Parola agli studenti: cosa ne pensano del primo giorno di scuola?

Parola agli studenti: cosa ne pensano del primo giorno di scuola?

 

Le penne sono nell’astuccio. La zip dello zaino viene chiusa per l’ultima volta. È lo stesso da sempre il rituale che accompagna il primo giorno di scuola. È tutto uguale ma è anche tutto diverso. Un paradosso che solo il Coronavirus poteva generare.

D’improvviso, lo scorso marzo, le nostre certezze sono state rimpiazzate dalle ombre dei punti interrogativi, le routine sostituite da altre routine, diverse da quelle di prima, e ogni punto di riferimento ha variato le sue coordinate. C’è stato smarrimento, paura, confusione ma poi c’è stata capacità d’adattamento, la forza di resistere e ricrearsi una propria vita in un mondo mutato dall’oggi al domani. Un processo che tutti hanno affrontato ma che i giovani più degli altri hanno vissuto sulla loro pelle, meno cicatrizzata di quella degli adulti e per questo più sensibile al dolore. Ma tutti hanno trovato la via da percorrere per trasformare le incognite in stelle polari da seguire. E quindi oggi è l’ennesima prima volta che acquisisce sfumature totalmente anomale. L’ultima volta che i ragazzi si erano seduti dietro i rispettivi banchi era il 4 marzo, il giorno del primo di una lunga serie di decreti legge che sarebbe poi diventati usuali.

Da quel giorno in poi solo DAD, la didattica a distanza, figlia della rete digitale che ci connette ma non per questo sinonimo di positività. Come nel caso di Leonardo, un ragazzo che ha vissuto lo scorso anno e vivrà quello che inizia al liceo Newton di Roma, che afferma che “sebbene la mia scuola si sia organizzata al meglio per fare delle lezioni online, devo dire che è stata un’esperienza fortemente negativa. Da casa non si ha la stessa motivazione e voglia di studiare, non si sente di appartenere a una scuola o una classe, ci si concentra solo sull’aspetto didattico e non su tutto il resto che la scuola rappresenta”. L’importanza dell’apprendimento di persona perciò trascende il solo aspetto didattico e approda in una sfera umana di empatia e condivisione che forma la persona, oltre che l’alunno. Lo stesso concetto viene espresso da Alessandro, vicedirettore del giornalino scolastico “Ondanomala” dell’Albertelli, che sottolinea come sia “stata una didattica strana, surreale e da un punto di vista didattico ritengo che in parte ha riempito le lacune di conoscenza che il Covid-19 avrebbe potuto creare, ma non del tutto completo perché nulla è comparabile al contatto umano.”

A questo stesso punto si aggancia Giulia, rappresentante d’istituto del Liceo Bertrand Russell, che ammette che “il rientro sarà più difficile, abbiamo perso questa abitudine. Però devo dire che mi manca vivere tra i banchi di scuola, avere un contatto con le persone non filtrato da uno schermo”. Sta tutta qui la ricchezza della scuola che spesso dimentichiamo sommersi dalle righe dei libri che evidenziamo. Intrecciare opinioni, pensieri, emozioni e sguardi rende la scuola una palestra per la vita.  Ma la nuova realtà che ci troviamo ad affrontare costringe Naomi, rappresentate d’istituto del Margherita di Savoia, a inquadrare il nuovo anno con un solo termine: “Incertezza. Al rientro a scuola ci dovremo confrontare con una situazione alla quale nessun libro o lezione ci ha preparati, quindi mi sembrerebbe normale se, quantomeno all’inizio, ci fosse un senso di incertezza tra gli studenti e non solo.” Le fa ancora eco Giulia, che è consapevole di come le preoccupazioni degli anni passati siano state rimpiazzate da nuove incognite: “Sono sensazioni diverse da prima. Solitamente ciò che ci disturba di questo periodo tra l’estate e la scuola è l’ansia di dover ricominciare con i soliti impegni. Quest’anno invece c’è l’incognita di come è gestito l’anno scolastico. Ad oggi ci sono indicazioni minime su ciò che ci aspetta e questo rende impossibile immaginare che reazione possiamo avere.”

