Democrazia 2020: l’anno della sua morte?

Democrazia 2020: l’anno della sua morte?
Il 2020 è stato un anno di crisi. Dal greco krino, “crisi” veniva usato dai medici dell’antica Grecia per indicare un momento di svolta (negativo o positivo che fosse) del paziente. Immaginiamo dunque che il mondo in questo caso sia il paziente: andiamo ad analizzare la sua attuale “patologia”. Tralasciando l’ovvia questione della pandemia (con tutte le sue drammatiche conseguenze), questo è stato un anno drammatico anche per la democrazia. Il problema è che non tutti sono a conoscenza delle varie dinamiche politiche attualmente esistenti nel mondo. Andremo quindi ad analizzare in breve la situazione sociopolitica di alcuni paesi che si sono tristemente distinti per la loro politica. Possiamo dividerli in tre categorie:
  • Stati non democratici, simil-dittature o dittature totali
  • Stati con una democrazia “bulgara” e “oscurantista” 
  • Stati con una democrazia molto fragile e/o con governi sovranisti
Nella prima categoria andremo a parlare di alcuni paesi del calibro della Cina, dell’Arabia Saudita, Egitto, Bielorussia. La Cina è un caso noto a tutti: il suo potere autoritario, violento e repressivo ha sì sconfitto la pandemia, ma ha anche violentato minoranze (il caso degli Uiguri) e i dissidenti (dal caso Hong Kong a quello della giornalista Zhang Zhan). In politica estera la sua imposizione in trattati a suo favore (l’ RCEP o CAI)  è sempre più evidente e il rischio è che il suo dominio puramente economico si trasformi in egemonia geopolitica mondiale.
In Arabia Saudita il contesto è diverso: si tratta infatti di una monarchia assoluta fortemente autoritaria e di stampo religioso tradizionalista. Questo ha permesso anche la formazione di una cultura altamente identitaria, in stampo anti-occidentale e anti-liberale, che ha danneggiato i diritti civili di donne, minoranze e dissidenti politici. Per quanto riguarda l’Egitto, è noto a tutti il caso Regeni e Zaki. Sarebbe banale dire che, se in quel paese vigesse un potere democratico, i responsabili sarebbero già stati identificati da molto tempo e forse Giulio non sarebbe neanche stato ucciso in modo così barbaro; il caso Zaky neanche sarebbe emerso. Nel paese nord-africano la storia attuale prende origine dalla primavera araba: un movimento popolare di emancipazione, che ha portato però purtroppo all’affermazione totalitaria di una dittatura militare. Un regime che ha tenuto lontano i fondamentalismi islamici, ma a costo dei diritti umani e istituendo uno stato di polizia. La questione Bielorussia è esplosa nei media quest’anno; quando è da più di venti anni che è in atto una dittatura familiare accusata di repressione, malagestione governativa e censura di ogni tipo. Con l’avvento della tecnologia infatti, i bielorussi più giovani si sono resi conto, aggirando la censura, della loro condizione; si sono organizzati e sono scesi in piazza a milioni, chiedendo nuove elezioni: i video e le immagini della forte repressione di suddetti movimenti hanno girato il mondo.
Nella seconda categoria invece rientrano principalmente paesi come la Russia, la Siria e la Turchia. Con il nome dato a questa categoria, vogliamo definire quei governi eletti democraticamente che però sono criticati per i loro abusi di potere, i loro brogli elettorali e la loro forte repressione che danneggia i diritti umani. La Russia è governata da più di venti anni da Putin. Con lui il parlamento ha perso molto valore, gli avversari politici sono stati censurati e assassinati, sono state strette alleanze con forze sovraniste, con paesi corrotti e non democratici. E mentre i suoi cittadini lamentano da anni una sempre più evidente disuguaglianza economica e sociale, oltre che una limitazione delle loro libertà, la Russia finanzia guerre e governi eletti non democraticamente. In Turchia, invece, è Erdogan che da quasi vent’anni sta mettendo in atto un progetto simil-imperiale di stampo ottomano. Non possiamo soffermarci a lungo sulle repressioni dei curdi e sui misteriosi assassini degli avversari politici. Ma non dimentichiamoci neanche che questo Paese da anni tenta di entrare in UE e che, nonostante le continue richieste di quest’ultima per una maggiore trasparenza politica, continua imperterrito a non rispettare i diritti umani (prerequisito per annettersi all’Europa). La Siria da anni è governata dalla dittatura della famiglia al-Assad; l’attuale “presidente”, Bashar, a seguito della repressione sanguinosa delle manifestazioni anti-governative, fece scoppiare la guerra nel suo paese, provocando innumerevoli morti e i rifugiati.
Nell’ultima categoria rientrerebbero moltissimi paesi: da quelli dell’Africa Sub-sahariana al Libano e anche l’Italia volendo, visti i continui cambi di governo. Per questioni pratiche andremo ad analizzare brevemente la situazione negli Stati Uniti, India, Brasile e Cile. Negli Stati Uniti, Trump ha spaccato ulteriormente un paese destinato al fallimento sociale. L’assalto a Capitol Hill è l’exemplum di questa situazione: ci sono due Americhe al momento. Una cittadina e una rurale. Una principalmente democratica e una repubblicana-tradizionalista. Una aperta al progresso, alla scienza e al dialogo con altri paesi e una chiusa a qualsiasi cambiamento. In India, nonostante i media non le abbiano dato molto attenzione, ha avuto luogo per mesi la più grande mobilitazione di protesta della storia: più di 250 milioni di persone si sono riversate sulle strade a seguito delle misure neoliberiste del presidente Modi. La situazione economica del paese infatti sta distruggendo le classi più basse della popolazione, che rimangono ancora, come sempre, la fetta più grande del paese.
Il sovranista Bolsonaro in Brasile sta seguendo la scia di Trump: isolatosi dalla comunità internazionale, è avverso alla tutela climatica, alla tutela delle minoranze ed è per una maggiore militarizzazione del suo paese. Tutto questo nel mentre che la povertà rimane ancora un problema serio nelle fasce basse della popolazione e la corruzione è alle stelle. In Cile,  che fino a pochi anni fa era tra le economie più stabili del Sud America, da mesi avvengono proteste anti-governative. Ribellioni che sono sintomo di un disagio sociale e di una fragilità che devono essere risolti con provvedimenti in funzione sociale. Con l’avvento di Biden negli Stati Uniti, si è previsto un ritorno delle democrazia nel mondo, ma bisognerà attendere e sperare che vengano confermate queste previsioni. Per questo è doveroso informarsi e informare: i problemi che ci si pongono davanti hanno una portata colossale. Solo con un lavoro sinergico e con la democrazia si potranno affrontare e superare. La realtà globale va affrontata con politiche e progetti democratici, affinché nessuno rimanga indietro e tutti possano contribuire. L’indifferenza politica sta alla base di questo declino: è giunta l’ora dunque di trasformare questa indifferenza in attivismo politico, in concretizzazione di ideali.

Pubblicato da Felix Nikel

Sono Felix, un ragazzo di 18 anni. Mi piace stare sul divano e, visto che sin da quando sono piccolo sento il grande amore che noi italiani nutriamo verso i politici, mi interesso di politica.

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