Impossibile rallentarla: la corsa della fast fashion contro l’etica e l’ambiente

Impossibile rallentarla: la corsa della fast fashion contro l’etica e l’ambiente

“Dietro ogni cosa bella, c’è un qualche tipo di dolore” cantava Bob Dylan. Inaspettatamente, o quasi, la moda su larga scala potrebbe essere descritta proprio così. Colori, tessuti, lustrini. Armadi strapieni, negozi rimpinzati di oggetti, cataste di rifiuti tessili. Cosa –o meglio chi– c’è dietro a tutto questo?

La moda non è fatta solo di capi sartoriali, sfilate, pezzi da couture. È costituita anche, e nella maggior parte, da abiti prodotti in massa, estremamente simili fra loro, scadenti nei materiali e copiosi nelle quantità. Non a caso l’ammontare di abbigliamento prodotto nel 2020 è sostanzialmente pari al doppio di quello prodotto ad inizio millennio. Un fenomeno che si chiama fast fashion.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è rio-lecatompessy-cfDURuQKABk-unsplash-1024x683.jpg

L’aumento della ricchezza, il traslare dei costumi verso un sempre maggiore consumismo, hanno trasformato il ruolo dell’abbigliamento. Che la moda sia sempre stata una forma di arte è indiscutibile; una ricerca costante di novità. Ma ad oggi tale ricerca ha costi umani e ambientali intollerabili. La moda è specchio dei tempi ed oggi riflette una società del troppo. Del di più. In vari paesi e in molti campi si ha di più rispetto a ciò di cui realmente si avrebbe bisogno. Troppo cibo. Troppa acqua. Decisamente troppi vestiti. E tutto il surplus strema il pianeta: i rifiuti tessili superano le 92 milioni di tonnellate l’anno.

Non solo: si tratta di scarti che, di fatto, scarti non sono. Non sempre sono beni arrivati al termine del loro ciclo di vita. In alcuni casi vengono gettati via, quasi subito, perché i bassi costi di produzione li rendono poco resistenti; altre volte sono semplicemente invenduti. Non avrebbe quindi senso tenerli sul mercato, poiché al termine di ogni stagione sono già alieni alla richiesta dei consumatori. Già oltrepassati, pronti ad essere sbranati dalla più recente tendenza. In tal modo si struttura un sistema che intasca denaro e letteralmente sputa prodotti, senza sosta e senza etica.

Questa immagine ha l'attributo alt vuoto; il nome del file è hermes-rivera-R1_ibA4oXiI-unsplash-2-1024x683.jpg

Il problema della fast fashion, oltretutto, non si limita all’inquinamento. Risiede anche nelle condizioni di lavoro che impone nelle fabbriche dislocate all’estero. Cina, ma anche Bangladesh, Pakistan, India, Thailandia: i paesi che offrono minori costi di produzione, diventano sede dello sfruttamento. Pagare dei capi di abbigliamento pochi euro è sinonimo di lavoro minorile, mancanza di diritti e tutele di ogni tipo per gli operai, assenza di misure di sicurezza e riposo, orari sfiancanti poggiati sulla disperazione di chi non può permettersi il licenziamento.

Rana Plaza è stato il disgustoso esempio di tutto ciò: un agglomerato di laboratori tessili a Dhaka, in Bangladesh, che producono abiti per Zara, H&M, Mango, Walmart. Più di 3.000 lavoratori, pagati meno di 30 euro al mese per lavorare 12 ore al giorno. Nel 2014 Rana Plaza crolla. Si sgretola sotto gli occhi e sopra la testa di 1129 morti. Se li trascina sotto terra, li uccide mentre stanno cucendo camicie. Partono le proteste per ottenere condizioni di lavoro più umane, ma in occidente la notizia arriva a stento. Le produzioni vanno avanti, magari altrove; le camicie a basso prezzo, nei negozi, ci arrivano comunque. Dopo 17 giorni, dalle macerie esce viva solo una donna. Il suo nome è Reshna.

Neppure il 2020, teatro di una pandemia e della relativa crisi economica, è riuscito a rallentare la fast fashion. Lo scorso febbraio, proprio quando il Covid-19 cominciava a dilagare, UBS (società svizzera di servizi finanziari) aveva pronosticato una lista di aziende che probabilmente sarebbero state affondate dalla situazione causata dal virus. In pole position c’erano due nomi: H&M e Inditex (gruppo spagnolo del quale fa parte anche Zara). Nei primi 9 mesi del 2020 sono cresciute rispettivamente del 36% e del 74%. Sorpresa.

Per contrastare il tracollo economico dei piccoli imprenditori, il 2020 è stato anche l’anno della spinta verso aziende minori e prodotti “slow”. Ebbene, per non perdere colpi, le grandi aziende della fast fashion hanno adottato tecniche sui generis. Certamente, Inditex e H&M sono cresciuti moltissimo on-line nell’ultimo anno. Ma non solo. Mentre tutti erano bloccati a casa, Zara ha aperto a Pechino il suo più grande flagship del Medio Oriente, così da dimostrare che ancora non è giunto il tramonto dei negozi fisici. In questo modo i retailer shops di fast fashion diventano dei veri e propri “destination” shops, ovvero luoghi concepiti per essere quasi d’intrattenimento per il cliente.

Fast fashion, così come fast food, evoca l’idea del consumo veloce. Un continuo dentro e fuori di cose fatte per essere semplicemente possedute, ancor prima che usate. L’unico per modo per rendere la moda più etica e ‘umana’, consisterebbe proprio nel prestare maggiore attenzione al tipo di lavoro e alle risorse confluite in ciò che indossiamo. Abiti prodotti con meno velocità di ricambio e più qualità. Dovremmo comprare ciò che viene prodotto eticamente e trattare i vestiti come se avessero più vite da vivere. Riciclarli, rivenderli, utilizzarli con coscienza. Perché dietro ogni fibra c’è un essere umano. Possedere con criterio. Perché possedere di più, non vale una vita in meno. Un crollo, una tragedia. Macerie che la prossima volta, da qualche parte del mondo, non risparmieranno un’altra Reshna.

Pubblicato da Giulia Matarazzo

Giulia Matarazzo, classe 2000. Studio Giurisprudenza ma nella mia testa sono la protagonista di Midnight in Paris. Se mi faccio una domanda, la risposta la scrivo

Commenti