Quando l’umanità perse il suo nome: antefatti e risposte

Quando l’umanità perse il suo nome: antefatti e risposte

“Ma ai bambini quella sera non fu assegnato nessun compito per l’indomani dagli insegnanti”.
Lo scrive Primo Levi in “Se questo è un uomo”, quando racconta la sera precedente alla deportazione di massa dal suo campo presso Modena ad Auschwitz.

<Così morì Emilia, che aveva tre anni -riferendosi alle camere a gas-, poiché ai tedeschi appariva palese la necessità storica di mettere a morte i bambini degli ebrei>.
Scrive sempre Primo Levi, quando racconta i primi giorni del loro soggiorno ad Auschwitz.

Alcuni dicono che il continuo esercizio del ricordare conduca prima o poi a giustificare determinati ricordi. A comprenderli, ad accettarli. Forse è vero. Altri invece dicono che se non continuassimo sempre a ricordare il nostro passato finiremmo con l’avere nessun futuro. Forse è vero anche questo.

Questo giorno lo chiamano “La Giornata della Memoria”; non la giornata del ricordo; non la giornata del passato; della comprensione; della giustificazione. Ma della memoria. E la memoria è diversa, la memoria non è ricordo. O meglio, questa non lo è. Questa memoria è più una stretta di mano, un patto. Questa memoria è più di un tacito accordo che noi, cosiddetti uomini e donne del nuovo millennio, facciamo con i 6 milioni di uomini e donne e bambini ebrei morti nei campi di concentramento nazisti.

Questa memoria è un chiedere scusa, anche se a quel tempo non si era nemmeno nati. Questa memoria è una promessa che faremo del nostro meglio per non far mai riaccadere quell’orrore. Questa memoria è un mettersi in ginocchio, nel fango, come erano stati piegati in ginocchio loro, e giurare a Dio, a sé stessi, che oggi lo conosciamo; che oggi lo sappiamo bene il valore della vita.

Guardatela bene questa foto, guardatela bene; perché viene ritratto il momento in cui l’umanità perse il suo nome.

Perché?
Sono state dette, e scritte, migliaia e migliaia di parole per cercare di trovare una risposta brillante ad una domanda così semplice. Una domanda che si porrebbe un bambino. Una domanda che forse ci siamo posti tutti alle scuole medie. Una domanda così innocente. “Perché tutto questo? Perché tutto questo odio?”. E’ sempre bene riportare alcuni discorsi storici. L’antisemitismo affonda le sue radici molto tempo prima di Auschwitz.

All’inizio era tutta una questione puramente teologica; con il cattolicesimo che si andava consolidando come religione di stato per vari paesi, si dogmatizzarono assieme ad esso quelle storielle riguardo la condanna eterna che gli ebrei sono costretti a vivere. Quest’ultimi non avendo riconosciuto in Cristo il Messia, sono appunto condannati ad essere per sempre dispersi e separati tra loro, e quindi perseguitati. Ma il cattolicesimo è la religione dell’amore: vanno perseguitati, ma non uccisi, affinché la loro pena non termini mai. E’ da qui che prendono vita le varie credenze, come: gli ebrei propagano la peste, gli ebrei hanno crocefisso Cristo, gli ebrei rapiscono i bambini a Pasqua, fino ad arrivare poi agli ebrei che sono bestie e quindi Auschwitz e il suo primato da 24.000 morti in un giorno. Quando si dice effetto domino, no? Ma la colpa non è tutta della chiesa cristiana.

Difatti poi, dopo anni di migrazioni e stragi, si arriva al ‘900. Forse non tutti sanno che in vari paesi le “Leggi di Norimberga” erano arrivate un po’ in anticipo. Infatti, ad eccezione della Russia zarista, in gran parte d’Europa erano già cadute varie restrizioni legali ai danni degli ebrei, invocate dalle Chiese cristiane: l’obbligo di risiedere in ghetti e zone particolari, il divieto a determinati mestieri, il divieto a matrimoni misti. Poi prepotentemente si insinua la Germania. Dopo esser uscita devastata dalla Prima Guerra Mondiale, fluiva nelle strade tedesche quello spirito, un po’ “hegeliano”, di costruire una Germania unita, forte, pura, ricca e gloriosa. Ma lo spirito assieme alla massa fa ben poco; serve un profeta. E con lui, un capro espiatorio.

Ed ecco che il primo agitatore politico che inizia a promettere gloria affossando le minoranze, diventa quel profeta tanto necessario. Perché alla fine “i deboli devono cedere davanti ai forti”; e Darwin è troppo scientifico per esser messo in dubbio dalla massa popolare. E’ sempre stata la stessa storia. “Corsi e ricorsi storici” diceva Vico. “Poiché è difficile distinguere i profeti veri dai falsi, è bene sospettare di tutti i profeti” diceva Primo Levi. Perché le verità troppo semplici e comode si acquistano gratis: è quello il trucco. E quanto è populisticamente attuale tutto ciò.

In molti affibbiano le ragioni dello sterminio e dell’odio unicamente a Hitler; chi sostiene che fosse frustrato e risentito dalla bravura degli ebrei nell’arte, campo tanto amato dal dittatore; chi invece credeva che Hitler in loro scaricasse il suo odio verso l’umanità intera, o che odiando gli ebrei odiava sé stesso; che la sua violenza affiorasse per la paura di avere lui stesso sangue ebreo. Forse aveva bisogno solo di un capro espiatorio che gli permettesse d’infervorare animi nazionalisti che avrebbero poi funzionato da scalini umani verso il potere assoluto. Forse non si può comprendere veramente. O forse, come diceva Levi, cercare di comprendere tutto ciò equivarrebbe a giustificarlo in qualche modo. Anche se diceva altresì che “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario; perché ciò che è accaduto può ritornare”. E forse alla fine è questa la morale ultima che dovremmo trarre da tutto questo racconto.

