Cos’è successo davvero al Kant? Ce lo raccontano gli studenti coinvolti

Cos’è successo davvero al Kant? Ce lo raccontano gli studenti coinvolti

 

Rientrare in sicurezza. Per capire le ragioni delle proteste prolungate che dalla scorsa settimana si trascinano davanti al liceo Classico e Linguistico Kant di Roma, bisogna partire dal presupposto che l’obiettivo perseguito dagli studenti è poter tornare a scuola in sicurezza. La situazione dello sciopero si è ingigantita con il passare delle giornate tanto da esser ripresa da grandi giornali e pagine di informazione, ma è altresì vero che si sono scritte tante imprecisioni che hanno creato incertezza su ciò che è successo davvero sabato 23 gennaio a Piazza Francesco Zambeccari.

L’occupazione dell’edificio scolastico, il primo a Roma dopo che la pandemia ha stravolto l’esistenza di ognuno, ha portato con sé tante polemiche e troppi punti interrogativi. La cassa di risonanza dell’evento è stata così ampia che anche Stefano Fassina, deputato di “Liberi e Uguali”, ne ha parlato: “è fondamentale chiarire quanto accaduto. Purtroppo non è la prima volta che accade a Roma da quando è sospesa la didattica in presenza. Dobbiamo evitare sempre e ancora di più oggi che vengano negati fondamentali momenti di democrazia a scuola. Presenterò un’interrogazione alla ministra Lamorgese”.

Per districarsi tra le innumerevoli voci contraddittorie che raccontano i medesimi episodi conditi con dettagli diversi, la redazione di Zeta ha contattato la rappresentante d’Istituto del Kant che assieme a uno studente presente sul posto al momento dell’occupazione e del conseguente arrivo della polizia, ci ha permesso di chiarire l’intera situazione.

LE MOTIVAZIONI

Sin dai primi momenti Valeria e Alessio si dimostrano ben contenti di collaborare e di far sì che a circolare sia finalmente la verità e non una realtà parziale e masticata. Prima di immergerci negli eventi scottanti del sabato mattina abbiamo fatto una panoramica delle motivazioni che hanno portato gli studenti prima a scioperare e poi ad occupare la scuola.

La risposta è arrivata senza incertezze né titubanze, a dimostrazione della forte convinzione dell’agire studentesco: “siamo tornati a scuola in una situazione critica. La nostra scuola ha di fatto smembrato le classi, dividendole e impossibilitandoci e mantenere l’unità con i nostri compagni. Una parte era in presenza, una parte a casa. I ragazzi da casa non riuscivano a seguire per colpa della connessione internet che funziona malissimo, per questo molte lezioni le abbiamo dovuto saltare. C’è stato un dialogo con la preside per capire se si potesse migliorare la situazione, anche perché negli ultimi mesi che eravamo a casa le saponette wifi erano arrivate a scuola, ma il sistema di connessione continua a non funzionare bene.
In più c’è il problema dei trasporti pubblici che non ci fa stare tranquilli”.

Ma non finisce qui, perché anche “il problema dell’orario scolastico non va sottovalutato. Noi abbiamo sempre avuto la settimana lunga, abbiamo espresso la nostra preferenza alla preside al Consiglio d’Istituto ma senza interpellarci lei ha deciso di stravolgere tutto, tenendo le lezioni da 60 minuti e decidendo per la settimana corta. Così a volte al triennio entriamo alle 8 e usciamo alle 15 e 30.”

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LE PROTESTE DAVANTI SCUOLA

Prima di proseguire, Valeria sottolinea il messaggio che vuole che passi dalle proteste del Kant: “focalizziamoci sulla nostra volontà, che è quella di tornare a scuola. In molti non l’hanno capito che è questo il motivo della protesta, al contrario si crede che vogliamo restare in Dad. Tutto il contrario. Noi vogliamo tornare a scuola in sicurezza.” Nessuna controversia quindi: il dogma “tornare a scuola in sicurezza” trova concreta applicazione nelle scelte degli studenti.

Ma quando è nata la scelta di occupare? Qual è stato il processo che ha portato a questa decisione? “Abbiamo fatto una riunione la scorsa settimana per mettere le basi per l’occupazione dopo aver protestato per tutta la settimana”.

L’OCCUPAZIONE DI SABATO

Prende ora parola Alessio, che ha vissuto in prima persona gli avvenimenti di sabato mattina e che ne ha seguito gli sviluppi sino al pomeriggio inoltrato.

“Ci siamo trovati davanti scuola alle 7 e la polizia era già lì dalle 6 circa, perché le voci dell’occupazione giravano. Dopo un po’ di proteste qualcuno ha parlato con la preside, che ci ha concesso un’ora di assemblea libera forzata dalla pressione degli studenti. Da lì è nata la certezza di occupare”.

Lì sono iniziati i problemi, perché a fronte di 4 ragazzi che hanno tenato di mettere le catene ai cancelli e “una decina di poliziotti in borghese hanno provato ad entrare forzando il cancello dall’altro lato. Un ragazzo maggiorenne in particolare stava mettendo la catena e da quelle immagini sono nate le più grandi proteste, perché sono usciti i video che mostravano lo scompiglio attorno a lui e ai poliziotti. La paura in quei momenti era tanta”.

“I poliziotti sono diventati circa 15 e sono riusciti a fare irruzione all’interno del cortile, ma l’occupazione è comunque riuscita: il Kant è ufficialmente occupato, nonostante l’organizzazione non fosse perfetta. L’idea è di rimanere dentro fino al primo febbraio“.

Cosa succederà alla fine dell’occupazione? L’idea di Valeria è quella di dialogare con la preside, sperando di trovare un compromesso che migliori il benessere degli studenti all’interno della scuola.

SCUOLA SÌ MA IN SICUREZZA

La conversazione si è chiusa con una domanda da parte di Valeria che ha testimoniato ancora una volta, nonostante non ce ne fosse bisogno, la buona fede della chiacchierata: “dall’esterno come viene vista la situazione del nostro liceo? Credete che abbiamo agito in modo sensato o che abbiamo sbagliato?” Dietro a questa domanda si staglia la reale volontà di un’intera scuola di protestare per i propri diritti, per la propria istruzione e non passare come lo stereotipo del ragazzo che occupa soltanto per pigrizia o tornaconto personale.

Dopo giornate di polveroni in cui era difficile vedere la verità su quanto avvenuto al liceo Kant, le parole di Valeria e Alessio restituiscono una fotografia fedele delle controverse vicissitudini di sabato.

Ma con un concetto chiaro, semplice ed evocativo, ribadiscono in coro che ogni studente vuole tornare a scuola a contatto con i compagni e immersi nell’ambiente che li forma.

“Scuola sì, ma in sicurezza”.

Pubblicato da Federico Roberti

Da sempre guardo il mondo con gli occhi di chi ne è avidamente curioso. Da sempre provo a trasformare la mia curiosità in parole e in articoli. Da poco, pochissimo, sono il direttore di Zeta. Cosa vuol dire questo? Solo che mi guarderò di più intorno e le mie parole avranno un peso maggiore.

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