Un timore che si sviluppa soprattutto dalle norme igieniche imposte, sicuramente sufficienti ed efficienti sulla carta ma che vanno testate sul pratico. “Senz’altro sarà fondamentale mostrare buonsenso e rispetto reciproco se si vuole provare a mantenere una situazione di scuola in frequenza. Nonostante il rischio penso quindi che la decisione finale di riaprire le scuole sia la giusta via da seguire”.  Parla così Leonardo, in linea con il pensiero di Naomi, che crede che il “rispetto di tutte le misure in modo rigoroso e responsabile” sia il solo modo con cui “si potrà affrontare con serenità questo nuovo anno scolastico”.

Anche perché l’ipotesi di un nuovo lockdown ad oggi sembra poco probabile, soprattutto alla luce delle parole del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che ha rassicurato tutti su un controllo della situazione nonostante l’aumento dei contagi. E questa opzione di un ritorno alla didattica a distanza come risultato di una nuova quarantena non è presa in particolare considerazione da nessuno degli intervistati, che non temono una ricaduta di questo tipo, sebbene non si possano fare previsioni accurate.

Un’altra tematica spinosa da trattare è sicuramente quella dei mezzi pubblici, che da sempre accompagnano la maggior parte dei liceali nel loro percorso verso la scuola. A questa domanda tutti i ragazzi hanno vacillato, mostrando una preoccupazione tangibile. Una situazione che “non mi convince, penso che sarà molto difficile arrivare a un giusto compromesso ideale per la nostra sicurezza” afferma Alessandro, soprattutto “perché i mezzi alle ore di punta a Roma sono sempre stati sovraffollati, non ho grande fiducia che si riesca a mantenere e controllare la capienza dell’80%”, aggiunge Leonardo, che teme per i suoi 45 minuti mattutini che impiega per fare il percorso scuola-casa. La stessa Naomi manifesta preoccupazione per la situazione, lei che è una studentessa pendolare e che crede che “le misure di sicurezza imposte dal governo, come quella di riempire solo l’80% di metro ed autobus, saranno efficaci solo se ci sarà una seria presa di coscienza da parte di tutti i cittadini”. Scetticismo che caratterizza anche le parole di Giulia, che reputa l’argomento trasporti pubblici come quello che la spaventa di più.  “Se nelle scuole possiamo vedere garantito il diritto al distanziamento sociale, sui trasporti ci sono molti dubbi”.

Viene anche sollevato un altro tema importante, che è quello degli eventuali ritardi causati dal nuovo funzionamento dei mezzi. Una problematica alla quale la rappresentante del Russell risponde con un’ipotesi: “Anche le tempistiche saranno diverse inevitabilmente. Forse bisognerebbe garantire una fascia di tolleranza per gli orari degli studenti che usano i trasporti, che potrebbero tardare non per causa loro”.

Ma in questo vortice di incertezze è la speranza il ponte che unisce tutte le parole dei ragazzi.
Ora che le penne sono nell’astuccio e la zip dello zaino è stata chiusa per l’ultima volta, il cuore inizia ad accelerare e riprendere un ritmo sincronizzato sulle frequenze che solo la scuola sa regalare.
Perché la ripresa della scuola, prima che diventi una routine e un dovere, è un regalo che spesso ci dimentichiamo di scartare. E oggi, dopo mesi di anormalità, ci viene nuovamente consegnato.
Sta a noi renderlo un’occasione per crescere.
Lo zaino si chiude, la campanella suona, i banchi tornano a vivere.
Si respira, di nuovo.

Pubblicato da Federico Roberti

Da sempre guardo il mondo con gli occhi di chi ne è avidamente curioso. Da sempre provo a trasformare la mia curiosità in parole e in articoli. Da poco, pochissimo, sono il direttore di Zeta. Cosa vuol dire questo? Solo che mi guarderò di più intorno e le mie parole avranno un peso maggiore.

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