La pandemia ci ha “digitalizzato” e forse non torneremo più come prima

La pandemia ci ha “digitalizzato” e forse non torneremo più come prima

Questo 2020 sarà di certo ricordato: è stato l’anno della pandemia. Ma se pensiamo ad un anno così disastroso su aspetti di notevole rilevanza, non è ammissibile fare oblio dell’apporto che è riuscito a conseguire per quanto concerne la digitalizzazione in un paese vetusto come l’Italia. La chiave è in due semplici parole: smart working.

Smart working

Introdotto in via “ufficiale” appena nel 2017 come opzione per determinati mestieri, questo è stato sicuramente il suo anno. Lo smart working ha ridisegnato il mondo del lavoro, proiettando le aziende in un universo inesplorato e, anzi, screditato e colmo di pregiudizi. Dall’arrivo di quel 23 febbraio, laddove il decreto legge per il “lavoro agile” veniva approvato per rispondere alla diffusione dei contagi, la vita lavorativa italiana è stata stravolta.
In uno dei paesi meno avanzati e meno all’avanguardia per quanto riguarda il settore tecnologico nell’Unione Europea, ecco che, nel giro di appena un mese, circa 8 milioni di lavoratori si ritrovavano a cambiare le loro abitudini. Con una pandemia che ferma il mondo, si ritrovano a lasciare l’ufficio e dover reinventare la propria abitazione, dedicando uno spazio per la produttività.

Le critiche rivolte al suddetto sistema sono state svariate. Ma sin dalla prima occasione tale innovamento ha causato un’impennata per l’acquisto e l’utilizzo di sistemi informatici maggiormente evoluti in diverse istituzioni e aziende; permettendo di lavorare a casa più agilmente. E’ quasi scontato affermare come la vendita dei PC e dei laptop, in particolare, sia incrementata sino al 79%. Riprova del fatto che la digitalizzazione italiana è arretrata ma pronta ad affacciarsi ad un nuovo mondo.

Scuola e pandemia

Il capitolo più travagliato è stato, ed è tutt’ora, la didattica a distanza, meglio nota con la sigla DaD: l’acronimo che il più delle volte in questo periodo è stato accompagnato da imprecazione. Non tanto per le potenzialità dell’insegnamento online, astronomiche se pensiamo all’internet e alla cultura alla quale consente accesso, quanto per la sua applicazione nella scuola. Un mondo profondamente diffidente nei riguardi delle apparecchiature tecnologiche. Una mentalità che poco si sposa con la situazione nella quale milioni di studenti si sono ritrovati.

Ragazzi e insegnanti si sono dovuti confrontare con sistemi affatto ottimizzati per le videoconferenze di “massa”. Una situazione che ha obbligato ogni docente ad affidarsi a piattaforme differenti, costringendo gli studenti a ore consecutive di fronte a un schermo acceso per seguire le lezioni. Immersi in una realtà del genere, i problemi sono stati all’ordine del giorno e i criteri di risoluzione hanno garantito un funzionamento al limite.

A settembre la scia decrescente della pandemia ha dato l’illusione di poter riprendere un percorso scolastico ordinario, ma le speranze si sono presto infrante. La risalita dei contagi ha costretto tutti a ripetere la prassi della lezione a distanza. Tuttavia, se nella prima parte dell’anno erano giustificabili i malfunzionamenti dovuti all’improvvisazione, le difficoltà osservate nella seconda risultano del tutto inaccettabili; facendo emergere l’incapacità di costruire alternative per una scuola dai meccanismi sempre meno efficienti. Sono diventati gli studenti a dover prendere per mano i professori nelle tappe di questo viaggio.

Una nuova “normalità”?

L’evoluzione della vita sociale è certamente il punto più triste da raccontare. Segregati nelle nostre abitazioni, ci siamo dimenticati della “normalità“, apprezzando di più ciò che prima reputavamo la consuetudine. Le quattro mura sono diventate il nostro universo intero, sia nel bene che nel male; sono divenute centro nevralgico della creatività e produttività, trasformandosi in qualcosa che prima, probabilmente, non erano.
In una concezione Orwelliana dell’isolamento, ci siamo rinchiusi in un mondo a cui abbiamo fatto l’abitudine troppo in fretta; rischiando facilmente di non tornare più a dare esistenza ad una parte di vita strappata.

Ci siamo abbandonati all‘e-commerce, all’asporto, ma soprattutto a non frequentarci più. Studenti, colleghi, amici e parenti “online“, come nelle migliori fiction distopiche della seconda metà del XX secolo. Sarà certamente lecito chiederci se, dopo tutto questo periodo, dopo la pandemia, torneremo mai a come eravamo prima. Altrimenti significherà che dentro di noi si sarà instaurata una nuova normalità, fatta di schermo, tastiera e webcam, dove la distanza che ci separa dagli altri sarà colmabile non più con un viaggio, ma con una videochiamata.

Pubblicato da Gabriele Rapisarda

Classe 2001, studio alla facoltà di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali a Roma Tre. Da sempre appassionato di geopolitica e attualità, soprattutto quella del Medio Oriente e dell'Africa. Sogno di poter visitare i Paesi che studio e nel frattempo leggo tutto quello che trovo a riguardo, che magari torna utile.

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