La storia dei migranti bosniaci di Lipa non nasce oggi

La storia dei migranti bosniaci di Lipa non nasce oggi

Non c’è dignità umana sotto la neve di Lipa. Non c’è umanità che possa sopravvivere a quelle temperature con un paio di ciabatte di gomma, qualche sciarpa e una coperta usate come misero scudo. In quella fila per l’unico pasto giornaliero, mentre si beve acqua non potabile perché è l’unica disponibile, l’umanità perde ancora una volta la sua identità.

Questa è la realtà di Lipa, un piccolo villaggio della regione nord occidentale della Bosnia al confine con la Croazia. I 25 km che separano i migranti dalla Bosnia alla Croazia sono uno spazio incolmabile per le migliaia di profughi ammassati nei disumani campi d’accoglienza clandestini.

Lipa è un campo profughi aperto lo scorso aprile in poco tempo per fronteggiare l’emergenza coronavirus: doveva essere solo una soluzione temporanea, ma le dinamiche sono andate diversamente. I mesi sono passati, il gelido inverno bosniaco è arrivato e le condizioni di vita già ben al di sotto del livello minimo di dignità, sono diventate inesistenti. Così lo scorso 23 dicembre l’Organizzazione immigrazione nazionale (OIM), accusando la Bosnia di non offrire servizi di base ai migranti nonostante i fondi di sostegno europei, ha deciso di ritirarsi dal campo, predisponendo di fatto la chiusura della struttura. Lo stesso giorno è scoppiato un incendio a Lipa, verosimilmente appiccato da migranti in protesta perché gli veniva tolto un luogo dove vivere.

NÉ BRADINA NÉ BIRA

Perché in effetti, al di fuori di Lipa, non c’era un luogo pronto ad accoglierli: sarebbero dovuti andare a Bradina, a sud di Sarajevo, ma i piani sono cambiati a seguito delle proteste delle autorità e della popolazione locale. Successivamente era stato scelto il campo di Bira, nel centro di Bihać, nel cantone di Una-Sana (la regione più interessata dai flussi migratori), solo che gli stessi cittadini si sono opposti alla riapertura del campo, chiuso settimane prima per motivi di ordine pubblico, nonostante fosse stato ristrutturato per 3,5 milioni di euro.

Che fine hanno fatto quindi gli oltre 1200 migranti di Lipa? Sono rimasti nello stesso campo, ufficialmente chiuso, ma usato in modo clandestino. Solo che dopo l’incendio tutto è ulteriormente peggiorato: le strutture sono distrutte, si vive in tende allestite dall’esercito, in ripari di fortuna o nel bosco. Non ci sono medici di alcun tipo, pur essendoci malati, e non c’è possibilità di andare verso le città, in quanto gli abitanti si oppongono.

PERCHÉ PROPRIO IN BOSNIA?

I dati dell’immigrazione in Bosnia fanno spavento: a ottobre c’erano 6770 richiedenti asilo, ovvero persone che hanno lasciato il loro paese d’origine perché perseguitati. Dovrebbero essere tutelati anche dalla Costituzione italiana, che all’articolo 10 recita: “Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge”. La realtà però è diversa e racconta di oltre 1321 persone respinte dal Friuli, in particolar modo da Trieste, solo nell’ultimo anno. I respinti dal Friuli vengono messi nelle mani della polizia slovena, che a sua volta li affida alla brutale polizia croata, che con la violenza li riporta al punto di partenza. Non a caso il tentativo di accedere all’Unione Europea è chiamato dagli stessi migranti “The Game”, “Il Gioco”, con una sadica ironia.

Secondo l’OIM, sono 8000 i migranti che vagano per la Bosnia. Unire i numeri alle notizie del campo di Lipa porta a un’unica, inequivocabile domanda: perché proprio in Bosnia?
Per capirlo è necessario adottare una visione d’insieme, che unisca geografia, storia recente e politica. La Bosnia è una nazione che può essere definita “a collo di bottiglia”, in quanto è la porta per l’Europa, pur non facendone parte. Difatti dal 2016 è una “potenziale candidata” ad entrare nell’UE, ma ancora non è stato concretizzato il suo effettivo ingresso.

Così molti migranti in fuga da Siria, Iraq, Afghanistan – a causa delle guerre civili – intraprendono un lungo viaggio che li conduce sino alla Bosnia. Di lì l’ingresso in Croazia dovrebbe risultare immediato, dati i confini, ma la polizia croata al confine non fa passare nessuno.
Perché non passano dall’Ungheria allora, o magari dalla Grecia? La domanda sorge spontanea, ma c’è una risposta nata nel 2016.

LA ROTTA BALCANICA E L’ACCORDO DEL 2016

Quelli di cui abbiamo parlato sinora è solo una parte di un insieme più grande: la rotta balcanica. Un flusso migratorio esistente dagli anni ‘90 ma che dal 2015 è diventato la principale via d’accesso all’Europa. Si parte dalla Turchia e si passa per Grecia, Macedonia, Serbia, Bosnia e Croazia.

