La riforma del niente

La riforma del niente

Il 20 settembre 2020 i cittadini saranno chiamati ad esprimere la propria preferenza sulla proposta del taglio dei parlamentari che prevede la riduzione di poco più di un terzo (36,5% per la precisione) dei parlamentari, che passerebbero da 945 a 600. Nello specifico, la Camera conterebbe 400 membri invece di 630, mentre il Senato passerebbe da da 315 a 200 membri, per un taglio complessivo di 345 poltrone.


Questa riforma è stata presentata e fortemente sostenuta dal Movimento 5 stelle che ne ha sempre rivendicato la paternità e la validità sociale e democratica indicandola come primo passo verso una politica migliore.
Lo scopo della riforma, principalmente, è quello di tagliare i costi della politica (una delle battaglie storiche dei pentastellati, perseguita anche tramite la restituzione delle indennità parlamentari e l’abolizione dei vitalizi) “mandando a casa” coloro che “hanno fatto della politica un lavoro” e sono in parlamento da molte legislature.
Chi non ha memoria corta, cosa rara nel nostro paese, ricorderà la battaglia fatta dal M5S contro la riforma costituzionale proposta dal governo Renzi nel 2016 perché “ledeva la costituzione più bella del mondo” commentando così sul blog delle stelle la tesi sul risparmio di soldi sostenuta dal governo Renzi: “ La Ragioneria generale dello Stato ha stimato un risparmio di spesa di circa 58 milioni di euro, smentendo le cifre sparate dai due (Renzi e Boschi N.d.R.). Conti alla mano il risparmio che si ottiene con questa riforma di cui si parla tutti i giorni mentre si ignorano i problemi di chi non arriva a fine mese è di un caffè a testa per ogni italiano: una cifra irrisoria”.

 

Qualche anno dopo, lo stesso partito ha proposto una riforma costituzionale analoga a quella del 2016 sostenendo fondamentalmente due tesi, la prima è quella sul taglio dei costi della politica e del risparmio economico derivante dal taglio dei parlamentari, la seconda consiste nella convinzione di lasciare spazio ai giovani nella politica tagliando fuori dalle camere “quelli attaccati alle poltrone” che fanno politica da sempre.
La realtà dei fatti è, invece, che questa è una riforma fortemente populista, una proposta di facciata che fa contento il cittadino medio ignorante in materia, senza risolvere né i problemi reali della politica né tantomeno quelli che si prefigge di risolvere.
Il primo punto, quello del risparmio economico lo hanno smentito proprio i cinque stelle sul loro blog nel 2016 e non ha quindi senso analizzarlo nuovamente considerando che il risparmio netto della riforma penstastellata è di circa lo 0,01% delle casse dello stato, 67 milioni di euro (9 milioni in più di quelli stimati per la riforma del 2016).

Per l’analisi del secondo punto è necessario avere una conoscenza minima dell’ordinamento legislativo italiano, al taglio delle poltrone infatti non corrisponderà un aumento della qualità della politica come sbandierato dai favorevoli perché non sono i cittadini a decidere chi prende posto in parlamento.
Nello specifico, quando si vota alle elezioni nazionali, l’elettore esprime la propria preferenza per il partito che ha presentato la propria lista di candidati. Queste liste sono dette “liste bloccate”, il cui ordine cioè è determinante ai fini di ingresso in parlamento e stabilito dalle segreterie di partito.

 

 

Una volta scrutinati i voti, i seggi in parlamento vengono ripartiti in base alle percentuali di voto ottenute dai partiti, assegnandoli in ordine ai candidati del partito in ordine di lista (per semplificare, se un partito ottiene due posti in parlamento questi verranno assegnati ai primi due candidati della lista e così via).
L’ordine dei candidati nella lista è deciso in modo tale che i primi posti siano occupati dai fedelissimi che saranno quindi sicuri di ottenere il posto in parlamento lasciando gli ultimi posti alle nuove leve, che entreranno in parlamento solo in caso di grande consenso popolare.
Con il passaggio della proposta si creerebbe uno scenario ironico in cui la riforma fortemente voluta per “restituire la politica ai cittadini”, mandando a casa i veterani che sono in parlamento da sempre per fare spazio ai più giovani, taglierebbe fuori proprio questi ultimi lasciando campo libero, comodi sulle loro poltrone a quei fedelissimi dei partiti che sarebbero dovuti andare a casa.
Per concludere, i problemi del nostro sistema costituzionale sono sostanzialmente due, il bicameralismo perfetto (o paritario) che rallenta l’iter legislativo e rende macchinoso governare e legiferare e l’impossibilità da parte degli elettori di scegliere chi li rappresenterà in parlamento potendo esprimere la preferenza esclusivamente per il partito e non per la persona.

 

Questa riforma costituzionale non risolve nessuno dei problemi e non solo, non ci prova nemmeno; Di Maio sostiene che questo sia un primo passo verso la restituzione della politica ai cittadini ma in realtà il taglio del numero dei parlamentari dovrebbe essere il punto di arrivo, non quello di partenza.
Per migliorare la politica di questo paese bisognerebbe come prima cosa abolire il bicameralismo perfetto differenziando i lavori delle due camere, poi si dovrebbe consentire ai cittadini di   (passando dal sistema delle liste bloccate a quello del voto di preferenza) e solo a quel punto si potrebbe ridurre il numero dei parlamentari rendendo la riforma realmente efficiente.
Il reale motivo per cui si sono saltati i passaggi precedenti è che questi renderebbero la politica realmente più funzionale, restituendola ai cittadini e costringendo i politici a lavorare realmente per il bene dei cittadini, motivo per cui sono riforme che non prenderanno mai vita specialmente se si lascia a decidere i veterani della politica escludendo menti e volti nuovi.
Partire dalla fine non serve a nulla, serve solo per racimolare il consenso dell’elettore medio che odia la casta ma non ha idea di come funzioni, che sacrifica il già fragile equilibrio del paese per ripicca e superficialità.

 

Pubblicato da Marco Barone

Classe 1998, vicedirettore. Ho studiato psicologia al liceo, frequento il terzo anno di scienze politiche alla statale di Milano. Appassionato di libri, cinema, scrittura e cucina, cerco di leggere e capire il mondo perché è l’unico modo per cambiarlo.

Una risposta a “La riforma del niente”

  1. […] Stesso discorso vale per il PD che dall’opposizione vota con Zingaretti tre volte contro il taglio dei parlamentari, perché la riforma ledeva gravemente i valori democratici. Tra il terzo e il quarto (e ultimo) voto cambia la maggioranza e il PD prende il posto del partito di Salvini nel governo. Risultato? IL PD vota a favore del taglio dei parlamentari. […]

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