Uscire dalla tossicodipendenza grazie all’eroina

Uscire dalla tossicodipendenza grazie all’eroina

In Europa, da metà degli anni ’70 in poi, si è propagata una devastante epidemia di tossicodipendenza, soprattutto da eroina, che ha sfilacciato il tessuto sociale e aumentato la diffusione dell’HIV.
La diffusione di eroina illegale parte dagli anni ’30 e cresce costante fino al 1978 circa, quando la situazione è decisamente fuori controllo. In quel periodo le città si vedono attraversate da giovani zombie anestetizzati che barcollano per le strade accasciandosi nei luoghi pubblici. Si assiste a scene di degrado urbano: luoghi pubblici come parchi e piazze diventano il punto di ritrovo dei tossici che si riuniscono in gruppi per consumare eroina. Giardini pubblici, centri storici e stazioni ferroviarie si riempiono di siringhe e fiale creando un danno non solo civico ma anche sanitario.

Queste orde di ragazzi, annientati mentalmente e fisicamente dalla loro dipendenza, finiscono molto spesso a delinquere per procurarsi i soldi per la droga. Nei casi peggiori muoiono di overdose a meno di trent’anni, su una panchina di un parco o congelati nei sottopassaggi delle stazioni.
Di pari passo con l’epidemia di tossicodipendenza cresce a livelli preoccupanti la diffusione dell’HIV, veicolata in gran parte dall’uso condiviso delle siringhe con cui si inietta in vena l’eroina.

Tossicodipendente di eroina

 

La nascita della dipendenza

La molecola di diacetilmorfina viene scoperta per la prima volta nel 1874. Viene poi commercializzata dalla nota casa farmaceutica tedesca “Bayer” nel 1898 per scopi terapeutici sotto il nome di “eroina”. Nel 1899 veniva esportata e venduta in più di 23 paesi. In quegli anni era utilizza principalmente come antidolorifico generico ma veniva anche prescritta per curare malattie bronchiali e polmonari. Dato il successo enorme del prodotto (soprattutto economico), iniziò ad essere somministrato anche ai bambini per prevenire dai malanni di stagione.
Data la forte dipendenza che causa, dopo qualche anno vengono fuori i primi casi di overdose e la Bayer si vede costretta, nel 1913, a ritirarla dal mercato lasciandosi alle spalle intere generazioni di tossicodipendenti inconsapevoli e in crisi d’astinenza. Da qui la ripresa della produzione illegale dagli anni ’30.

Arrivati a questa situazione i governi si sono trovati davanti due possibilità: la prima è la liberalizzazione pressoché totale delle droghe nel tentativo di togliere il mercato dello spaccio alla malavita e alzare il livello della qualità del prodotto. L’altra scelta è la totale repressione e proibizione di qualsiasi forma di sostanza stupefacente.

E’ interessante prendere in analisi due paesi tanto geograficamente vicini quanto ideologicamente lontani, Italia e Svizzera, per confrontare i relativi approcci al problema della tossicodipendenza negli anni ‘70.

L’approccio italiano

L’Italia ha preferito semplicemente aggirare il problema, approvando leggi più o meno rigide contro chi faceva uso di sostanze. Ha scelto di stigmatizzarlo, mandando in galera chi faceva uso di droghe alimentando lo stereotipo del “tossico di strada”. Ha di fatto ghettizzato i tossici additandoli come il male della società che doveva essere nascosto agli occhi della gente perbene.
Il risultato furono migliaia di famiglie sofferenti costrette ad indebitarsi per pagare l’eroina ai figli con l’unico scopo di evitare che derubassero o si prostituissero e finissero in galera; Migliaia di ragazzi emarginati, malati o addirittura morti per le strade della città. Nonché prigioni riempite non di criminali, ma di giovani malati che avevano bisogno di aiuto.