Nel biennio 2015-2016 un milione di migranti ha battuto quella strada, aprendo una crisi umanitaria di portata storica. Questo enorme flusso ha portato nel 2016 a un accordo siglato tra Unione Europea e Turchia, che ha ufficialmente chiuso la rotta balcanica lungo i confini, laddove oggi sono sospese le norme del diritto internazionale. L’accordo ha costretto tutti i migranti della rotta a essere rimandati in Turchia, mentre i siriani in terra turca sarebbero stati ricollocati all’interno della UE, che si impegnava ad accelerare un versamento alla Turchia di 3 miliardi di euro.

Questo accordo ha chiuso le vie ufficiali della rotta balcanica, aprendo quelle illecite, fatte di scappatoie alternative, campi come quello di Lipa, trafficanti e violenze.

Per quanto riguarda il mancato passaggio dall’Ungheria, invece, la risposta è ancora più semplice: il premier ungherese Viktor Orbán ha fatto erigere una barriera metallica lungo i 175 chilometri di confine con la Serbia, replicata a stretto giro anche su quello con la Croazia, altro passaggio chiave sul crinale balcanico.
Per questo la Bosnia è l’unica via per raggiungere l’Europa.

L’INVALICABILE CROAZIA

“È richiesta un po’ di violenza quando si respingono i migranti”. Per capire i comportamenti della polizia croata al confine con la Bosnia basterebbe leggere queste parole di Kolinda Grabar Kitarović, presidente della Croazia dal 2015 al 2020. Una frase che di fatto legittima i metodi di respingimento brutali dei poliziotti di confine, che dal 2018 hanno respinto oltre 2500 migranti.

A fine dicembre la Border Violence Monitoring (BVMN) ha mandato all’Unione europea un libro di 1500 pagine in cui erano riportate le testimonianze di almeno 12.600 vittime della rotta balcanica. Un libro cui hanno partecipato 15 organizzazioni umanitarie, fatto di foto, mappe, dichiarazioni e prove che inchiodano la violenza al confine.

“Ci hanno condotti dentro a un van sino al confine con la Bosnia, e ci prendevano uno alla volta. Erano 8 agenti della polizia, e uno per volta ci picchiavano, davano calci, menavano e colpivano usando bastoni di ferro. Mi hanno rotto una gamba”.

Questa è la testimonianza di una sola vittima, ma di storie di sofferenza di questo tipo ce ne sono troppe. Tutte le Ong croate a sostegno dei diritti dei migranti, sono state smembrate dalla politica. Gli operatori minacciati, demonizzati e dipinti come i nemici della patria, non hanno gli strumenti per aiutare attivamente.

Chiunque tenti di passare il confine viene maltrattato sia fisicamente che moralmente. Lo scorso maggio è uscita una denuncia della Ong “No Name Kitchen”, operativa a Velika Kladuša, a 2 chilometri dal confine, che parlava di “un disegno a forma di croce” sulla testa dei migranti, soprattutto i musulmani, fatto dalla polizia croata.

La storia di Alì – Le Parole della Settimana – 23/01/2021 – YouTube

NON C’È UNA SOLA LIPA

Lipa è il campo profughi che negli ultimi tempi è stato maggiormente citato soprattutto per via della delegazione di eurodeputati che lo hanno visitato, portandone testimonianze crude e sincere.
Ma non c’è una sola Lipa. Il campo di Vucjak, ad esempio, era una discarica che è stata riadattata nel tempo. La “particolarità” è che nelle prossimità del campo ci sono delle mine inesplose dall’ultima guerra. Questo si aggiunge alle condizioni sanitarie inesistenti.

Cosa dovremmo pensare, dunque, delle condizioni disumane in cui vivono i migranti di Lipa?
Che non è un fenomeno estemporaneo. Le radici dei frutti che vediamo oggi davanti a noi sono state piantate anni fa. C’erano tutti mezzi per evitare questa crisi umanitaria, ma non si è stati in grado, o forse non si è voluto, fare nulla per evitarla.
Ora che c’è, però, va affrontata.
Lipa non può perdersi nel silenzio.
La dignità umana non può congelare nei 20 gradi sotto lo zero del confine bosniaco.
L’umanità non può perdere la sua identità, di nuovo, a 4 ore di macchina da Trieste.

 

Pubblicato da Federico Roberti

Da sempre guardo il mondo con gli occhi di chi ne è avidamente curioso. Da sempre provo a trasformare la mia curiosità in parole e in articoli. Da poco, pochissimo, sono il direttore di Zeta. Cosa vuol dire questo? Solo che mi guarderò di più intorno e le mie parole avranno un peso maggiore.

Commenti