1 settimana 3 femminicidi 35 coltellate: un’unica storia

1 settimana 3 femminicidi 35 coltellate: un’unica storia

Quanto divario c’è tra uccidere una donna e picchiarla? Quanto distacco c’è tra insultare una donna e aggredirla? Quanta differenza c’è tra 5, 10, 20 coltellate?
I grandi media recentemente sembra abbiano perso la voglia di parlare di femminicidi; e questo è preoccupante. Perché la grande differenza tra uccidere una donna e picchiarla, è che del primo si viene a conoscenza. La maggior parte degli abusi e delle violenze perpetrate da un uomo ai danni di una donna rimangono celati, segretati, principalmente a causa del silenzio della vittima; o per un’ormai totale sottomissione, o per la paura che la volta dopo potrebbe fare di peggio. Ecco perché bisognerebbe parlarne di continuo.

Le vittime di femminicidio nel 2020, anno della quarantena che ha costretto mogli e mariti a restare nelle stesse quattro mura per mesi, ammontavano a 72. Il mese peggiore è stato gennaio con 13; il migliore febbraio con 2. Gli altri mesi sono una continua altalena. Stesso risultato del 2019, che conserva altrettante 72 vittime. Il 2018 li supera di 2. E il 2021?
Sebbene questo grandioso anno sia cominciato solo da sei settimane, sono già 7 le donne uccise da un uomo. Non spaventa troppo gennaio, con 4 vittime, bensì febbraio: in sette giorni sono state uccise 3 donne. Già una in più rispetto al febbraio 2020, con tre settimane di avanzo. Dunque c’è realmente da domandarsi il perché questo dato non sia su ogni media di informazione italiano. Allora parliamone.

Lunedì 1° febbraio: Sonia Di Maggio

Il 1° febbraio a Minervino di Lecce viene uccisa Sonia Di Maggio, di 29 anni. Camminava tranquillamente in strada, affianco al suo fidanzato, quando all’improvviso un uomo le arriva alle spalle. Quest’ultimo è Salvatore Carfora, di 39 anni, ex compagno della giovane. Salvatore tira fuori un coltello e inizia sferrare numerosi fendenti a Sonia, che sembrerebbe essersi posta davanti al fidanzato per proteggerlo. 20 coltellate. Lei gli cade tra le braccia, poi al suolo, in un lago di sangue. Saranno vani i tentativi di rianimarla da parte dei sanitari giunti sul posto, poiché le lesioni erano troppo gravi.

Carfora non è nuovo né alla violenza, né ai coltelli: nel 2011 aveva già accoltellato un parcheggiatore abusivo. Come, di certo, l’uccisione dell’ex compagna non è stato un momentaneo attacco di gelosia. Il 39enne sapeva benissimo della nuova relazione di Sonia. Quest’ultima, originaria di Rimini, si trovava in Puglia proprio per far visita ai parenti del nuovo compagno; Carfora, di Napoli, avrebbe infatti fatto il viaggio appositamente per aggredire la nuova coppia. Da mesi li stalkerava, da mesi li minacciava tra chiamate e sms: “Siete due morti che camminano”. Sonia non ha mai voluto denunciarlo, forse per paura. Perché lei sapeva di cosa era capace quell’uomo. Salta fuori infatti che Carfora all’inizio della frequentazione con la ragazza avesse mentito sulla sua identità, per nascondere i suoi precedenti. Come viene alla luce anche che durante la relazione il 39enne avesse già alzato le mani sulla ragazza.

Dopo l’omicidio tenta la fuga, ma viene rintracciato e arrestato dalle autorità. Reo di omicidio volontario premeditato e stalking, Carfora inizialmente concede una confessione parziale; in seguito crolla. Nel mese precedente di giugno era stato inoltre dimesso dall’ospedale psichiatrico di Aversa. Legittima la paura di credere che si sarebbe potuta utilizzare come attenuante. Il giudice però sottolinea che l’uomo è apparso freddo e lucido nel racconto dell’avvenuto. Non è stata semplice gelosia. È stata ossessione. Per lui Sonia non si sarebbe dovuta permettere di iniziare una nuova vita e, se fosse rimasto in libertà, avrebbe ucciso anche il compagno.

Domenica 7 febbraio: Piera Napoli

Il primo dei due omicidi del 7 febbraio: Piera Napoli. 31 anni, madre di tre figli, cantante, viene uccisa la mattina di domenica nella sua casa a Palermo. Salvatore Baglione, il marito, intorno alle 13:00 si presenta dai carabinieri per costituirsi: “Ho ammazzato mia moglie”. I tre bambini non hanno assistito; nelle ore successive all’omicidio l’uomo li ha accompagnati dai nonni. Il corpo di Piera è stato rinvenuto dai carabinieri nel bagno dell’appartamento, presentando varie ferite d’arma da taglio: 10 coltellate. Come al solito, dopo casi del genere, spuntano fuori vicini e testimoni. Secondo le ricostruzioni la coppia non stava passando un bel periodo; il rapporto tra i due si sarebbe incrinato irrimediabilmente negli ultimi tempi, e Piera avrebbe deciso di restare solo per stare accanto ai figli.

Baglione, durante gli interrogatori, avrebbe confessato il delitto, facendolo passare come il solito “delitto passionale”: quella stessa mattina lei gli aveva confessato di non amarlo più, e lui si era convinto che lo tradiva. Fa ancora più addolorare la notizia secondo cui Piera, circa un mese fa, aveva richiesto l’intervento della polizia dopo l’ennesima lite con il marito. E fa, se possibile, ancora più rammaricare il fatto che, alla fine, non se la sia sentita di denunciarlo. Baglione ora è in carcere con l’accusa di omicidio volontario.

