Achille Lauro: la fluidità della musica e dell’io

Achille Lauro: la fluidità della musica e dell’io

A pensarci bene, l’universo dei cantanti italiani non è poi tanto diverso da un mazzo di carte: molti pezzi differenti, ognuno con il proprio aspetto e il proprio ruolo, completi a loro stessi ma in grado di strutturare una partita solamente grazie alla loro unione. Tra picche, fiori, cuori e quadri vi è una figura particolare e diversa, che prende il nome di Jolly.

L’unica carta, all’interno del gioco, a non possedere un valore fisso e ad assumere, anche nella cultura popolare, il significato di eccezione, svolta, imprevedibilità. In questo ipotetico mondo in cui gioco e musica si mescolano, ecco che il Jolly avrebbe un volto ben preciso: quello di Achille Lauro.

Lauro De Marinis è un trentenne cresciuto a Roma. La giovinezza difficile, segnata da una parentesi di eccessi, cede il passo ad una crescente passione per la musica. Ai primi rudimentali mixtape segue l’album d’esordio “Achille Idol-Immortale” e l’ingresso nel progetto trap “Roccia Music” di Marracash e Shablo. Dopo l’EP “Young Crazy” e l’album “Dio c’è” la collaborazione s’interrompe, e Lauro prosegue sotto la sua personale etichetta con la pubblicazione di “Ragazzi Madre”, album del 2016 che ne determina la notorietà e il definitivo successo.

“Tutto qui?” ci si potrebbe domandare. In effetti l’impressione è di trovarci davanti a qualcuno che di imprevedibile ha ben poco. Del resto, cliché o no, l’identikit di un comune rapper è sempre il solito: passato tormentato, outfit streetwear arricchito da accessori rigorosamente firmati, “poetica” incentrata su soldi e droga, autotune a non finire.

Eppure, superata la barriera dell’apparenza e del pregiudizio, è facile rendersi conto di come Achille Lauro sia qualcosa di più, e di come il suo ruolo all’interno dell’industria musicale sia decisamente enigmatico. Basti pensare al suo “Pour L’amour” (2018): un disco trap ma che si discosta totalmente dalla trap per antonomasia, sposando inedite sonorità latino-americane e segnando così la nascita del genere “samba trap”.

Ma la ricercatezza non si limita soltanto all’ambito musicale. Nel corso degli ultimi anni, in maniera sempre più manifesta, Lauro sta diventando icona di un progetto, di un intento profondo: la sovrapposizione dei concetti di musica, estetica e identità. Come all’interno di un caleidoscopio, questi tre elementi possono trasformarsi, unirsi, confondersi, e dare vita ad un percorso artistico senza precedenti.

Una strada ben delineata, che Achille Lauro percorre in modo evidente a partire dalla consacrazione al grande pubblico avvenuta con “Rolls Royce”. Quando il 22 dicembre 2018 viene ufficializzata la partecipazione del rapper romano al Festival di Sanremo, lo stupore è naturalmente montato alle stelle. La curiosità intorno al personaggio e a ciò che avrebbe portato alla vetusta kermesse musicale è grande, ripagata in toto dalle sfrenate notti sanremesi vissute da Achille.

Sul palco dell’Ariston il cantante è un fiume in piena, dirompente e travolgente. La sua “Rolls Royce” è un successo mediatico incredibile, che gli vale il nono posto al festival. Ma ciò che sembrava un momento di consacrazione non è stato che il primo frame di uno dei progetti più interessanti della scena musicale italiana degli ultimi anni.

1969

Sull’onda del successo sanremese Achille Lauro pubblica la malinconica “C’est la vie”, una sorta di requiem di uscita rispetto a “Rolls Royce”. Il 12 aprile 2019 esce finalmente il CD che ingloba i due singoli che stavano dominando il panorama musicale, un lavoro dal titolo esemplificativo e dalla portata ampiamente innovativa: 1969.

Troppo facile il riferimento a quel periodo di fermenti ideologici che è stato il 1968. Il 1969 è stato un anno di incredibili avvenimenti, dall’arresto di Jim Morrison al celebre rooftop concert dei Beatles, fino al leggendario Woodstock e al trasognato allunaggio. Tutti eventi che si rincorrono nell’album, che Achille Lauro rivive a bordo della sua “Rolls Royce” in un viaggio nel tempo e nelle idee.

Il disco attinge a piene mani dall’immaginario di quegli anni, sia a livello sonoro che soprattutto ideologico. Il linguaggio viene trasmutato dalle radici rap dell’autore, restano i tormenti della droga e dei soldi, la strada e la voglia di riscatto, ma il codice comunicativo adottato è universale, trascende l’esperienza personale portando il tutto a un livello cognitivo ben più ampio.