Tale era la portata del problema che nel 1978 viene fondata da Vincenzo Muccioli la comunità di recupero per tossicodipendenza di San Patrignano, una comunità privata senza scopo di lucro che ha “salvato” migliaia di giovani da un baratro profondo da cui spesso non si fa ritorno.
Lo stato ha “sfruttato” la notorietà e l’operato della comunità, spedendogli tutti i casi di tossicodipendenza che finivano nei tribunali. D’altronde nelle prigioni costavano, a San Patrignano no.
E’ uscita da qualche settimana una docuserie su Netflix che racconta un capitolo importante e controverso della storia della tossicodipendenza del nostro paese.

 

Gruppo di eroinomani in svizzera

L’approccio svizzero

L’approccio svizzero, invece, fu diverso. Dopo vari tentativi di repressione si assestò su una via di mezzo che non consisteva né nella liberalizzazione né nel proibizionismo. Si tratta di un sistema “ibrido” che parte da presupposti diversi da quelli adottati nel nostro paese. Ben prima dei presupposti, in realtà, la differenza radicale consiste in quanto si è pronti a cambiare punto di vista. Ad abbandonare le convinzioni del passato per costruire un futuro. La Svizzera si è probabilmente dimostrata più flessibile e più reattiva ad addattarsi al problema invece di aspettare che fosse il problema ad adattarsi alla società.
Nel 1986 furono infatti inaugurate le cosidette “stanze del buco”; Più avanti, nel 1994, la Svizzera diede il via al programma di “somministrazione medica dell’eroina”.

Le convinzioni su cui poggia la strategia di risoluzione della tossicodipendenza sono sostanzialmente due: la prima è che porsi come obiettivo l’eliminazione assoluta del problema sia utopistico e controproducente: la droga fa parte della storia dell’uomo e bisogna conviverci senza farsi sopraffare, non combatterla ciecamente. Il secondo è che l’eroina è di fatto un medicinale, che ha però una fortissima componente di dipendenza. Non è la molecola in sé ad essere dannosa ma le quantità eccessive e la scarsa qualità del prodotto reperibile sul mercato.

Le strutture di cura

Su queste fondamenta sono state costruite delle strutture sanitare (“stanze del buco”) in cui il tossicodipendente può, in modo anonimo, assumere l’eroina (o la cocaina) supervisionato da personale medico specializzato. Le dosi vengono controllate e regolate per evitare un eccessivo consumo.

Si distribuiscono siringhe pulite (fino a sei al giorno) in cambio di quelle usate, sia per evitare che queste vengano abbandonate in strada, sia per incentivare il tossicodipendente a recarsi nelle strutture. Si riesce così a togliere il tossicodipendente da situazioni di clandestinità e degrado. L’ambulatorio più famoso è il “binario 9”, a Ginevra e accoglie tra le 60 e le 80 persone al giorno con una media di 150 dosi assunte. Le strutture restano aperte otto ore, tutta la settimana per garantire il massimo supporto a chi ha bisogno di aiuto.

Il binario 9 a Ginevra

Qui si apre la però prima questione controversa, in queste strutture non viene fornita la sostanza ma è il tossicodipendente a doversela procurare. Si tratta di una strana incongruenza legislativa per cui lo spaccio di droga è considerato illegale ma le strutture statali adibite alla risoluzione del problema delegano il suo reperimento proprio al mercato nero. In realtà, le stanze del buco sono dedicate a chi sceglie di non disintossicarsi. Lo stato, non potendo impedire alle persone di fare uso di droghe, ha scelto di costruire per un luogo sicuro e controllato dove poter accogliere chi sceglie di fare uso di sostanze. In questo modo, dicono, non solo si tengono lontani dalla strada e dai molti pericoli che questa comporta, ma si riesce inoltre ad intervenire immediatamente con il personale medico nel caso sopraggiungano problemi di salute.

Disintossicazione e terapie alternative

Lo stato però incoraggia alla disintossicazione, esattamente come succede oggi in Italia, mettendo a disposizione terapie con sostanze alternative (come il metadone) e percorsi in clinica. Sta nello stadio successivo al fallimento di queste terapie sostitutive l’ulteriore aspetto innovativo della strategia svizzera. Considerato che la dipendenza da eroina è una malattia, se questi due tentativi falliscono, le strutture ricorrono alla somministrazione dell’eroina prodotta a scopo medico e quindi pura.

