Ansia e depressione: dietro la maschera dei giovani

Ansia e depressione: dietro la maschera dei giovani

La salute mentale dei giovani è in costante declino da qualche anno e la pandemia ha accelerato questo processo, evidenziando alcuni aspetti cruciali dell’adattamento giovanile al contesto sociale. Con un trend in crescita dal 2015 ad oggi in tutto il mondo il suicidio è la terza causa di morte negli adolescenti, e le previsioni sono tutt’altro che rosee. Secondo uno studio dell’Health Behaviour in School-aged Children sono i ragazzi tra gli 11 e i 15 anni ad aver registrato maggiormente un deterioramento della salute mentale, sviluppando disturbi di ansia, rabbia, nervosismo e, nei casi peggiori, depressione.

Le cause sono varie e radicate nel DNA delle nuove generazioni e per questi motivi sono complesse da analizzare. Quando si parla di giovani bisogna considerare vari fattori sociali che caratterizzano la società odierna e che risultano spesso incomprensibili o sconosciuti alle altre generazioni. Gli adolescenti si muovono in una società che cambia e si trasforma molto velocemente e che, se per molti aspetti semplifica la vita di ognuno di noi, per molti altri apre una finestra su un mondo troppo grande da elaborare e gestire.

Social e solitudine

Se c’è un aspetto su tutti che caratterizza la “Generazione Z” è quello della costante connessione, della continua luce accesa sul cartello “in onda”. È proprio l’essere continuamente in comunicazione con chiunque che rende questa generazione la più sola di tutte. I dati rivelano che il 32% degli italiani tra i 18 e i 34 anni soffre di solitudine, il che indica che questa solitudine, in alcuni casi, diventa cronica e accompagna le persone ben oltre l’adolescenza. Il canale social continuamente aperto con il mondo ci allontana sempre di più non solo dagli altri ma anche da noi stessi.

Solitudine giovanile

Una ricerca del 2015 di Eurostat ha infatti evidenziato che il 13,5% degli italiani over 16 non ha una persona alla quale aggrapparsi, un amico al quale chiedere aiuto. Più siamo connessi più ci sentiamo soli. Più siamo soli e più sentiamo il bisogno di stare con altri. Internet e i social media in generale ci proiettano in un universo in cui è necessario apparire, in cui la mediocrità non è contemplata e l’identità reale di una persona non è una priorità.

È chiaro che, con questi presupposti, lo sviluppo di patologie legate all’ansia, alla solitudine e alla frustrazione sia fisiologico e naturale. Tali patologie innescano nei giovani una forte sfiducia verso la società, il proprio futuro e in generale la loro partecipazione alla vita comunitaria. In molti casi si sviluppa parallelamente una mancanza di senso di appartenenza, dettato dallo scarso interesse delle istituzioni nei loro confronti. Questi fattori scaturiscono a volte in emarginazione e rifiuto verso la società.

Emarginazione e partecipazione

Non è un caso che sia cresciuto negli ultimi anni il fenomeno dei neet, cioè quei giovani che non studiano e non lavorano. In Italia sono più di due milioni i ragazzi tra i 15-29 anni in questa situazione (il 22,2% della popolazione giovanile). Sarebbe riduttivo e superficiale ricondurre il fenomeno ad una pigrizia generazionale, ad una mancanza di senso del dovere insita nei più giovani. È chiaro che questo sentimento ha attecchito su un terreno fertile ben più profondo. Ha fatto presa sulla forte sfiducia nel futuro e sulla consapevolezza di non avere le possibilità di vivere attivamente il presente.

Manifestazioni del friday for future

Nonostante l’incremento di movimenti quali il “Friday for Future”, i giovani si sentono sempre più messi da parte da una società che alterna la retorica “della nuova classe dirigente” alla critica feroce e delegittimazione del valore giovanile. Tali movimenti sono l’esternazione di un bisogno profondo di partecipazione delle nuove generazioni che sentono la necessità e il dovere di combattere per il proprio futuro, per la parità di diritti e per l’uguaglianza sociale. Quest’altalena emotiva e psicologica tra la voglia di agire e l’impossibilità di prendere le redini della propria vita relega i giovani ad un’insicurezza e ad una rassegnazione preoccupante e pericolosa.

La maggior parte dei giovani, infatti, è attanagliata da un costante senso di ansia, dalla pressione di dover eccellere e distinguersi. Sfocia spesso nella paura di non essere all’altezza, di essere inadeguati. La richiesta sociale, implicita ed esplicita, di performance sempre migliori da parte degli adulti, provoca una mancanza di comunicazione intergenerazionale. Per i ragazzi il perdere di una figura di riferimento provoca una forte sfiducia e distacco. I ragazzi vengono lasciati abbandonati in un limbo tra solitudine fisica e affettiva e costante iperconnessione virtuale, nella quale si rifugiano in cerca di un contatto.

Divario generazionale

L’altro fattore che svolge un ruolo chiave nella vita degli adolescenti è il rapporto con i genitori e con gli adulti in generale. Negli ultimi anni il divario generazionale è aumentato esponenzialmente creando una spaccatura profonda tra genitori e figli. Molti adulti non riescono a comprendere la sensazione atavica di non avere un posto nel mondo che caratterizza le nuove generazioni. L’incomprensione apre inevitabilmente una voragine tra genitori e figli, i quali si sentono emotivamente sballottati tra il senso di colpa e la sofferenza dell’incomprensione. Incastrati tra la rabbia per la mancanza di supporto emotivo e l’ansia di deludere le aspettative.

Depressione giovanile

Come riporta The Vision, L’Asl Toscana Centro ha registrato un incremento del 10% di accessi al pronto soccorso per attacchi di panico, crisi psicotiche e gravi picchi depressivi nei più giovani. L’Ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma ha registrato un aumento dei ricoveri per tentativi di suicidio e autolesionismo nei ragazzi dai 12 ai 18 anni rispetto allo scorso anno.

I dati relativi a suicidi, patologie psichiche, ansia, depressione e solitudine giovanile sono allarmanti. Bisogna intervenire il prima possibile, evitando di scaricare la colpa su fattori esterni. Sarebbe una deresponsabilizzazione inconcludente che non solo sminuisce il problema ma ne allontana la risoluzione.
Il futuro della società dipende dalle nuove generazioni e ad oggi avremmo una comunità più aperta e tollerante, ma sicuramente più fragile.

Pubblicato da Marco Barone

Classe 1998, vicedirettore. Ho studiato psicologia al liceo, frequento il terzo anno di scienze politiche alla statale di Milano. Appassionato di libri, cinema, scrittura e cucina, cerco di leggere e capire il mondo perché è l’unico modo per cambiarlo.

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