Gender Gap: Italia tra le prime in Europa

Gender Gap: Italia tra le prime in Europa

Ad ottobre 2020, la sottosegretaria dell’Economia Cecilia Guerra presenta un dossier sul gender gap, affermando che in Italia in media il reddito delle donne rappresenta il 59,5 % di quello degli uomini. Un dato eclatante difficile da digerire, ma che è tutt’altro che un fulmine a ciel sereno. Il Global Gender gap index rappresenta un indicatore mondiale che attesta il livello di parità (in ambito lavorativo), attribuendo a ciascuno Stato preso in esame un punteggio che arriva massimo ad 1. Nel 2020 sono stati 153 i paesi esaminati in tutto il mondo, e l’Italia non ha certo fatto una bella figura. Collocatasi al 76esimo posto, rappresenta in Europa il fanalino di coda: dietro solo a Malta, Cipro e Grecia.

Ma anche dall’Europa non giunge il tifo per il Bel paese. Nel giugno dello scorso anno il Consiglio D’Europa, a seguito di un reclamo della “Ong University Women of Europe”, ha costatato che in Italia ci sarebbe ancora una clamorosa disparità di genere sul piano retributivo. Insomma, il nostro paese non gode di una reputazione invidiabile: siamo, a tutti gli effetti, la pecora nera (e sessista) dell’Unione Europea.

Regolamentazione giuridica

Il nostro paese, giuridicamente parlando, non sembra essere di certo lacunoso rispetto alla questione. L’art 37 Cost. sancisce lapidariamente che la donna, in ambito lavorativo, ha gli stessi diritti dell’uomo. Il costituente ha incaricato il legislatore di predisporre una normativa ad hoc che possa consentirle di coniugare la maternità con il pieno esplicarsi della sua attività lavorativa.

Ma quanto questo principio risulta, in concreto, attuato nel nostro paese? Sono infatti stati svariati gli interventi legislativi in materia: da misure a tutela della maternità ad una fitta tutela antidiscriminatoria.
Tra i più significativi ricordiamo:

Legge 8601950: prima legge che prevede misure di tutela economica e fisica delle lavoratrici madri.

Legge 661963: Le donne ottengono il pieno diritto ad accedere a tutte le cariche.

Il dlgs. 216/2003, che vieta qualunque discriminazione basata sul sesso per tutta la durata del contratto di lavoro.

La finanziaria del 1998 che introduce una serie di misure e strumenti a tutela della maternità sul luogo di lavoro.

dlgs. 5/2010 viene rafforzato il diritto delle lavoratrici a percepire, a parità di condizioni, la stessa retribuzione dei colleghi maschi.

In questo ambito acquistano rilevanza le “azioni positive“: si tratta di misure volte ad incentivare la parità sul luogo di lavoro. La più rilevante è l’introduzione delle quote rosa, che stabilisce una percentuale obbligatoria di presenza del sesso meno rappresentato nelle istituzioni politiche, nella direzione degli ordini professionali e nelle attività lavorative in generale. Queste misure non mancano di appositi organi istituzionali che ne garantiscono l’effettività. Il CUG, Comitato unico di Garanzia, è un organo istituito nel 2010 che dovrebbe garantire, all’interno delle pubbliche amministrazioni, la parità di trattamento tra uomo-donna.

 

Qualche dato

Lo scenario lavorativo però, nella dicotomia costante che esiste tra legge e prassi, mostra dati allarmanti. Dal 2011 al 2017, secondo il rapporto dell’Ispettore del Lavoro, sono state 165.562 le donne che hanno abbandonato il posto di lavoro perché lo ritenevano inconciliabile con la maternità. Il tasso di occupazione femminile del nostro paese resta tra i più bassi d’Europa, a circa il 49,5 %.

Nel 2020, anno traumatico che già di per sé ha scosso il mondo del lavoro, sono state ben 37.611 le donne madri che si sono dimesse. Secondo l’Eige, agenzia europea di monitoraggio dell’eguaglianza di genere, solo il 6% delle donne lavora nelle professioni scientifiche, contro il 31% degli uomini. Nelle coppie con bambini, inoltre, gli uomini guadagnano il 30% in più rispetto alle donne. Le donne single rappresentano la terza categoria in assoluto più a rischio povertà. I dati potrebbero continuare all’infinito. Se è vero che in Italia si laureano più donne che uomini, una donna su quattro è sovra istruita rispetto al proprio impiego.

 

Donne ai vertici e politica

E in politica? La crescita di donne occupate è discreta, ma pochissime arrivano ai vertici (attualmente una sola donna è Presidente di partito, nessuna donna è mai stata presidente del Consiglio o presidente. Fa eccezione Marta Cartabia, eletta nel 2020 prima donna presidente della Corte Costituzionale).

Dunque i dati tradiscono la penna del legislatore, come è frequente, e le belle parole della politica sfumano tra l’inutile e l’incompiuto. La realtà è un’altra: l’Italia non ha finora predisposto un piano decisivo ed efficace per favorire l’inclusione della donna nel mondo del lavoro, ma si è mossa in modo disomogeneo. Nella crescita di certi paesi europei, sorprendentemente all’avanguardia, l’Italia boccheggia solo al riscaldamento.

La piena parità di genere in Italia appare, dunque, un’utopia o una mistificazione. La donna resta incatenata da un privilegio maschile insradicabile che le tarpa le ali, il mito dell’homo economicus, del grande imprenditore. In fondo, non si sente spesso parlare di grandi imprenditrici.

È chiaro che prima ancora che un gap normativo, c’è un gap sociale ed ideologico, secondo cui la donna non può essere leader. Forse quasi le converrebbe calzare i consoni panni della casalinga. O rientrare nella sagoma della “mantenuta”, che la società ha confezionato per lei.

E così le donne si arrendono ad una perenne corsa ad ostacoli, al termine della quale al traguardo trovano già suoi colleghi ad aspettarle, con i loro sguardi trionfanti, partiti con un netto vantaggio grazie al loro pomo d’Adamo.

Pubblicato da Domenico Lubrano Lavadera

Sono Domenico, ho 19 anni e studio Giurisprudenza. Sono un sognatore idealista che nel tempo libero si improvvisa fotografo, scrittore e un po’ di tutto. Mi interesso particolarmente di diritti umani, e di quanto nella nostra società siano, spesso, tutt’altro che garantiti.

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