce alla tendenza di ricorrere a compromessi e alleanze con altri partiti ideologicamente distanti dal proprio. Lo si utilizza per indicare anche azioni finalizzate unicamente al mantenimento o al rafforzamento del potere, o come piace dire oggi, a “tenersi le poltrone”.

È usato anche per indicare scambi occulti di voti, “cambi di casacca”, alleanze di interesse e incoerenza ideologica guidata da ciò che conviene dire o fare in quel momento anche a costo di contraddire quanto detto il giorno precedente. Tutto questo porta inevitabilmente ad un abbassamento della qualità del dibattito politico e una forte sfiducia da parte della collettività nei confronti della classe politica. Nella politica moderna fatta di populismo, social network, mojito al Papeete e gaffe imbarazzanti, cos’è rimasto di serio in questa politica? Ha senso parlare di trasformismo con una classe dirigente che non sembra conoscere altro modo di agire se non questo?

La famosa vignetta che rappresenta Agostino De Pretis, considerato l'inventore del trasformismo
La famosa vignetta che rappresenta Agostino De Pretis, considerato l’inventore del trasformismo

I casi di lega e Movimento 5 Stelle

I casi più eclatanti si registrano tra le file della Lega e del Movimento 5 Stelle per due motivi molto semplici. Il primo risiede nel fatto che sono due partiti nuovi e che non hanno dunque un’identità politica radicata. Il secondo motivo di questo continuo trasformismo è che sono entrambi partiti con una base elettorale fortemente populista.

La Lega (Nord)

Per quanto riguarda la Lega, la rapida e travolgente ascesa del partito guidato da Matteo Salvini inizia da una semplice mossa di rebranding, cambiando il nome del partito da “lega nord” a “lega”. Questa elisione denominativa sembra aver scatenato nell’elettorato una sorta di oblio, cancellando quanto detto e dichiarato dall’On. Salvini prima di diventare il capitano degli italiani. Il primo trasformismo di Salvini si verifica con il trasferimento dai comunisti padani alla Lega Nord, assorbendo immediatamente i valori del partito secessionista di Bossi.

Da lì passa in qualche anno da “senti che puzza scappano anche i cani, stanno arrivando i napoletani” a “zero chiacchiere, più Campania”, dai meridionali “fannulloni” e “parassiti” a “prima il sud con tutte le sue perle”. Salvini volteggia di continuo da un estremo all’altro senza fare mai un passo indietro. Dal secessionismo al nazionalismo, dall’odio verso l’Europa repressiva e tiranna ad essere europeista ed europarlamentare. Vota a favore della concessione delle autostrade per l’Italia ai Benetton, salvo poi gridare allo scandalo che siano state date in concessione ad un privato.

Il 17 febbraio del 2017 scriveva su Facebook a proposito di Mario Draghi: “Spiace che un italiano sia complice di chi sta massacrando la nostra economia, il nostro lavoro, i nostri giovani, la nostra speranza. #vergogna #eurofollie”. Nei giorni scorsi, come sappiamo, ha dato pieno appoggio al governo dell’ex presidente della BCE.

Il Movimento 5 Stelle

Il M5S, dovendosi districare tra quanto professato come proprio valore distintivo e dinamiche della politica reale, ne esce come un partito schizofrenico e disomogeneo. Si contraddistingue “dalla casta” dei soliti partiti corrotti per alcuni valori imprescindibili. Tra questi: l’uscita dall’euro, l’abolizione dell’immunità parlamentare e il vincolo dei due mandati. Una volta conquistato il parlamento la questione euro è sparita dal calendario grillino e Salvini, durante il primo governo Conte, è stato salvato dal processo della Diciotti proprio grazie al voto del Movimento. Dopo due mandati, inoltre, i grillini hanno ideato la regola del “mandato zero” che annulla sostanzialmente la validità del primo mandato consentendo loro di restare in parlamento. Tra gli altri trasformismi ci sono stati:

Mai governo con la Lega”, il primo governo Conte è a maggioranza 5Stelle-Lega.

Mai con il partito di Bibbiano” (PD), secondo governo Conte a maggioranza 5Stelle-PD.

Massimo appoggio a Conte, o con lui o niente per opporci a Renzi che ha tolto la fiducia”, appoggio al governo Draghi con Lega, PD e Italia Viva.