Luljeta Heshta

Il secondo degli omicidi del 7 febbraio è quello di Luljeta Heshta. 47 anni, originaria dell’Albania, morta nel pomeriggio di domenica a Rozzano, in provincia di Milano. Poche ore prima sei passanti in auto testimoniano di averla vista correre e fuggire da un uomo che la rincorreva con un coltello; si trovavano sulla strada provinciale 40, tra Pedriano e Melegnano. I soccorsi vengono allertati verso le 13:00 (stesso momento in cui Baglione si costituisce), ma quando arrivano sul posto è già troppo tardi: trovano il corpo della donna qualche metro più avanti dal punto della chiamata, disteso sull’asfalto, in fin di vita. 5 coltellate: due alla gamba e tre alla schiena (ciò fa presumere che l’assalitore l’abbia aggredita alle spalle). Viene trasportata all’ospedale più vicino, ma anche per lei è troppo tardi; è la seconda vittima di domenica, terza in una settimana, settima da inizio anno.

Luljeta viveva in Italia da dieci anni, ed esercitava l’attività di prostituzione sotto il nome di Giulia. Madre di una bambina rimasta in Albania, abitava a Milano con il suo compagno. Ed è proprio su di lui che ricadono le accuse: Alfred Kipe, connazionale di 43 anni, rintracciato grazie all’aiuto di alcuni testimoni. All’inizio ha negato, poi ormai colpevole non ha rinnegato. Ad incastrarlo ci sarebbe un filmato di un automobilista che lo riprende mentre si allontana dalla Binasca; inoltre, nonostante abbia asserito di esser rimasto a Milano tutto il giorno, i suoi tabulati telefonici lo collocano proprio sul luogo del delitto. Il movente? La paura, o meglio la convinzione, che Luljeta avesse un amante; la stessa che nei giorni precedenti aveva lasciato la casa dove convivevano per separarsi da lui.

Donne e uomini

È stato irrispettoso non raccontare anche delle donne di gennaio ed esserci soffermati solo su quelle di questo mese. Trovate qui le loro storie: Sharon Barni, Victoria Osagie, Roberta Siragusa, Teodora Casasanta.
Ma febbraio fa paura.
3 vittime in una settimana, 2 solo domenica. Tre giorni fa.
Probabilmente in quel pomeriggio festeggiavamo la riapertura dei bar, bevendoci finalmente un buon caffè in compagnia. Magari quel pomeriggio abbiamo rivisto le nostre amiche che non vedevamo da tempo, o quella ragazza che ci piace persa in questi mesi difficili. Forse la sera siamo tornati a casa, abbiamo visto nostra madre preparare la cena, nostra sorella sul divano a guardare la televisione, dimenticato di chiamare nostra nonna per chiederle come stesse.

E’ da un anno che si edifica la speranza di cristallo che l’essere umano, in un periodo così delicato e instabile, si riscopra tale, e riporti al centro della società i diritti immutabili che lo compongono. Ma ci sono ancora bambini abbandonati in Bosnia a morire di freddo. Ci sono ancora persone rinchiuse ingiustamente in celle buie in Egitto che crepano di fame e di botte. Ci sono ancora donne sfruttate, abusate, uccise da “mani d’amore”. Ma saranno inutili le marce e le rivolte in strada per cambiare delle menti malate e bigotte come quelle degli uomini raccontati qui sopra. Perché servirebbe un coinvolgimento sociale, umanitario, politico, educativo.

Ma in che società?

Forse è troppo pessimista il pensiero che ormai gli uomini, i mariti assassini di oggi siano una causa irrimediabile, non prevenibile, solo curabile successivamente. Forse è troppo ottimista il pensiero che i ragazzi di oggi e uomini del domani saranno invece diversi, perché cresciuti in una società moderna educati a rispettare le donne e sé stessi. Cominciamo da qualcosa. Cominciamo col rispettare le nostre amiche al tavolo d’un bar, a corteggiare la ragazza che ci piace. Iniziamo dal tornare a casa e aiutare nostra madre che prepara la cena, scambiare due chiacchiere con nostra sorella che si annoia sul divano.

Non è un discorso unicamente maschile; ma tre uomini hanno ucciso tre donne la scorsa settimana. E non c’è rimedio se non quello di costruire una società diversa. Perché il femminicidio è il finale peggiore; ma ci sono troppi capitoli in precedenza. È un libro che inizia dal modo in cui si guardano le donne al sentirsi liberi di insultarle e dispregiarle. Poi prosegue col sentirsi più forti e liberi di toccare. Che continua col picchiarle e prendere l’abitudine di sentirsi in controllo e al potere. Che infine finisce con la prima settimana di febbraio 2021.
Perché c’è un’alta probabilità che se le donne avessero gli stessi stipendi degli uomini, gli stessi diritti sul proprio corpo, la stessa libertà sulla propria immagine, l’uomo non si sentirebbe così forte e sicuro da possederle, picchiarle e ucciderle.

Cominciamo dalla base; cominciamo dai costrutti che ancora dominano e indirizzano le dinamiche della nostra società.
Iniziamo dal chiamare nostra nonna, e chiederle come sta.

 

Pubblicato da Andrea Scoscina

Mi sono ritrovato caporedattore di Zeta mentre scrivevo poesie e mi appassionavo di filosofia. Volevamo cambiare la nostra generazione, così abbiamo iniziato a pensare. Volevamo cambiare il mondo, così abbiamo iniziato a scrivere.

Commenti