“Non sono stato me stesso mai” canta il rapper in “Rolls Royce” e in 1969 Achille Lauro, ancora più che nelle sue opere precedenti, si pone in una posizione fluida, ben oltre lo sperimentalismo. Il viaggio di 1969 è il viaggio di un’umanità intera alla riscoperta di sentimenti totalizzanti e universali. Non c’è io nell’album, ma torna più volte Dio, come salvatore o come eterna dannazione, come se fosse un ciclo unico. Tutto è fluido nel codice di 1969, e lo sarà ancora di più andando avanti. Lo è perché ogni messaggio viene elevato a un livello troppo alto per essere generico, deve per forza essere universale.

A livello tecnico l’album vive di contaminazioni con suoni degli anni 60’ e 70’, il viaggio è il tema portante, con brani intensi come “Cadillac” e “1969” o con la più dolce “Je t’aime” arricchita dal solito ritornello vincente di Coez. Il viaggio può essere fisico, ma anche interiore come in “Sexy Ugly”, e riporta sempre a casa, con “Roma” che per il momento segna una prima tappa parziale nel cammino di Achille Lauro.

Il destino di questo viaggio è solo uno, e viene specificato proprio nel finale di “Rolls Royce”: “Dio ti prego salvaci da questi giorni”, l’elezione divina è il compimento del viaggio, che altro non è che il compimento del proprio percorso metafisico, la fusione di se stessi con il resto dell’universo.

La fluidità è il concetto chiave per capire il viaggio intrapreso in 1969. L’album infatti viene seguito da altri due lavori del rapper romano, che sono 1990 e come chiosa 1920. Una trilogia che porta l’ascoltatore a spasso nel tempo, alla riscoperta di sonorità e ambientazioni del passato. L’eclettismo dell’artista è sintomo di un’aspirazione a quella completezza universale che, come sottolineato, è la meta finale di tutto questo universo. In 1969 Achille Lauro padroneggia la musica rock, come vedremo farà lo stesso con la dance e il jazz anni ’20. Ciò che però colpisce maggiormente, al di là della notevole capacità artistica nell’affrontare diversi generi e nel contaminare le diverse forme musicali, è l’operazione ideologica che Achille Lauro compie, esemplificata dalla sua seconda apparizione sanremese.

1990

Dopo il successo di “Rolls Royce” un anno dopo Achille Lauro torna a Sanremo con “Me ne frego” e porta la sua operazione rivoluzionaria a un livello più ampio. Se con “Rolls Royce” aveva acceso una fiamma, con “Me ne frego” il rapper romano fa divampare il suo incendio ideologico.

La fluidità inizia a farsi identitaria. Dietro ai vestiti da donna, le pose ammiccanti, la potenza musicale, c’è un’assolutizzazione della persona. L’identità nel messaggio di Achille si fa assoluta, non ci sono più limiti, nemmeno naturali. La fluidità sessuale incarnata dall’esibizione di Lauro al festival è il superamento di qualsivoglia ostacolo terreno, la via verso la libertà assoluta. Libertà di affermare il proprio io, di stravolgere ogni regola.

Achille Lauro

Achille Lauro prende i generi musicali, li mescola, passa dal rap alla samba trap, poi al rock e alla musica dance. Prende tutto e lo trasforma, fa cadere le sfumature tra i generi. Allo stesso modo porta questa ibridazione su un piano più ampio, personale. Toglie ogni stereotipo, ogni pretesa di concettualizzazione e rende l’io libero di definirsi a proprio piacimento.

“Me ne frego” anticipa 1990, il secondo capitolo di questa trilogia di Achille Lauro, che si configura come un vero e proprio inno alla libertà. Il rapper prende dei brani storici del genere dance, da “Scatman” a “I’m blue”, li riaggiorna mischiando voci e sonorità. I feat del disco sono grandiosi, far coesistere Capo Plaza e Alexia come in “You and Me” è una delle operazioni simbolo dello spirito del CD. 1990 porta dunque il lavoro iniziato con 1960 a un piano più alto e spiana la strada per il gran finale, col viaggio che si conclude nel 1920.

1920

Gli anni venti sono stati un decennio complesso: da un lato la guerra appena conclusa, tra vincoli e limitazioni imposti dai grandi totalitarismi. Dall’altro, invece, un forte desiderio di rivalsa e rinascita, fondamenta di un incredibile processo di innovazione. Ed ecco quindi l’espansione industriale, il boom dei mezzi di comunicazione di massa, la ricerca del lusso.

Ciò si riflette anche nelle dinamiche sociali: la donna, fino a quel momento remissiva e relegata all’ambiente domestico, assume consapevolezza del proprio ruolo e intraprende un lungo percorso di emancipazione. Una situazione che si concretizza anche nella nascita di figure estreme come quelle delle flapper: appariscenti ragazze che fumano e bevono come gli uomini, frequentano i club ed esibiscono una libertà di costumi che si scontra con la rigida morale dell’epoca.

