Infibulazione: mutilare il corpo femminile per assicurarne la castità

Infibulazione: mutilare il corpo femminile per assicurarne la castità

Il 6 febbraio è la giornata mondiale dedicata all’infibulazione femminile.
Infibulazione è una parola fastidiosa: evoca il dolore della carne trafitta pungendosi con un ago o di una fenditura nella pelle con la lama di un coltello.
Infibulare, ai latinisti, richiama il bucare e cucire.
Pensate a tutto ciò, ma nella frazione più intima del corpo; perché è esattamente quello che è accaduto (e continua a succedere) a circa 140 milioni di donne nel mondo secondo quanto stimato dall’UNICEF.
È un fenomeno diffuso soprattutto in Africa, in Medio Oriente e nella Penisola Araba. Egitto e Somalia sono indicati come i Paesi con la maggiore incidenza di casi, tuttavia neppure l’Occidente ne è immune.
Nonostante per chi pratica l’infibulazione siano previsti tra i 4 e i 12 anni di carcere, nel 2019 in Italia si contavano circa 80.000 donne mutilate.

In cosa consiste?

Spiegare in cosa consista l’infibulazione femminile esige crudezza.
Il paradosso della iper-sessualizzata società odierna è proprio che la descrizione degli aspetti meno sensuali del corpo femminile suscita immediatamente imbarazzo. Si cerca di correggerli ed edulcorarli.
Ma l’infibulazione è una mutilazione tragica e va trattata, in tutto il suo dolore, senza cauterizzare il disgusto.
Prevede l’eliminazione del clitoride, delle grandi labbra e di parte delle piccole labbra.
Generalmente questa operazione viene eseguita con lamette di fortuna, addirittura con dei vetri, senza anestesia e senza disinfettare e igienizzare alcunché.

La top model somala (oggi naturalizzata austriaca) Wairis Dirie, fuggita a Londra in giovane età dopo essere stata vittima di infibulazione, ha raccontato la sua personalissima storia nel libro “Fiore nel deserto” e quella di tante altre ragazze somale in “Figlie del Dolore”.
Dirie racconta che del misfatto si incaricano, nei villaggi, le donne più adulte. A volte le stesse madri praticano questa operazione sulle figlie, nonostante loro per prime sappiano a cosa si va incontro.
E dopo cosa succede? Nella peggiore delle ipotesi, si muore. Per le infezioni, per il dolore, perché non si riesce più ad adempiere a semplici funzioni biologiche.

Camminare diventa complicato, per un periodo di convalescenza che potrebbe anche non finire mai. Correre, men che meno. Una donna infibulata non può andare molto lontano, figurativamente e non.
La vagina, o quel che ne resta, viene ricucita. Rimane solo un piccolo spiraglio per far fuoriuscire l’urina e i fluidi mestruali.
L’abuso che si è appena consumato, il sangue, la carne viva; si finge che tutto sia stato ripulito e richiuso.

Perché?

Tanto lancinante quanto il dolore nel giorno della tortura, sarà quello nella prima notte di nozze.
Qui si dispiega il vero significato dell’infibulazione: la purezza.
Le ragazze che approcciano la pubertà, appena al confine con la scoperta del corpo e del sesso, vengono prontamente castrate.
La sorte è più che mai ironica se pensiamo che l’infibulazione letteralmente serra ciò che poi solo il futuro marito potrà penetrare.
Ecco, infatti, a cosa vanno incontro dopo il matrimonio: la verginità renderà la donna ancora una volta come un animale in agonia.
Frattanto, sarà l’uomo a scucire il laborioso tentativo di mettere sotto chiave il corpo della sposa.

L’infibulazione è un momento di passaggio all’età adulta, lontano dalla cultura occidentale; eppure.
Eppure tale mutilazione reca con sé una simbologia che non è esclusiva di riti consumati nella Savana.
L’inibizione della sessualità femminile e l’ideale della purezza sono temi antichissimi in tutto il mondo.
Non ritornano, semplicemente perché non sono mai andati via.
Vi è il mito che nel Medioevo, in Europa, non fosse una rarità per le ragazze nubili indossare la cintura di castità.
In Cina, fin dall’antichità, la verginità di una donna era considerata una “commodity”; un accessorio utile a determinare il prezzo della sposa.
Nel mondo classico, la libertà sessuale femminile era in sé contraddittoria. Le uniche donne economicamente indipendenti e che potevano banchettare con gli uomini erano le prostitute, ovvero le meno rispettabili.
L’indipendenza passava attraverso i letti dei più disparati uomini.

“E’ solo un sogno, mi dico”

Al giorno d’oggi, le donne sono ancora tenute al giogo dal sesso. Accusate pretestuosamente con il victim blaming nei casi di stupro, ricattate dal revenge porn, costantemente giudicate nel proprio aspetto.
La libertà è definita innanzitutto come disponibilità del proprio corpo.
Dunque, viene da chiedersi, se il corpo stesso viene usato contro le donne, che sia colpa di infibulazione o pressione psicologica, chi è pienamente libera?

Per tutti questi motivi, oggi è bene sapere che ci sono luoghi al mondo dove si pratica un orrore chiamato infibulazione.
Sapere che ci sono bambine che a 12,10, 5 anni solamente imparano che il corpo che abitano sarà sempre un nemico che porta guai.

“Una bambina stesa sul letto, di dieci, dodici anni al massimo. Nuda. Quattro donne circondano il letto e la tengono giù. La bambina ha le gambe spalancate, e una vecchia le siede davanti con un bisturi in mano. Le lenzuola sono zuppe di sangue. La bambina grida con quanto fiato ha in gola. Continua a urlare. Grida da strappare il cuore.[…] Guardo fuori dalla finestra. Comincia a far luce. Sono a Vienna, nessuno sta gridando. Era solo un sogno, mi dico.”
(Da “Figlie del Dolore”, Wairis Dirie, 2005)

Pubblicato da Giulia Matarazzo

Giulia Matarazzo, classe 2000. Studio Giurisprudenza ma nella mia testa sono la protagonista di Midnight in Paris. Se mi faccio una domanda, la risposta la scrivo

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