Ai fini del ricordo è importante però capire che nella Germania di Hitler chi sapeva non parlava, chi non sapeva non faceva domande, e a chi faceva domande non si rispondeva. Questo per cercare di comprendere anche il popolo tedesco e la sua completa passività in quegli anni. Far finta di non sapere era un modo di prendere le distanze dal nazismo, mentre con i piedi gli si camminava a fianco. Il grande rimprovero sta qui: “Non fu quel Dio coi baffi a portarmi via, ma il lattaio e il vicino di casa, a cui fu data una divisa senza colore e fu promesso d’esser la razza superiore”. I mostri esistono ma sono troppo pochi per esser pericolosi; lo sono più le persone comuni.

Lo sono di più i funzionari, i dottori, i comandanti, i postini che a quel mostro non disubbidiscono; come lo sono stati i soldati, i politici del tempo, gli impiegati; come lo sono stati i militari francesi vent’anni dopo in Algeria, e ancora i militari americani trent’anni dopo in Vietnam.

La profezia appartiene al profeta, ma le azioni quasi sempre ai fedeli; per quanto ignari e costretti possano essere. A chi invece, per parità di condizioni, si chiede il motivo della mancata ribellione degli ebrei stessi, le risposte possono essere due: alla prima potrebbe rispondere Orwell, raccontandoti di come, nel suo mondo, sono i prolet -ovvero i proletari- gli unici che non si ribellano mai, perché gli “stracci” difficilmente insorgono. Alla seconda potrebbe invece rispondere la storia, bacchettandoti anche per l’errore: perché si ribella chi ha coscienza, e in questo caso, coscienza politica. Ad oggi viviamo in un mondo dove, fortunatamente, la coscienza politica è un patrimonio inestimabile e scontato; ma al tempo apparteneva solo ad una élite. Altro motivo per il quale ritenerci fortunati, se già il solo poter sempre dire la propria opinione non bastasse.

In questo articolo si è cercato di raccontare il retroscena dell’orrore, evitando di narrare per l’ennesima volta l’orrore stesso. Si è cercato inoltre di rispondere alle prime domande che sorgono spontanee al momento della presa di coscienza dell’olocausto. Le domande che farebbe un bambino, che ci siamo fatti tutti e che forse non smetteremo mai di farci. Si è cercato infine di distinguere questo tipo di memoria dal semplice ricordo. Perché è diverso. Anche se in fondo forse non c’è un modo giusto per rendere pienamente onore alle 6 milioni di vittime di quegli anni.

Nel film che ripercorre il processo ai Chicago Seven – ovvero gli accusati delle rivolte di protesta contro la guerra in Vietnam del ’68 – uno degli imputati trovò un modo per rendere omaggio ai caduti di quella guerra: in tribunale, davanti a tutti, iniziò a leggere uno per uno tutti i 4.752 nomi delle vittime ad alta voce. Risulta impossibile replicarlo con l’olocausto, e le sue 6 milioni di vittime, perché forse servirebbero tante Giornate della Memoria. Di molti, poi, non si sa nemmeno bene l’identità. Forse perché sono troppe. Perché sono troppe. Perché sono un’immensità. Perché sono 6 milioni di persone. 6.000.000. E la cosa più triste è che vengono raccordate tutte in questo singolo numero enorme. Ma quelli erano singoli uomini, singole donne, singoli bambini.

Ognuno aveva il suo nome, la sua faccia; ognuno aveva occhi diversi da tutti gli altri, le loro rughe, i loro lineamenti erano diversi. Ecco perché forse il solo modo sarebbe dire il loro nome, uno per uno, fino allo sfinimento. Perché se vogliamo realmente promettergli che con questa memoria noi, donne e uomini del nuovo millennio, riusciremo a non far mai ricadere il mondo in un orrore del genere, allora dobbiamo alzarci in piedi, sui banchi delle classi, sulle scrivanie del lavoro, sull’asfalto d’un mondo costruito esso stesso sull’odio e sulla violenza, e urlare i loro nomi. Uno per uno. Donna per donna. Uomo per uomo. Se questo è un uomo.

Siamo giovani spaesati è vero, con un passato pesantissimo sulle spalle di cui finalmente abbiamo preso coscienza; con un razzismo e una cultura dell’odio – che altro non è che la paura per fastidio – ancora presenti come filtri nei nostri occhi. Ormai cenere di fuochi passati; ma pur sempre cenere che continua a bruciare. Abbiamo il bene e il male mischiati in faccia, e le mani libere senza sapere dove poggiarle.
Non ci resta che promettere. Allora promettiamo.
Promettiamo che un giorno i bambini avranno sempre dei compiti assegnati per un domani.

Cominciamo da qui; affinché non si crei più nessuna memoria da dover ricordare fra cent’anni.

Pubblicato da Andrea Scoscina

Mi sono ritrovato caporedattore di Zeta mentre scrivevo poesie e mi appassionavo di filosofia. Volevamo cambiare la nostra generazione, così abbiamo iniziato a pensare. Volevamo cambiare il mondo, così abbiamo iniziato a scrivere.

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