I drammatici risvolti dell’inconsapevolezza giovanile sui social

I drammatici risvolti dell’inconsapevolezza giovanile sui social

Uno scherzo; un gioco; una sfida, o magari una “challenge”, per utilizzare un termine più appropriato. Tutte parole che hanno a che fare con uno sfondo di felicità, di lustrini, di spensieratezza e inconsapevolezza, se contestualizzate nel mondo dei social. L’obiettivo in fondo è proprio quello: non pensare. Sbloccare il cellulare e aprire un social, uno qualsiasi, è un’azione divenuta automatica, che abbiamo assimilato così a fondo da empatizzarla e necessitarla fisicamente. I social sono una finestra sul mondo ma soprattutto una scappatoia da tutto ciò che non ci piace, perché ognuno davanti a sé, aprendo Instagram, Facebook, TikTok o chissà cos’altro, vedrà esattamente i post delle pagine che segue e quindi apprezza. Una sorta di farmaco apparentemente gratis, sia economicamente che moralmente, e innocuo, senza effetti collaterali.

Solo che gli effetti collaterali ci sono. Sono tanti, sono poco visibili e proprio per questo sono ancora più pericolosi. Il subdolo lato oscuro dei social network spesso è troppo nascosto, lo sentiamo troppo “lontano” da noi e per questo pensiamo di non farne parte. Ma è qui l’errore: chiunque può farne parte, anche se minima, e chiunque può affondare nelle paludose periferie che i social creano.

Credete che Antonella, la bimba di 10 anni morta soffocata a Palermo mentre faceva la “Blackout” challenge, credeva che potesse farsi davvero male? Ovviamente no. Era solo una “challenge”, una sfida, un gioco.

UNA BATTAGLIA DI VECCHIA DATA

Nonostante sia balzata alle cronache dopo la morte della piccola Antonella, pensare che la Blackout challenge sia una novità del momento è errato. Già negli anni ’90 infatti si era diffusa l’autolesionista tendenza a stringere il collo con una corda o una cintura per vedere la propria resistenza allo sforzo. Solo che con l’avvento dei social il passaparola è diventato più immediato e incontrollato. Nel 2018, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella aveva parlato di questa “sfida” per la morte del 14enne Igor Maj in casa con una corda al collo dopo aver visto un video in cui si parlava di questa challenge. Nel video veniva anche promessa una sensazione di “euforia”, dovuta dal cervello in carenza di ossigeno.

Un’interessante ricerca di Skuola.net condotta nel 2018, ha testato un campione 1500 ragazzi delle scuole medie e superiori in tutta Italia, e i risultati evidenziano che la “Blackout challenge” non va sottovalutata.
Il 18% degli intervistati ha dichiarato di averla provata come sfida contro se stesso. 1 ragazzo su 3 dice di conoscere qualcuno che ha sperimentato il brivido della morte apparente.
Dietro a queste scelte sono le motivazioni che sconvolgono ancor di più: il 56% lo ha fatto per far diventare il video virale, il 10% per sperimentare un modo di divertimento alternativo, l’8% per provare una sensazione di incoscienza, il 5% per stare male e saltare i giorni di scuola, il 21% non è riuscito a dare giustificazioni.

Sfuggire dalla realtà, ingannare la noia, cercare notorietà. Queste le cause dei numeri che abbiamo appena letto. Spesso partecipare a challenge di questo tipo fa sentire più forti, migliori, finalmente integrati all’interno di qualcosa. La ricerca spasmodica di vedere il proprio riflesso accettato dagli altri può portare i ragazzi più giovani a scendere a qualsiasi compromesso pur di sentirsi accettati dagli altri e, quindi, accettarsi da soli.

SPALLE COPERTE

Ma di fenomeni social legati all’autolesionismo ce ne sono fin troppi altri: dalla Blue Whale a Johnatan Galindo e Momo, le leggende che negli anni hanno sporcato internet sono troppe. In realtà ognuna delle storie legate alle challenge appena citate, sembra essere appunto una “leggenda”, un racconto dell’orrore senza basi solide né riscontri ufficiali. Ma il punto non è questo.

Ognuna di quelle “sfide” è diventata popolare e, che fosse reale o meno, se ne è parlato tanto, generando in tutto il mondo – non solo nel nostro Paese, fenomeni di emulazione. Il taglio folkloristico che viene dato a queste prove social le rende appetibili per molti ragazzi ancora troppo piccoli per affacciarsi al mondo di internet e in particolar modo dei social senza rischiare di venirne risucchiato.

E qui si apre un’altra problematica: perché alle spalle dei ragazzi non c’è qualcuno che li segua, gli tenga la mano e li educhi a come approcciarsi all’infinito oceano quale è il web? Puntare il dito da lontano appare facile, è vero, ma leggendo i numeri di suicidi di adolescenti e pre-adolescenti e come questo sia cambiato proporzionalmente con lo sviluppo dei social fa riflettere molto.
Un’educazione all’utilizzo dei social dovrebbe ormai essere garantita a livello genitoriale, a partire dalla distinzione di una fake news da una vera, arrivando al non mitizzare personaggi che diventano virali per la loro pericolosa idiozia, passando per la consapevolezza che le trappole sono tante, e soprattutto ben nascoste.

La scorsa settimana una 15enne in Louisiana è stata uccisa a coltellate da altre 4 ragazze tra i 12 e 14 anni in diretta social; qualche giorno prima un bambino in Pakistan è morto per esser stato investito da un treno mentre si riprendeva per fare un video su TikTok.

Tutti esempi di usi impropri dei social che a un primo sguardo possono sembrare sporadici, slegati tra loro.
Estemporanei, forse.
Invece è tutto legato, tutto unito dal fattor comune dei social: un mondo colorato, di gioia e spensieratezza fino al momento in cui non ci si ritrova ad annegare.
Fino al momento in cui è troppo tardi rendersi conto dell’entità del problema.

Pubblicato da Federico Roberti

Da sempre guardo il mondo con gli occhi di chi ne è avidamente curioso. Da sempre provo a trasformare la mia curiosità in parole e in articoli. Da poco, pochissimo, sono il direttore di Zeta. Cosa vuol dire questo? Solo che mi guarderò di più intorno e le mie parole avranno un peso maggiore.

2 Risposte a “I drammatici risvolti dell’inconsapevolezza giovanile sui social”

  1. […] La fonte primaria per le notizie non è più la televisione, nemmeno internet nella sua vera essenza, ma i social network. Lo sono Facebook, Instagram e Twitter perché è lì che risiede l’immediatezza, il commento, l’opinione. Riescono a dare di più, a far sentire l’individuo al centro del sistema, non soltanto un soggetto esterno. Questo è il punto di partenza, il soggetto. […]

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