L’errore che si fa, sostengono i medici, è quello di confondere gli effetti della droga con quelli della dipendenza. Se la sostanza è prodotta a scopo curativo e viene dosata dal personale specializzato, l’eroina non ha controindicazioni. Nonostante sia illegale, la diacetilmorfina fa molti meno morti delle sigarette o dell’alcool che, per quanto legali, sono in qualsiasi quantità dannose per l’organismo. Se si facesse, dunque, un uso controllato di eroina medica (e non di quella illegale pura appena al 15%), non ci sarebbero morti causate da questa sostanza.

Ma il sistema funziona?

Riassumendo, il sistema prevede vari stadi della gestione del fenomeno della dipendenza da sostanze stupefacenti. Se non si vuole “guarire” vengono messe a disposizione strutture mediche sicure dove poter assumere l’eroina illegale. Se si vuole uscire dalla dipendenza si provano almeno due cicli di terapie con sostanze sostitutive o un percorso di disintossicazione clinico.

Nel caso queste terapie non funzionino, lo stato fornisce e dosa al paziente eroina medica, consentendogli di assumerla in totale sicurezza in ambulatori specializzati. Quest’ultimo processo non solo riduce il numero di assunzioni giornaliere dei pazienti da 7-8 a 1-2, ma fa anche risparmiare soldi allo stato. Costa infatti meno produrre l’eroina pulita piuttosto che curare l’HIV, le ulcere, le epatiti le infezioni causate dall’assunzione illegale e promiscua della sostanza.  Nonostante il tasso di morti per milione di abitanti in Svizzera sia di 19,4 e il nostro appena di 6,6, i casi di overdose nel paese elvetico sono in costante diminuzione dal 1995, ossia dall’anno successivo all’inserimento della terapia tramite eroina medica. In Italia, per quanto i numeri siano ben più bassi in percentuale, dal 2016 si è registrato un trend in crescita nel numero di decessi per overdose.

 

Tossicodipendenti di eroina negli anni '80

L’obiettivo che si prefiggono i nostri vicini è quello di trovare una soluzione che sia efficace e funzionale al reinserimento dei tossicodipendenti nella società. E’ la volontà di non lasciare indietro nessuno, l’impedire che chi è in difficoltà si emargini che muove i medici. La Svizzera vuole di fatto creare un mercato controllato delle sostanze stupefacenti, dalla produzione al consumo. Lo scopo è quello di supportare il malato e condurlo verso una vita dignitosa che verta unicamente intorno al reperimento della droga.

Quanto vale una vita?

La questione è delicata e divisiva. Quando si tratta di droghe si tende ad etichettarle semplicisticamente come “buone” o “cattive”.  Polarizzare il tema in due visioni manichee distrae da ciò che è realmente importante: la vita delle persone. Non ci sono parole migliori per descrivere la sofferenza del tossicodipendente di quelle usate da uno dei pazienti del Binario 9. “L’eroina” dice, “è come fare un passo verso il paradiso e dieci verso l’inferno”.

Quanto conta preservare l’immagine di “pulizia” quando ci sono in gioco la vita e la dignità delle persone?
Quanto è sottile la linea tra salvare una vita e mantenere un’apparenza di “moralità”?

La semplificazione nasce sempre da chiusura mentale e pregiudizio. Un pregiudizio secondo cui chi fa uso di sostanze è un disadattato, un reietto e come tale va trattato. Non è vietando la sostanza che si risolve il problema, ma guardando all’altro come a sé stessi.

 

Pubblicato da Marco Barone

Classe 1998, vicedirettore. Ho studiato psicologia al liceo, frequento il terzo anno di scienze politiche alla statale di Milano. Appassionato di libri, cinema, scrittura e cucina, cerco di leggere e capire il mondo perché è l’unico modo per cambiarlo.

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