Il Cinema sta morendo? L’esplosione di una bolla

Il Cinema sta morendo? L’esplosione di una bolla

Era il 1892 quando due fratelli, i Lumière, decisero di lavorare strenuamente alla produzione di una pellicola in grado di essere impressa dalla luce. Ci vollero tre anni prima che riuscirono a ottenere il prototipo dell’immagine in movimento che, tra l’altro, fu presto bollato dai suoi stessi creatori come “invenzione senza futuro”.

Eppure, eccoci qua: anno 2021, e immagini scorrono dappertutto, quasi come si sostituissero alla realtà. Nonostante ci si trovi in un’eterna sensazione di crisi dell’Uomo (e di tutte le attività che lo caratterizzano), si può dire che il Cinema stia morendo? In un certo senso sì: le sale sono chiuse già da molto tempo e tutto il settore cinematografico ne sta risentendo. Tuttavia, l’audiovisivo prolifera incessantemente, fluisce davanti ai nostri occhi e inevitabilmente si sedimenta nel nostro inconscio: è sufficiente notare la popolarità di cui le star hollywoodiane godono, la loro capacità d’influenzare l’opinione pubblica e di generare sottocultura. Il Cinema non c’è più, ma il fotogramma impressiona ancora; quest’apparente non-assenza trova una spiegazione, forse, nell’esplosione del Cinema stesso.

Il monumento dedicato ai fratelli Lumiére presso Yekaretinburg (author: CopperKettle)

Se la diffusione della riproduzione su CD ha dato la possibilità di vedere tutti i video che vogliamo, soli davanti a un televisore, la nascita dello streaming ha reso irreversibile il processo d’individualizzazione, offrendoci accesso a un parco titoli ampio e una fruizione più comoda. Infatti, il rito dell’andare in sala, del ritagliarsi del tempo e del sedersi con degli sconosciuti costituiva una bolla che, in qualche modo, creava una distanza dalla pellicola. Diversamente dallo streaming che distrugge tutto ciò: la fruizione pubblica diventa privata e la Quarta Parete, la stessa distanza che circoscrive il film e ci pone al riparo da esso, si dissolve progressivamente.

 

“La storia universale è quella di un uomo solo.”
J. L. Borges (scrittore argentino, 1899-1986)

 

Cosa non è la filmografia di David Lynch se non la spiegazione di tutto questo? Da “The Elephant Man” (1980), una storia inscrivibile ai canoni del cinema classico Hollywoodiano dove il patto narrativo della Quarta Parete è ben saldo, a “Mulholland Drive” (2001), una narrazione frammentaria in cui viene detto allo spettatore stesso che è tutto registrato. “Inland Empire – l’impero della Mente” (2006) è l’apoteosi dell’esplosione del medium cinematografico, dal momento che è il medesimo spettatore a dover ritessere la trama dell’opera, i cui personaggi parlano esplicitamente del film in cui si trovano. Semplificando, potremmo dire che Lynch ha inglobato nella pellicola anche lo spettatore, che la sta guardando e ricostruendo. Ecco che la storia di tutti diventa quella di uno solo.

cinema
David Lynch, autore di “The Elephant Man”, “Mulholland Drive” e “Inland Empire – l’impero della mente”

L’epilogo sopraindicato è terrorizzante, non ci sono dubbi. Poiché non vengono posti limiti al dilagare delle immagini, la creatività non può che risentirne: siamo sempre più immersi in re-make insensati e disperati tentativi dell’industria di valorizzare lavori che non hanno molto da dire, che non risuonano e non ci offrono spunti di riflessione. In questo senso, il divorzio dalla realtà può risultare fatale. Eppure, come non evidenziare il circolo virtuoso che può essere innescato? In effetti, le immagini galleggianti dello streaming offrono nuove opportunità. Non è un caso che, con il suo avvento, i media interagiscano sempre più tra loro, sia perché lo rendono possibile in termini pratici, sia perché lo streaming ci predispone mentalmente.

 

“Quando un verso è bello perde la scuola”
G. Flaubert (poeta francese, 1821-1880)

 

Come sempre, la qualità dell’opera è nelle mani dell’autore. Esistono molti esempi a riguardo. Se pensate che “Inception”(Christopher Nolan, 2010) sia originale, dovreste allora vedervi “Paprika – sognando un sogno” (Satoshi Kon, 2006). Anche se Tarantino ha dato vita a una poetica della citazione ben prima dello streaming (ma ben dopo la nascita dell’Home Video), ora ciò viene amplificato, diventa multimediale: è il caso eclatante di Battle Royale (Kinji Fukasaku, 2000), una pellicola destinata a reincarnarsi in una modalità videoludica. Per non parlare delle citazioni cinematografiche infinite, letteralmente, nei video musicali di “After Hours” (The Weeknd, 2020). La citazione è diventata, quindi, il nuovo meccanismo che alcuni artisti utilizzano per recuperare quell’autorità, perduta col processo di de-ritualizzazione dei nuovi media, e per avviare il circolo virtuoso.

Se ieri la pellicola costituiva un solido supporto fotosensibile, oggi (e durante questa pandemia più che mai) i film fluiscono lungo le connessioni del Web, incessantemente, e senza fare a meno di contaminare tutto. Il Cinema è così onnipresente che tutti sono costretti ad attingere da lui. Anche se sta scomparendo. La naturale conseguenza è che lo streaming è ormai ente autonomo, divino, sempiterno: se prima s’ispirava alla pittura per realizzare le sue inquadrature, adesso è capace d’ispirare, rigenerando sé stesso e cooptando nuovi media.

 

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Pubblicato da Andrea De Angelis

Studente universitario appassionato di Cinema, scrivo recensioni sulle pellicole che più mi hanno impressionato, con lo sguardo proiettato verso il loro mondo. Sto cercando ancora di capire cosa sia “2001: Odissea nello spazio”.

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