 

Il governo conte I

 

La sinistra

Stesso discorso vale per il PD che dall’opposizione vota con Zingaretti tre volte contro il taglio dei parlamentari, perché la riforma ledeva gravemente i valori democratici. Tra il terzo e il quarto (e ultimo) voto cambia la maggioranza e il PD prende il posto del partito di Salvini nel governo. Risultato? IL PD vota a favore del taglio dei parlamentari.

Renzi da segretario del PD dichiara “mai con i 5Stelle perché abbiamo visioni e valori troppo diversi” e poi con Italia Viva entra con loro in maggioranza.

Queste sono solo alcune delle innumerevoli incongruenze degli ultimi anni di una politica che sembra aver perso completamente il senso dell’istituzione. E allora la domanda che sorge spontanea visto il capitale umano e politico della nostra classe dirigente è: ha senso parlare ancora di trasformismo come una parte della politica? Ha senso pensare che non sia ormai l’essenza stessa di questa politica moderna?

Probabilmente sì e no.

Perché non ha senso parlare ancora di trasformismo

Non ha senso perché siamo rimasti fossilizzati ad una politica che non c’è più, una politica di ideali e di valori che non corrisponde più alla realtà. Non possiamo continuare ancora a giudicare l’attuale situazione istituzionale con un criterio distante anni per mezzi, persone, società e contesto storico. Sono cambiati i canali di comunicazione, la considerazione e il rispetto che si ha delle istituzioni. E’ cambiato l’elettorato stesso e la sua concezione della classe dirigente. Siamo entrati in un’era di politica compressa e bidimensionale.

Una politica “smart” ma non nel senso di “intelligente”, nel senso di immediato, di semplificato. E’ una politica per tutti ma nel modo sbagliato. Per facilitarsi il compito non cerca di portare la società ad un livello tale da farle comprendere la complessità del sistema. Al contrario si abbassa al livello di chi non ha avuto i mezzi per diventare un cittadino consapevole ed informato, sminuendo il valore del ruolo che ricopre la politica.

È la politica degli slogan, della voce grossa, delle frecciatine. La politica di un ex primo ministro che toglie la fiducia ad un governo perché dice di volere il bene del Paese per poi volare qualche ora più tardi nella capitale di una delle dittature più repressive al mondo a parlare di “Nuovo Rinascimento”. È la politica di una sinistra che ha perso il contatto con la realtà, di una sinistra che sembra colta sempre di sorpresa.

Una sinistra che più la si guarda agire e più sembrano profetiche le parole che Nanni Moretti disse a D’Alema in “Aprile”, film del 1998: ”dì qualcosa, non farti mettere sotto dalla destra, reagisci. Dì qualcosa dì sinistra. Anche non di sinistra, basta qualcosa anche solo di civiltà. Dì qualcosa”.

Voti di scambio e battaglia di consenso

Dobbiamo arrenderci al fatto che siamo entrati in una stagione politica in cui un movimento civile di non politici, stanchi della situazione, riesce a guadagnare tanto consenso politico da entrare finalmente nei palazzi del potere per cambiare qualcosa, salvo poi comportarsi nello stesso modo di quelli che tanto ferocemente avevano criticato. Quella moderna è una politica bifronte, in cui ogni cosa è coerente e complementare al suo contrario. In quest’ottica non ha senso parlare ancora di trasformismo perché non ci sono più i valori della politica, non si lotta più per le convinzioni, si lotta per il potere. Non è uno scontro di ideali è uno scontro di consenso.

Perché ha senso parlare ancora di trasformismo

Parallelamente però ha senso parlare ancora di trasformismo come di un qualcosa che affligge la politica. Riconoscerla come un aspetto collaterale di essa ma non come identità. Fa bene parlare di trasformismo in questi termini perché in qualche modo non ci si arrende alla degenerazione alla quale si sta assistendo da anni. Perseguire questa strada significa combattere il tumore che sta indebolendo la politica. Significa, in qualche modo, non piegarsi, non arrendersi allo svilimento istituzionale. Significa continuare a credere che una politica migliore è possibile. Che se è vero che la classe dirigente è lo specchio del popolo allora si può lottare per essere una società migliore. Politici migliori. Cittadini migliori.

Pubblicato da Marco Barone

Classe 1998, vicedirettore. Ho studiato psicologia al liceo, frequento il terzo anno di scienze politiche alla statale di Milano. Appassionato di libri, cinema, scrittura e cucina, cerco di leggere e capire il mondo perché è l’unico modo per cambiarlo.

Commenti

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.