Recensione “Ultimo Banco-perché insegnati e studenti possono salvare l’Italia” di G. Floris

Recensione “Ultimo Banco-perché insegnati e studenti possono salvare l’Italia” di G. Floris

 

Ogni mattina alle 8:00 suona la campanella. Chi di noi non ha mai vissuto questo momento iniziatico? E quella “dipinta” da Floris in questo libro non è una campanella fortuita o immaginaria. È un suono reale. Anzi, è la somma di suoni vivi e tangibili che ogni giorno rimbombano nelle orecchie di milioni di persone. Presidi, insegnanti, alunni, genitori: sono loro i protagonisti di questa storia, gli attori di questo spettacolo imprevedibile che è il mondo della scuola.
Il luogo, ricorda Lina (vicepreside) dove “il quotidiano diventa assoluto”. Sono tanti i personaggi a sfilare sul palco: ognuno di loro ha una scuola da raccontare o, forse, da sognare. Una scuola di punti fermi, di rispetto, di nuove regole, di “squadra”. “Ultimo Banco” nasce nel 2018, dopo un viaggio lungo due anni attraverso le scuole del paese (per la presentazione davanti ai ragazzi del precedente romanzo dell’autore, “Quella notte sono io”). Dal Nord al Sud, dal centro alla periferia, dalle “scuole bene” alle “scuole di frontiera” (è detta così la scuola nascosta, quella delle carceri e degli ospedali), Floris raccoglie quante più testimonianze possibili per capire cosa, nella scuola di oggi, abbia fatto saltare l’algoritmo. Per capire dove ognuno, in questa società (tra politica, istituzioni, studenti, professori e genitori), abbia “fallito almeno un colpo”. Basta una piccola ricerca online, una breve lettura di studi e quotidiani per accorgersi che, nella scuola moderna, “qualcosa non va”.

È chiaro che l’assenza di una guida all’altezza abbia aggravato la situazione della scuola e dei giovani con essa, che già si trovavano in un turbine di incertezza e paura. Ecco quindi che le linee guida ufficiali per la ripresa pubblicate negli ultimi giorni non bastano a placare un acceso dibattito su decisioni ormai prese, di comune accordo con il Comitato Tecnico Scientifico: è ormai ufficiale che la scuola riprenderà in frequenza, in classe si potrà stare seduti senza indossare la mascherina, la misurazione della temperatura avverrà a casa e se un ragazzo risulterà positivo andrà in quarantena e si investigherà la classe.

Ma da un punto di vista pratico e più ampio, cosa ci aspetta? Ci aspetta innanzitutto una scuola che porta con sé la vecchia (ma mai risolta) croce del precariato, aggravata per di più dal malfunzionamento delle nuove graduatorie digitali, con 50 mila cattedre (la maggior parte al nord) che potrebbero restare scoperte nell’anno 2020/2021. Ci aspetta una situazione paradossale per quanto riguarda il trasporto pubblico e i relativi controlli, in quanto i mezzi dovrebbero viaggiare all’80% della capienza massima mentre vi erano già da prima problemi di sovraffollamento.Non va perché i ragazzi sembrano aver dimenticato il valore dello studio, del professore, della collettività di una classe eterogenea. Li hanno sostituiti con il “sorrisetto beffardo”, il bullismo goliardico, il “culto del fenomeno”, la mancanza di ambizione, di responsabilità, di coscienza di sé. E gli adulti che dovrebbero guidarli, spesso incapaci di comunicare tra loro, restano a guardare dai loro binari. Tutte le singole testimonianze di queste pagine (il prof. Luigi e la classe di “mostri”, Emanuele che a 6 anni affronta il bullismo, e tante altre ancora) fungono solo da portavoce di un’intera comunità allo sbaraglio. “Classi-ghetto”, classi “di fenomeni”, classi del “popolo somaro”, ragazzi che amano il lavoro di gruppo ma non sanno metterlo in pratica.

 

 

Tra dialoghi informali, articoli di giornale, saggi, video e post sui social network quella di Floris si configura sempre di più come un’inchiesta non tanto sulla scuola quanto più in nome della scuola. Perché “Scuola”, ricorda Lina, non indica le aule in cui si studia e si prendono voti, ma è “l’occasione che le persone hanno per imparare a pensare con la propria testa, il mondo in cui il pensiero autorizza il ragazzo a credere in sé”. E che il colpevole sia il bullo, il docente demotivato o con scarsa preparazione, il culto del fenomeno o il rifiuto del diverso…poco importa. Perché questa scuola, anzi, quest’epoca (come dimostrato dalle statistiche), non lascia certezze a nessuno. Mette a rischio l’autorità della scuola, il diritto allo studio, all’errore, all’esistere. “Dobbiamo alzarci dall’ultimo banco e accomodarci al primo” senza farci cambiare dagli sguardi degli altri. Perché “la scuola siamo noi” e uniti, come una squadra, come una classe, possiamo ancora salvare il futuro. 

Pubblicato da Chiara Gerosa

Appassionata di poesia, letteratura e cinema. E di scrittura, ovviamente! Collaboro per la sezione cultura di Zeta. Metto in campo impegno, curiosità ed entusiasmo, fiduciosa in una comunicazione che vada al di là della notizia. Credo nella libertà di pensiero e di espressione.

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