In questo nuovo throwback, un elegantissimo Lauro versione Grande Gatsby ci accoglie in un clima lounge. Quella del crooner è una veste che gli calza bene, e forse per questo l’album si apre con le suadenti note di “My Funny Valentine” di Chet Baker, appositamente tradotte e cantate in italiano. Traccia dopo traccia veniamo teletrasportati in un’atmosfera carica e volutamente stereotipata, perché l’obiettivo è proprio quello: consentire all’ascoltatore di vivere gli anni venti dell’immaginario collettivo, in mezzo a feste, dive del cinema muto, locali fumosi ma anche dinamiche e concetti legati al periodo: è il caso di “Pessima”, dove il protagonista è un innamorato scapestrato alle prese con una femme fatale che gli dà del filo da torcere.

Un po’ gangster e un po’ gentiluomo, Achille Lauro fa suoi tutti questi cambi d’abito, queste identità, calandosi all’interno di un universo inaspettato. E ci riesce non soltanto rapportandosi ad una narrazione – ovvero il pretesto del viaggio nel tempo – ma addirittura trasformando se stesso sulla base dei suoi stessi precedenti: è ciò che accade con i due remake presenti all’interno del disco: “Cadillac 1920”, riproposta sulla base di “Cadillac” tratta da 1969, e poi “Bvlgari Black Swing”, rivisitazione di “Bvlgari” che è invece contenuta in “Pour L’amour”. In entrambi i pezzi spariscono dunque i sintetizzatori, i bassi, le chitarre, e in loro sostituzione sopraggiungono trombe, sax e coristi. Una vera e propria “variazione sul tema” versione swing.

Queste continue metamorfosi stilistiche, questo gioco del reinventarsi all’interno di contesti diversi, rivelano un’abilità che non si traduce in mere scelte estetiche, ma in un percorso identitario completo. Per questo la musica diviene un mezzo di espressione non solo artistica, ma umana. E il palcoscenico è l’occasione per dimostrarlo, per esibirsi ed esibire, per mettere in scena uno spettacolo – una “performance a 360 gradi”, come Lauro stesso ama definirlo – facendoci pensare che, quando in una hit del 2016 cantava “sono Teatro e Cinema”, ci aveva visto davvero lungo.

Fonte: profilo ufficiale Instagram @achilleidol

Achille Lauro è la “carta matta” della scena musicale italiana. Quella che ingenuamente crediamo di aver compreso e afferrato quando il gioco appare ormai calmo; e invece eccola che muta di nuovo, ribaltando la partita sotto il nostro sguardo esterrefatto.

Come in un quadro impressionista, che va ammirato da lontano per poterne comprendere la totalità, così ogni canzone è una singola pennellata, unica, che va contestualizzata e relazionata alle altre per cogliere l’ampia immagine di cui fa parte: un viaggio in piena libertà attraverso la musica e l’essere, una totale assenza di vincoli nello sperimentare con gli stili ma soprattutto con il proprio io, l’indipendenza da qualsiasi costrutto o schema preimpostato.

È una sfida con gli altri ma soprattutto con se stesso, affrontata con serietà, ma anche ironia e divertimento. Ciononostante, pur senza intenti rivoluzionari, pur senza atteggiamenti pseudo messianici, Achille Lauro è il perfetto esempio di cosa significhi essere un artista con un messaggio ben preciso, il che non è da dare assolutamente per scontato: attualmente il mondo musicale rischia di apparire piatto, incolore, costellato da identici personaggi quasi prodotti in serie dalle industrie discografiche. Ma anche ragionando in un’ottica più ampia, lo stesso mondo mediatico risente di stereotipi radicati, che si traducono in becera ironia, chiusura mentale, pochezza.

Risulta quindi evidente come, all’interno di un simile contesto, un trasformista capace di mettersi alla prova con qualsiasi genere e di indossare un vestito o un paio di tacchi con disinvoltura e soprattutto rispetto, forse è davvero qualcuno di cui abbiamo bisogno. Qualcuno che incarni una luce nuova, uno spiraglio su un futuro possibilmente più inclusivo.

Ci piace immaginare Lauro mentre passeggia in una speciale “galleria d’arte”, dove è esposta ogni “tela musicale” finora realizzata. Avanza rigirandosi il microfono tra le mani, come nei live, con quell’impugnatura un po’ sui generis. Ora si ferma di fronte ad una rella, sulla quale sono appesi il chiodo in pelle, la tuta in vinile, il completo gessato. Fa scorrere lentamente lo sguardo su ogni pezzo, e poi si chiede: “Il prossimo?”.

E con lui ce lo domandiamo anche noi, pronti a farci sorprendere. Ancora una volta.

 

A cura di Danilo Budite e Valeria Polcini

Pubblicato da Valeria Polcini

21 anni, nata a Brescia, studio Lettere. Appassionata di serie tv, musica, libri e ogni sfaccettatura dell’Arte. Amo le grandi storie, di quelle che fanno viaggiare senza muoversi. E sogno di raccontarle a modo mio.

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